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ECONOMIA 17 Novembre Nov 2015 1907 17 novembre 2015

Manovra, così l'emergenza Isis ammorbidisce l'Ue

Ok con riserva alla legge di Stabilità. Bruxelles ora usa un approccio morbido. Per consentire ai Paesi di investire nella sicurezza. E non rallentare la ripresa.

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Il commissario agli Affari europei, Pierre Moscovici, e il ministro dell'Economia italiano, Pier Carlo Padoan.

Da mesi Mario Draghi mette in guardia i Paesi europei con alto debito. Preannuncia «pericolose conseguenze».
Finora il monito del presidente della Bce è rimasto inascoltato: come dimostra il ritorno in auge delle politiche di deficit da parte dei governi dell'Eurozona.
Ma bisogna partire dalla sua profezia per capire perché l'Unione europea nelle stesse ore ha avallato la richiesta della Francia di un nuovo sforamento (il debito vale il 96% del Pil) e ha rimandato la manovra dell'Italia, che invece ha un passivo pari al 133% del Prodotto interno lordo.
Bruxelles ha comunicato il giudizio sui bilanci - in gergo Draft Budgetary Plans, o Dbp - e soltanto cinque Paesi (Estonia, Germania, Lussemburgo, Olanda e Slovacchia) sono stati promossi a pieni voti. Ma rispetto al passato la Commissione ha gestito le bocciature dei «bilanci non conformi al Patto di Stabilità» con maggiore realismo.
BRUXELLES NON CREDE A RENZI. Esemplare il caso italiano: la condanna politica per la manovra con la quale Renzi e Padoan riportano l'Italia nel fronte delle cicale (con mezzo punto di deficit in più) è inequivocabile. Nonostante le rassicurazioni pubbliche di Palazzo Chigi, Bruxelles non crede a nessuna delle coperture inserite nella sua manovra.
«Le clausole di flessibilità non possono essere usate dall'Italia per compensare azioni sulle tasse», ha sentenziato il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis. E oltre a quello finanziario il nostro Paese ora deve fare i conti con un deficit di credibilità, a maggior ragione se si pensa che nelle scorse settimane il premier aveva promesso «che se la Ue ci respinge la manovra, noi gliela rimandiamo indietro uguale».
UN APPROCCIO MORBIDO. Non ce ne sarà bisogno. Perché la Ue ha avuto un approccio a dir poco morbido rispetto al passato: non si è affidata prima alla sua moral suasion per spingere l'Italia a riscrivere la manovra in corso d'opera e per togliere le parti non gradite (il taglio alla Tasi c'è ancora); non ha utilizzato in questa fase il veto, che soltanto un mese fa ha sfoderato contro la Spagna, né ha indicato le misure alternative da prendere.
Ha soltanto congelato la valutazione dei conti fino alla prossima primavera. Soltanto allora potrebbe scattare la richiesta di una manovra bis.
Questo perché, a maggior ragione dopo gli attentati di Parigi, non si può rallentare la flebile ripresa italiana, che chiuderà l'anno con una crescita inferiore all'1%. Anche perché parliamo di un Paese dove soltanto un quarto delle imprese riescono a esportare all'estero e che può ripartire soltanto grazie alla domanda interna.
Detto questo, però, la Ue non può neanche avallare una manovra dove le entrate sono pari allo 0,8% del Pil, mentre le uscite toccano l'1,7: cioè più del doppio.

La Commissione chiede una valutazione più prudente sulla spesa

Il premier Matteo Renzi.

Da Bruxelles spiegano che questa scelta segue due logiche.
In primo luogo non poteva dimostrarsi comprensiva con l'Italia, che quest'anno è l'unico Paese a chiedere di attivare tutti i margini di flessibilità previsti dalle regole Ue, pur non essendo in procedura d'infrazione: dopo lo 0,4 di Pil ottenuto negli anni scorsi, Padoan ha chiesto altri 8 miliardi: uno sconto pari allo 0,1% del Pil legato alle riforme strutturali, 0,3 grazie agli investimenti pubblici e 0,2 per risarcire il Paese sulla spesa per l'assistenza ai rifugiati.
SPENDING REVIEW SOTTO LE ATTESE. Proprio su quest'ultimo punto la Commissione ha già chiesto all'Italia una valutazione più prudente sulla spesa. Ma più in generale non ha gradito neppure che nella manovra il governo dimezzi gli incentivi alle nuove assunzioni e nel contempo impegni oltre 5 miliardi di euro per cancellare la Tasi e l'Imu sulla prima casa.
Anche se la cosa non viene citata, non è piaciuto vedere la spending review recuperare appena 4 miliardi, mentre Padoan e il commissario Yoram Gutgeld avevano promesso tagli per almeno 10.
Non pochi dubbi poi sul piano privatizzazioni: Roma ha raggiunto lo stock previsto dello 0,4% del Pil, ma soltanto grazie al pagamento da parte di Mps dei Monti Bond. Senza contare che nelle ultime ore si sarebbero dimostrate sballate di 1 miliardo le previsioni sugli incassi dal capitolo giochi. Fattori che rischiano di mettere a rischio sia i benefici legati alla bassa spesa per gli interessi (grazie al Quantitative easing di Draghi si risparmia uno 0,4% del Pil) sia quelli per la tenuta del gettito fiscale.
SICUREZZA PRIORITARIA. Ma l'attegiamento di Bruxelles va visto anche sotto un altro aspetto, la cui applicazione va ben oltre i confini italiani. Non si impone adesso maggiore rigore ai Paesi meno virtuosi (con l'Italia sono state rimandate anche Austria e Lituania e richiamate Belgio, Finlandia, Lettonia e Malta) perché le ondate migratorie e la lotta al terrore (soltanto accelerata dagli attentati parigini) spingerà gli Stati membri a spendere più in sicurezza, riducendo tutte le voci destinate a rimettere in moto la domanda interna.
Si viaggerà e si comprerà meno, bisognerà rivedere le politiche di welfare. Il commissario Ue agli Affari europei, Pierre Moscovici, non a caso ha appoggiato la richiesta francese di nuovo deficit: «In questo terribile momento la tutela e la sicurezza dei cittadini in Francia ed Europa è una priorità assoluta».
UN ANNO IN PIÙ PER SISTEMARE I CONTI. Detto questo Bruxelles, non guarda soltanto al presente. Come del resto Draghi ha chiaro che non possono essere eterne le politiche di debito. Una situazione acuita dal Quantitative easing, che ha inondato di liquidità i Paesi europei.
Finora questi soldi sono serviti soltanto a sostenere i debiti sovrani contro la speculazione, ma non si sono trasformati in nuovi prestiti a famiglie e imprese, come era nelle intenzioni del banchiere centrale italiano, o in nuovi investimenti. E sono rimasti nei forzieri degli istituti, ad alimentare una bolla non meno fragorosa di quella scoppiata nel 2008.
Da qui la decisione di concedere alla Francia e all'Italia (anche se con modalità diverse) un anno in più per rimettersi in carreggiata.

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