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ECONOMIA 2 Dicembre Dic 2015 0702 02 dicembre 2015

Italia, un quadro economico pieno di incognite

L'Istat rivede il Pil al ribasso. Mentre sul fronte lavorativo crescono gli inattivi. Dal calo dell'export a quello dei prestiti: i segnali di incertezza nel nostro Paese.

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Con un pizzico di acrimonia, Romano Prodi ha approfittato dell'intervista al Fatto Quotidiano per chiudere qualche in conto in sospeso con l'attuale governo.
E per dirsi sorpreso delle «dichiarazioni del ministro Padoan che, in un certo senso, mettono le mani avanti riguardo a un possibile peggioramento dell'economia».
STIME DI CRESCITA CONFERMATE. Per la cronaca, il titolare di via XX settembre ha confermato nelle scorse ore le stime di crescita fatte dall'esecutivo per il 2015 (+0,9%) e per il 2016 (+1,6).
Anche se è il premier Matteo Renzi il primo a non crederci: «Noi abbiamo fatto lo 0,7 di crescita, poi visto che le cose andavano un pò meglio abbiamo fissato lo 0,9%. Secondo me chiudiamo allo 0,8 anche se il Mef sostiene che comunque sarà lo 0,9».
Ma lo stesso Padoan lo scorso weekend aveva ripetuto quello che hanno sostenuto tutti i suoi colleghi: se l'Europa diventerà teatro di guerra, i suoi abitanti consumeranno meno e tenderanno a essere più guardinghi con i loro risparmi, gli stranieri viaggeranno poco dalle nostre parti e soprattutto investiranno ancora meno.
Troppo per un Paese come l'Italia che sta provando a drogare con politiche in deficit la sua domanda interna e che vede soltanto un quarto delle sue aziende esportare.
BRICS VERSO LA STAGNAZIONE. Prodi dice di «ritenere poco probabile che eventi pur così tragici possano avere conseguenze molto negative sull'economia».
Ricorda che l'attentato alle Torri Gemelle costò all'Italia soltanto un misero 0,1% di Pil.
Ma il professore dimentica di dire che oggi come allora la crisi economica precede i gravi fatti di terrorismo: nel 2001 il mondo pagava ancora la bolla della net-economy e quella legata alla crescita troppo repentina degli emergenti, nel 2015 invece l'Europa non riparte nonostante tutti i proclami e i Brics - Cina in testa - volgono verso la stagnazione, dopo aver retto i destini e i consumi mondiali negli anni della più grande congiuntura dell'era moderna.

Nelle scorse ore l'Istat ha finito per materializzare questa tendenza.
Nel terzo trimestre del 2015, prima degli attentati parigini, il Pil italiano è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,8 nei confronti del terzo trimestre del 2014 (un decimale in meno rispetto al +0,9 previsto). Soprattutto la crescita acquisita del Pil per il 2015 è pari a un +0,6%.
Serve nell'ultimo periodo dell'anno uno slancio, difficile da credere per un'Italia che - al di là di quello che dicono i numeri - sembra tornata in un clima di stagnazione.
AVANZO COMMERCIALE IN CALO. A novembre l'Istat, legandolo alla debolezza cinese, ha segnalato una flessione congiunturale delle esportazioni pari all'1,7%, con l'avanzo commerciale (a +3,5 miliardi di euro) in calo di quasi mezzo miliardo rispetto all'anno precedente.
Per incentivare il nuovo contratto a tutele crescenti il governo ha finanziato le imprese con oltre 5 miliardi. Soldi che in teoria avrebbero dovuto risolvere l'annoso problema del cuneo fiscale, ma che in pratica non hanno spinto le aziende a invertire la tendenza sulla disoccupazione (secondo l'Istat in calo, ma ancora saldamente all'11,5%).
PRESTITI, FLESSIONE DELLO 0,3%. L'Inps ha calcolato che sono state circa 340 mila le assunzioni a tempo indeterminato in più rispetto all’anno scorso. Ma a ben guardare soltanto un terzo sarebbero nuovi posti: per il resto siamo di fronte a importanti, ma non risolutive, stabilizzazioni.
Congelata anche la dinamica dei prestiti. Secondo la Banca d'Italia «non tornerà a crescere nella prima metà del 2016 grazie all'uscita dalla recessione». L'Abi ha comunicato che a ottobre i prestiti a famiglie e società non finanziarie sono calati a livello mensile dello 0,3%. Come già avvenuto tra settembre e agosto. Il tutto mentre le sofferenze del settore superano i 210 miliardi di euro.

Le condizioni internazionali dovrebbero indirizzare l'Italia su altri binari.
Il petrolio saldamente intorno ai 40 dollari dovrebbe ridurre la bolletta elettrica e incentivare la produzione.
Il tasso del denaro a zero dovrebbe rafforzare la dinamica dei prestiti.
OCCHI PUNTATI SU FRANCOFORTE. Il Quantitative easing di Draghi sta sostenendo il nostro debito pubblico, permettendo, come ha comunicato dal Tesoro Maria Cannata, di risparmiare 5 miliardi in interessi passivi. Soldi che potrebbero finire nel monte investimenti. Invece sta accadendo il contrario.
Anche per questo Padoan guarda con attesa a quello che accadrà giovedì 3 dicembre a Francoforte, quando Draghi potrebbe annunciare un aumento delle dimensioni del Qe, con gli acquisti che potrebbero passare da 60 a 80 miliardi al mese e che potrebbero estendersi fino al settembre del 2017.
I FINANZIAMENTI NON DECOLLANO. Finora i soldi messi in circolazione dalla Bce non sono riusciti a realizzare l'effetto sperato dal banchiere centrale italiano: dare linfa agli istituti e permettere loro di tornare a finanziare famiglie e imprese. Questa massa di denaro è rimasta nei forzieri delle banche, che devono rispondere a livelli di capitalizzazione sempre più stringenti e non riescono più a smaltire le sofferenze.
Se Draghi riuscirà a forzare la volontà delle banche sui prestiti, e se magari Jean-Claude Juncker accelererà sul piano d'investimenti (leggi grandi opere), forse l'Europa e l'Italia avranno finalmente la benzina per far partire la ripresa. Ma intanto ci sono troppi 'se' sul futuro del nostro Paese.

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