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FINANZA 27 Novembre Nov 2015 0922 27 novembre 2015

Il Fondo strategico italiano si sdoppia

Le attività "di mercato" verranno separate da quelle "di sistema", come Saipem. Un modo per razionalizzare il portafoglio. Prosegue lo stallo sul turnaround.

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Il Fondo strategico italiano si sdoppia.
Nel nuovo piano industriale che la controllante Cassa depositi e prestiti si prepara a presentare, la società di investimento guidata da Maurizio Tamagnini dividerà il proprio portafoglio tra un fondo “di mercato” e uno “di sistema”.
UN FONDO DI MERCATO E UNO DI SISTEMA. Le acquisizioni considerate “temporanee”, ovvero quelle in cui Fsi si comporta come un fondo di private equity entrando nel capitale di società per rilanciarle e poi rivenderle, saranno separate da quelle “stabili”, di “sistema” appunto e destinate a rimanere nel portafoglio di Fsi, come Saipem o la partecipazione in Metroweb.
La separazione, secondo quanto risulta a Lettera43.it, non dovrebbe comportare la nascita di nuove società con relativo management, e quindi con un probabile aumento dei costi, ma la razionalizzazione delle partecipazioni già esistenti e delle acquisizioni in corso e future in due diverse divisioni. La gestione di entrambe farà capo comunque a Tamagnini.

L'interventismo di Cdp e la mission di Costamagna

La sede della Cassa depositi e prestiti.

Fsi è il braccio armato della Cdp, la cassaforte che soprattutto negli ultimi due anni è stata chiamata, di volta in volta, a entrare nel capitale di società destinate a essere poi rivendute, almeno in parte, come è avvenuto nel caso di Ansaldo Energia; a finanziare operazioni cosiddette di “sistema”, per trattenere in mani italiane aziende considerate strategiche, come è successo nel caso di Saipem.
O ancora a sostenere l'industria del lusso, del cibo, del made in Italy con l'obiettivo di far crescere di dimensioni aziende piccole e medie e renderle competitive su mercati globali.
TRA LE ALTRE COSE ANCHE IL PIANO BANDA LARGA. Un interventismo che il Fondo strategico e la Cassa non dismetteranno ma anzi tenderanno ad incrementare nei prossimi mesi, secondo il mandato dato ai nuovi amministratori, Claudio Costamagna e Fabio Gallia, dal governo Renzi, che sulla Cdp punta molto per far ripartire il sistema Italia.
Alla Cassa è affidata anche, tra le altre cose, l'attuazione del piano per la banda larga.
Tante attività, c'è chi dice troppe, molto diverse tra loro e tutte all'interno di uno stesso contenitore, che rischiano di confondere anche potenziali partner e investitori stranieri: cosa fanno esattemente la Cdp e il suo braccio ricco e operativo?

L'impasse del fondo di turnaround: l'idea c'è, mancano i soldi

Il presidente della Cdp, Claudio Costamagna.

Di qui la necessità di mettere ordine e razionalizzare nel portafoglio della società.
Tutto però rispettando i vincoli che lo statuto pone a Fsi, come l'impossibilità di rilevare società in perdita.
Per colossi ormai decotti come l'Ilva, governo e Cdp seguiranno altre strade. Sull'acciaieria torinese dovrebbe entrare in campo il fondo di turnaround pensato dall'esecutivo proprio per salvare imprese in crisi ma considerate strategiche.
IL RUOLO DI GUERRA E VITALE. Il progetto era stato ideato da Andrea Guerra con la collaborazione del banchiere Guido Roberto Vitale – il suo studio ha fatto da advisor – ma il contributo degli investitori privati tarda ad arrivare.
Nella Cassa c'è chi fa notare, non senza malizia che, in realtà, non mancano tanto i capitali privati quanto gli uomini capaci di attirarli.
La Reuters aveva riportato qualche settimana fa l'interesse di fondi come Orlando Italy e Bridge Point Capital (per 200-300 milioni), di Oaktree e di Muzinich (per altri 100-200 milioni), ma la gran parte dei soldi arriverà da Cassa Depositi e prestiti (fino a 1 miliardo), Inail (200 milioni), Poste Vita (100 milioni), Enpam e Inarcassa (50 milioni ciascuno).
L'avvio del fondo però è stato più volte rimandato e non vedrà la luce prima del prossimo anno.

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