Chavez come il Che
SCENARIO 12 Dicembre Dic 2015 1200 12 dicembre 2015

Sud America, crollo economico e politico epocale

Venezuela, colpo al chavismo. L'Argentina archivia i Kirchner. Il Brasile molla Rousseff. Tra crisi di petrolio e materie prime, finisce il ciclo d'oro Anni 2000.

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Un murales raffigurante il volto di Chavez.

Il vento fa il suo giro in America Latina. E cambia la storia.
Le notizie che arrivano dall'altro capo dell'Atlantico sono da cesura epocale. In Venezuela, dopo 17 anni di dominio incontrastato del Partito socialista unito, l'opposizione formata da partiti di centrodestra, centro e centrosinistra raggruppata in un fronte anti-chavista ha conquistato nelle elezioni del 6 dicembre 2015 i due terzi del parlamento, aprendo una crisi politica senza precedenti nell'ultimo ventennio.
E un braccio di ferro senza eguali con il presidente Nicolas Maduro, erede senza tempra del caudillo Hugo Chavez, ma per nulla intenzionato ad arretrare nell'occupazione delle stanze del potere.
TRANSIZIONE ARGENTINA. In Argentina, dopo 12 anni, gli elettori hanno abbandonato i Kirchner e i loro eredi e il 10 dicembre ha giurato il nuovo presidente conservatore e pro mercato Mauricio Macri.
I due Paesi dell'America Latina, l'uno seduto sulle maggiori riserve petrolifere mondiali e l'altro considerato la seconda maggiore potenza del continente, sono percorsi da una crisi politica e da una transizione destinata a cambiare la mappa del potere, le strategie e i rapporti del Sud America con il mondo.
Il tutto mentre in Brasile, prima potenza regionale, per la prima volta dal 1989 è stata aperta una procedura di impeachment per mala gestione dei fondi pubblici contro la presidente Dilma Rousseff.
FINE DEI POPULISMI. Loris Zanatta, professore di Storia dell'America Latina all'Università di Bologna ed editorialista del quotidiano argentino La Naciòn, esordisce così con Lettera43.it: «Chi crede di leggere quello che sta succedendo in Venezuela e Argentina con un semplice cambiamento di posizione politica, come un passaggio dalla sinistra alla destra sbaglia. In Sud America non si chiude l'era della sinistra, si chiude l'era del populismo: i regimi populisti stanno cadendo come birilli».

Venezuela, Paese da emergente a 'sommergente'

Nicolas Maduro mostra il 'Libro azul' di Hugo Chavez.

Caracas, per un ventennio il baricentro dell'illusione della rivolucion chavista, il sogno di un socialismo latinoamericano del XXI secolo, è oggi la capitale di un Paese al collasso.
Il Venezuela, senza il carisma di Hugo Chavez - capace di fare ombra agli abusi del suo governo - si scopre semplicemente un regime autoritario, responsabile di aver portato il Paese da emergente a 'sommergente', come è stato definito dal Financial Times.
CROLLATI COL PETROLIO. Il crollo del petrolio sotto i 40 dollari, mai così in basso dal 2009, ha messo in ginocchio la ricetta chavista: proventi dell'oro nero distribuiti ai ceti in povertà e agli Stati vicini, usati per costruire consenso interno e alleanze politiche all'esterno.
Ora il Paese ha il maggiore rischio default al mondo.
La recessione, iniziata nel 2014, è destinata a bruciare solo nel 2015 tra il 7 e il 10% del Pil.
Secondo la stampa locale mancano le scorte di latte e di medicine, il mercato nero è esploso.
L'inflazione è al 100% nelle stime più ottimistiche.
I SUSSIDI NON BASTANO PIÙ. Antonella Mori, economista dell'Università Bocconi e ricercatrice del programma per l'America Latina dell'Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), spiega: «Il risultato è che anche le fasce di popolazione dipendenti in toto dai sussidi pubblici hanno smesso di credere nella propaganda governativa. E anche molti di quelli che si definiscono chavisti hanno abbandonato Maduro». Le stesse opposizioni «non si aspettavano un risultato simile». E ora hanno in mano le chiavi del Paese. Compresa la possibilità di indire un referendum per chiedere la sfiducia del presidente.




MADURO PERÒ TIRA DRITTO. Maduro ha reagito annunciando un rimpasto di governo.
E chiudendo alle richieste di amnistia per i 'prigionieri politici' incarcerati per le proteste anti governative del 2014.
Il presidente venezuelano è pronto a far nominare dall'attuale parlamento 13 nuovi giudici della Corte costituzionale, una porta in faccia agli equilibri istituzionali, e a trasformare i media statali in cooperative, piuttosto che lasciare spazio alla nuova maggioranza parlamentare.
SULL'ORLO DELLA GUERRA CIVILE. «Aveva minacciato di occupare le istituzioni in nome del popolo, è stato fatto desistere dalle forze armate», dice il professore Zanatta.
«Il Paese è ancora sull'orlo di una guerra civile. Alcune imprese italiane hanno richiamato in patria i loro dipendenti per paura di un bagno di sangue».
Secondo Zanatta è l'essenza della fine di un regime populista: «Se hai sempre governato in nome di un presunto popolo chiamando tutti gli altri 'nemici', quando ti scopri senza popolo ti trovi di fronte a una delegittimazione straordinaria».

Argentina, fine di un ciclo politico: ricetta Kirchner insostenibile

In Argentina la transizione è compiuta.
Ma il fallimento dell'erede dei Kichner, Daniel Scioli, è dovuto a dinamiche simili.
Generosi contributi da parte dello Stato, impossibilità di andarsi a finanziare sul mercato del debito, nessuna trasparenza sui tassi di inflazione reale, arrivata a punte del 40%.
ADDIO POTERE D'ACQUISTO. «I cittadini, anche quelli che hanno avuto salari e pensioni aumentate non possono più fare affidamento sul proprio potere d'acquisto», osserva l'economista Mori. «Per questo Macri ha dichiarato subito di voler essere trasparente sulle condizioni economiche del Paese».
DEBITO PER AUMENTARE I CONSUMI. Zanatta spiega che «la ricetta di Cristina Kirchner di creare debito pubblico per aumentare il consumo dei ceti medi, a cui erano destinati la maggior parte dei sussidi, si è dimostrata insostenibile».
A livello politico, dunque, sembra chiudersi un ciclo.

Brasile: consenso verso la Rousseff ai minimi storici

Dilma Rousseff, presidente del Brasile.

Anche in Brasile, che certo non si può definire un regime populista, il consenso verso la Rousseff è ai minimi, attorno al 10%.
E l'impeachment sembra l'effetto della parabola del partito dei lavoratori, ininterrottamente al potere da 12 anni.
La presidente è diventata il catalizzatore dello scontento per la corruzione endemica di cui il partito si è reso protagonista.
PURE L'ECUADOR RISCHIA. «In queste crisi così diverse c'è un tratto comune: un ritorno agli Anni 80, ai valori repubblicani, ai valori istituzionali della democrazia», commenta Zanatta.
E anche altri leader bolivaristi come Rafael Correa, il presidente dell'Ecuador, che sta cercando di cambiare la Costituzione per farsi eleggere presidente a vita, «ora rischia».
«PRIMA C'ERA IL COLPO MILITARE». «La differenza», conclude il professore, «è che prima i populismi finivano con un colpo militare che contribuiva alla mitologia del populismo come forma di sovranità del popolo. Ma fortunatamente non si tratta più di un'opzione in America Latina».

L'andamento dei prezzi delle materie prime dal 2005 a oggi (Dati Fmi).

Guai anche economici: fine del decennio d'oro dell'America Latina

C'è la fine di un ciclo politico, ma anche di un ciclo economico.
«Il crollo del prezzo del petrolio e il calo di quello delle materie prime hanno avuto un impatto forte su Venezuela e Argentina», spiega la professoressa Mori. «I dati del Fondo monetario (in tabella qui sopra) mostrano come i Paesi latinoamericani abbiano potuto sfruttare l'ascesa dei prezzi delle commodities nei primi Anni 2000: il decennio d'oro dell'America Latina».
NIENTE DIVERSIFICAZIONE. I proventi derivanti dal commercio di derrate alimentari, nel caso dell'Argentina, primo fornitore di soia al mondo, del greggio, che rappresenta l'85% dell'export del Venezuela, e dei metalli, hanno sostenuto le economie sudamericane. I governi hanno incassato, ma non hanno diversificato le loro economie. E da due anni, con il crollo dei prezzi, si sono ritrovati con le casse vuote.
Problema simile, anche se meno drammatico, per il Brasile.
MANIFATTURA TRASCURATA. «Dalla salita al potere di Lula, anche il Brasile ha 'comodizzato' la sua economia, puntando sull'export delle materie prime e trascurando la sua manifattura», dice l'economista.
Il risultato è che la potenza sudamericana è in recessione, ha un'inflazione al 10%, quando l'obiettivo della sua banca centrale è al 6,5%. E a novembre ha segnato un calo dell'export superiore all'11%, dovuto proprio al combinato disposto del crollo dei metalli industriali, di petrolio e soia.
CALO CHE DURERÀ A LUNGO. Il problema è che secondo le previsioni il calo delle commodities durerà a lungo, dice la Mori, la tendenza è strutturale.
«Il Brasile deve tornare a investire sulla manifattura, l'Argentina deve farla crescere, il Venezuela se la deve inventare», aggiunge.
DA CARACAS DIPENDE CUBA. Quella di Caracas è l'economia più disastrata, ma è anche quella da cui dipendono molti degli Stati caraibici e bolivaristi.
Il Venezuela provvede, per capirci, ai due terzi del fabbisogno energetico di Cuba attraverso il programma Petrocaribe, prestava denaro al Nicaragua, comprava anche il debito argentino.
Dove non arrivano i cambiamenti politici, dunque potrebbero arrivare quelli economici.
«L'era dei nemici del mercato è finita», chiude Zanatta.
«L'Argentina della Kirchner era la grande oppositrice al trattato di libero scambio tra Ue e Mercosur», spiega Mori. «Oggi quell'accordo potrebbe essere più facile».

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