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CONTI PUBBLICI 1 Dicembre Dic 2015 1922 01 dicembre 2015

Pensioni, Boeri: «Chi oggi ha 35 anni prenderà il 25% in meno»

Simulazione Inps: 35enni costretti al lavoro fino al 2050. Ocse: «Ulteriori sforzi» nonostante le riforme.

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Nel 2011 il ministro Elsa Fornero, nel presentare il provvedimento del governo Monti con cui venivano deindicizzate le pensioni, recentemente bocciato dalla Corte Costituzionale, non era riuscita a pronunicare la parola «sacrificio» ed era scoppiata in lacrime. Adesso, a far piangere i pensionati e i futuri tali, ci pensano da una parte l'Ocse e dall'altra il presidente dell'Inps, Tito Boeri.
L'OCSE BACCHETTA L'ITALIA. L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, nel suo rapporto appena pubblicato «Pensions at a glance 2015», scrive infatti che nonostante tutte le riforme che hanno innalzato l'età pensionabile nel nostro Paese, «la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico richiede ulteriori sforzi negli anni a venire».
LA SIMULAZIONE DELL'INPS. Boeri invece, intervenendo qualche ora dopo alla presentazione del medesimo rapporto, ha tratteggiato il futuro previdenziale di chi oggi ha 35 anni e versa i contributi all'Inps. Ebbene: nella sua intera vita pensionistica, in media, pecepirà un importo inferiore di circa il 25% rispetto a quello goduto dalla generazione precedente, cioè dei nati intorno al 1945, pur lavorando fino a circa 70 anni. È il risultato di una simulazione sulla base di circa 5 mila lavoratori nati nel 1980.

SPESA ITALIANA PER LA PREVIDENZA DOPPIO DELLA MEDIA. Secondo i calcoli dell'Ocse, la sentenza della Consulta che ha bocciato il blocco della perequazione degli assegni avrà «un impatto sostanziale sulla spesa pubblica». Risorse che vanno ad aggiungersi a quelle che l'Italia già destina al capitolo pensioni e che ammontano al doppio della media dei Paesi Ocse.
Tra 2010 e 2015 la spesa pubblica per la previdenza è stata del 15,7% del Pil, il valore più alto dopo la Grecia, mentre la media Ocse si è attestata all'8,4%.
Allo stesso modo, i contributi previdenziali sul lavoro dipendente in Italia sono in cima alla classifica Ocse. Corrispondono complessivamente al 33% sulla retribuzione (23,81% per l'impresa, 9,19% su lavoratore) e sono i più alti in assoluto. Al secondo posto c'è la Svizzera (26,6%), al terzo la Finlandia (24,8%), al quarto la Francia (21,2%).
OCSE: «STIMOLARE GLI ANZIANI AL LAVORO». Le riforme, prima fra tutte il passaggio al sistema contributivo, consentiranno di ridurre la spesa pubblica italiana per le pensioni di circa due punti percentuali di Pil entro il 2060. Ma per l'Ocse tutto questo non basta. «Anche se la normale età pensionabile raggiungerà i 67 anni nel 2019 sia per gli uomini, sia per le donne», si legge nel rapporto dell'organizzazione, «e aumenterà automaticamente in linea con la speranza di vita a 65 anni di età dopo il 2018 [...] nel medio e lungo periodo è necessario stimolare la partecipazione dei lavoratori anziani».
Attualmente «l’età effettiva di uscita dal mercato del lavoro rimane la quarta più bassa dell’Ocse e il tasso di occupazione per i lavoratori di età tra i 60 e i 64 anni è pari a circa il 26%, contro il 45% in media dell’Ocse. Eppure molti pensionati oggi ricevono prestazioni pensionistiche relativamente generose, nonostante un basso livello di contributi versati», puntualizza l'Ocse, ricordando come in media il tasso di sostituzione netto delle pensioni rispetto al salario sia pari al 79,7%. Cioè molto superiore alla media Ocse, che corrisponde al 63%.
DAL JOBS ACT «EFFETTI POSITIVI». L'Ocse è entrata anche nel merito degli effetti del Jobs act sul mercato del lavoro.
Il provvedimento «affronta alcune criticità del mercato del lavoro» e «potrà anche migliorare la stabilità delle carriere e le prospettive di pensione dei lavoratori più vulnerabili», contribuendo a ridurre «la profonda segmentazione tra contratti temporanei e spesso precari e quelli a durata indefinita».

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