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ANALISI 4 Dicembre Dic 2015 1320 04 dicembre 2015

Sharing economy, il boom in Italia ancora non si vede

Il Censis parla di exploit. Ma il modello in Italia ha un seguito ridotto: circa il 5%. Non è regolamentato. E sconta il gap culturale, oltre che economico, con gli Usa. 

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Veicoli Car2Go a Milano.

Secondo il Censis, il cui rapporto annuale è diventato un copia incolla sociologicamente motivato di umori, frustrazioni ed entusiasmi rilevabili quotidianamente su Internet, la notizia del 2015 è che l'Italia vive un letargo esistenziale collettivo.
E fin qui non si può certo obiettare granché.
L'istituto di ricerca, tuttavia, segnala che questo sonno delle possibilità possa essere risvegliato dalla sharing economy, traduzione monetizzabile dell'entusiamo e della volontà individuale, in pieno boom: «Due milioni di italiani, il 4% della popolazione, hanno utilizzato il car sharing. Tra i giovani l'8,4%, corrispondente a 940 mila persone».
IL COWORKING COINVOLGE 1,5 MLN DI OCCUPATI. E ancora: «Il coworking nell'ultimo anno ha coinvolto un milione e mezzo di occupati, il 3% della popolazione; per i giovani si arriva al 5%».
Poi c’è il crowdfunding (1,2% della popolazione l'ha usato) e persino il couchsurfing (2,5% dei millenial, i nati dopo 1980, ne è fan).
Memorizzate i dati e metteteli da parte. E guardiamo invece adesso un pezzo uscito praticamente in concomitanza su TechCrunch, bibbia dell'informazione digitale americana, che con grosso sdegno titola: «La sharing economy, la gig economy, la on demand economy non sono mai esistite, quindi smettiamola di fingere» (The On-Demand, Sharing And Gig Economies Never Existed, So Stop Pretending They Did).
IL DIBATTITO AMERICANO TRA RETORICA E LEGGI. Il pezzo prende i tre nomi e li smonta.
Uno, sharing, è solo retorica; l'altro, on-demand, è un concetto vecchio; il terzo, gig economy (economia dei lavoretti) sarebbe quello giusto, ma crea confusione su cosa sia un lavoro, specie nei politici che dovrebbero occuparsi della regolamentazione.
Alla fine, dunque, TechCrunch suggerisce di usare l’espressione 'Smart Market', mercati intelligenti: e fine di ogni illusione.
Intendiamoci, non è che si voglia fare i sofisti. Quello che interessa, al di là della correttezza dell'analisi - il couchsurfing è usato da 10 milioni di persone nel mondo e non prevede scambi di denaro; così i sistemi creative commons o l'open source: pura condivisione - è l'esistenza stessa del dibattito. Che rende immediatamente un po' ridicolo il 'boom' italiano.

Il boom è una questione di prospettive

Uber è stata fondata nel 2009.

Negli States, infatti, la on-demand economy (o sharing, o gig) è cresciuta talmente tanto che oggi c'è una app che fa qualsiasi cosa: puoi accaparrarti un posto al ristorante prenotato da altri, chiedere a un autista occasionale che ti porti a casa le compere fatte su Amazon, noleggiare la tua macchina a privati, prenotare un vicino di casa che ti monti mobili Ikea o qualcuno che venga a cucinare per te.
NEGLI USA START UP MILIARDARIE. Il gigantismo americano ha investito anche il nuovo modello fatto di tecnologia, bisogni, crisi economica, ricorso ai privati.
Il denaro dei venture capital fluisce copioso - oltre 10 start up hanno ricevuto più di 1 miliardo di dollari di finanziamenti in cinque anni -, si crede nelle possibilità delle idee, si procrastinano i problemi etico-morali-strutturali, si guarda al reddito prodotto, si incentiva il mercato, si cambiano le leggi con relativa rapidità; il tutto, ovviamente, in una società che ha sempre considerato la flessibilità (o la precarietà, a seconda dei punti di vista) un elemento fondante, con le destrutturazione evidentemente conseguenti.
MENO DI 5 MILA UTENTI PER IL 51%. In Italia tutto questo non esiste. Si fa un gran parlare di sharing economy ma la realtà dei fatti è che non solo non c'è una definizione univoca del fenomeno, ma la maggior parte delle realtà che qui funzionano e hanno cambiato la vita della gente sono importate dall'estero: Airbnb, BlaBlaCar, Car2Go.
Esistono delle società più piccole, alcune ad alta innovazione (Oxway, SuperFred, TeatroXCasa, Gnammo, MakeItApp, TimeRepublik), che stanno cercando di farsi strada, con le fatiche legate ai flussi di capitale e all'incertezza normativa che dall'oggi al domani potrebbe rendere illegale tutto quello che un imprenditore ha costruito. Poi c'è il problema dell'adesione: delle 187 piattaforme in Italia, secondo l'annuale censimento di Shareitaly, il 51% non arriva a 5 mila utenti.
D’altronde, il Censis dice che il più apprezzato dei servizi, il carsharing, in Italia è stato usato dal 4% della popolazione: 2 milioni su un totale di 57.
I numeri, insomma, bastano da soli a capire che il boom è questione di prospettive.

I due volti del dibattito: linguistico e socio-economico

Il sito di Airbnb.

La realtà è che l'Italia è ancora indietro su molte forme commerciali degli 'Smart Market': uno studio recente di Credit Swiss spiegava che la sharing economy vale meno dell'1% del Prodotto interno lordo, e che quindi si fa un gran parlare per nulla.
Funziona bene sulle iniziative dal basso e sui movimenti spontanei, basati sulla fiducia e l'empatia - la social street, i movimenti che acquisiscono spazi pubblici, la cooperazione digitale - ma langue in quelle che incrociano il mercato e le regolamentazioni.
UN PROBLEMA DI SOLDI E DI CULTURA. In parte mancano i soldi, che sono una componente cruciale per mettere su un'azienda. In parte manca una cultura di rinnovamento, anche d'impresa, che sia disposta ad accogliere i rischi del cambiamento.
Si dice spesso che Uber pop e affini potrebbero essere l'esempio di come distruggere il mercato delle professioni in Italia, citando la de-sindacalizzazione, le scorrettezze che si consentirebbero alle aziende, i problemi sulle pensioni: come se i co.co.pro, le partite Iva non siano state per 20 anni le colonne portanti del mercato del lavoro del Paese.
Come se il sindacato avesse mai fatto qualcosa - qualsiasi cosa - per quelli senza un vero contratto di categoria.
A furia di pensarci e preoccuparsi molto, insomma, il boom della sharing economy commerciale è di là da venire. Servono idee, soldi e cornici adeguate.
MANCANO LE CONDIZIONI PER IL BOOM. Il fatto che anche chi può permettersi una macchina scelga il car sharing dovrebbe far pensare: imprenditori, legislatore, consumatori. Ci sono praterie aperte.
Nel frattempo va benissimo aprire i dibattiti. Quello linguistico, per non affondare nella retorica e non renderla uno strumento di propaganda: cosa può definirsi veramente condivisione?
E quello socio-economico: le nuove corporation - dopo l'ultima raccolta fondi Uber vale circa 67 miliardi di dollari - stanno ristrutturando le nostre vite e le nostre possibilità senza che ce ne rendiamo conto? Stiamo facendoci manovrare?
Sono tutte domande da farsi. Per indirizzare i fenomeni e non subirli. Ma il rischio, in Italia, è abbastanza lontano. Prima di menzionare il boom della sharing economy - o degli Smart Market - bisognerebbe creare le condizioni per realizzarlo davvero. Altrimenti anche questi modelli andranno ad arricchire l'elenco dei treni passati, che tornano solo quando li guidano altri.

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