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AZIENDE 2 Dicembre Dic 2015 1458 02 dicembre 2015

Rcs, Elkann si chiama fuori dalla partita

Banche intransigenti. Azionisti in fuga. Società a picco in Borsa. Un piano industriale da inventare. E Fiat passa la patata bollente Rcs a Mediobanca.

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Laura Cioli.

Il clima è quello della catastrofe. E in Rcs è una spasmodica corsa contro il tempo per evitarla. Ma di tempo ne resta davvero poco.
Entro il 20 dicembre Laura Cioli, nuovo ad dell’azienda, deve presentare alle banche un piano industriale che ne smuova la sin qui risoluta intransigenza.
E soprattutto scongiuri il rischio di un aumento di capitale da 200 milioni di euro (sul quale per altro l’assemblea ha già dato delega) che gli azionisti rifuggono come la peste.
Per parafrasare una battuta di Diego Della Valle, «sarebbe come buttare soldi in una fornace». E l’industriale marchigiano nella fornace di via Solferino di soldi ne già buttati tanti, meno tuttavia di quanto abbia fatto la Fiat, cui ora la parola Corriere suscita la stessa reazione del vampiro che si vede agitare davanti un mazzetto di aglio.
Che fare dunque? Nessuno sa bene che pesci pigliare e si procede per tentativi, mentre la capitalizzazione di Borsa (scesa a miseri 294 milioni) quotidianamente segnala la drammaticità della crisi.
LE BANCHE SPINGONO PER LA RICAPITALIZZAZIONE. Il tentativo di portare le banche a più miti consigli non ha sortito gli effetti sperati. Banca Intesa, Ubi e Popolare di Milano non vogliono sentir ragione: Rcs deve essere ricapitalizzata oppure, in alternativa, deve vendere la controllata spagnola Unidad Editorial, che racchiude il controllo dei quotidiani El Mundo e Marca.
Solo allora il debito, considerando anche la vendita dei Libri, non desterà più preoccupazione.
A proposito dei libri: i vertici della casa editrice hanno timidamente provato a dire che i 127 milioni incassati, invece che servire alla riduzione del debito, potevano essere messi a supporto del nuovo business plan.
Niente da fare, è stata la risposta: almeno metà devono tornare nelle nostre casse.

Elkann non ha intenzione di prendersi la patata bollente

John Elkann.

Allora Maurizio Costa, grande sponsor della Cioli insieme ad Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, ha provato a ricucire i rapporti con John Elkann, che attraverso Fiat è pur sempre l’azionista di riferimento di Rcs.
Ma con l’ex uomo di Marina Berlusconi il nipote dell’Avvocato si è comportato esattamente come fece il premier Matteo Renzi con l’allora direttore generale della Rai Luigi Gubitosi: tante e insistite richieste di incontro respinte al mittente.
Insomma, Elkann, che nel frattempo ha pesantemente investito nell’Economist, ha fatto capire chiaramente che non ha alcuna intenzione di prendersi la patata bollente di via Solferino.
DELLA VALLE RESTA ALLA FINESTRA. Come dargli torto del resto? Il Cda ha reso la vita impossibile al suo amministratore delegato, Pietro Scott Jovane, fino a indurlo alle dimissioni.
E sulla direzione del Corriere non è riuscito a toccare palla.
Sapete che vi dico?, ha confidato ai suoi più stretti collaboratori, Mediobanca e Costa hanno voluto la bicicletta, ora pedalino. Insomma, caro Alberto Nagel, rimboccati le maniche e trova tu la soluzione.
La bicicletta a Costa, per altro, fu per la verità data anche da Della Valle il quale però ora, impegnato com’è a costruire il suo movimento politico tutto “cose e robe”, sulla vicenda Rcs sta alla finestra.
Così come fa Urbano Cairo, che in molti stanno tirando per la giacchetta perché rompa gli indugi e si prenda l’azienda.
NESSUN CAVALIERE BIANCO ALL'ORIZZONTE. «Non è un cattivo affare», ha detto in una recente intervista al Sole 24 Ore sul suo investimento in Rcs.
Ha ragione, infatti non è cattivo ma è pessimo, tant’è che lo scorso luglio ha dovuto svalutarlo di 6 milioni.
L’ex pupillo di Berlusconi avrebbe dunque tutto l’interesse, oltre che le capacità manageriale, di far sua l’intera posta uscendo così dalla palude in cui si trova invischiato.
Altre soluzioni non se ne vedono all’orizzonte. Nessun cavaliere bianco che venga a salvare dall’ineluttabile declino quella che un tempo era una preda ambitissima.
Ma si può pensare che la proprietà del Corriere della sera, il più venduto quotidiano italiano (che oltretutto guadagna soldi), si veda costretta a portare i libri in tribunale?
Immaginiamo che, in questi giorni frenetici, sia la domanda che i due ingegneri, Costa e Cioli, hanno rivolto ai loro interlocutori bancari sperando di smuoverne l’intransigenza.

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