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GIUSTIZIA 14 Dicembre Dic 2015 1658 14 dicembre 2015

Parmalat-Ciappazzi, Arpe chiede la revisione del processo

I legali del banchiere: «Un nuovo documento prova la sua totale estraneità». Intanto la corte d'Appello di Bologna riduce le condanne. Annunciato il ricorso in Cassazione.

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Matteo Arpe.

La corte d'Appello di Bologna, nell'ambito del processo bis per la vendita delle acque minerali Ciappazzi, ha ridotto le pene per Cesare Geronzi e Matteo Arpe, che erano state annullate con rinvio dalla Cassazione nel 2014.
I giudici hanno accolto le richieste del procuratore generale e hanno rideterminato le condanne a loro carico rispettivamente a quattro anni e mezzo e tre anni e mezzo di reclusione.
Ma la parola fine alla complessa vicenda giudiziaria, nata dall'inchiesta sul crac Parmalat del 2003, non è ancora stata scritta.
ISTANZA DI REVISIONE E RICORSO IN CASSAZIONE. Matteo Arpe, amministratore delegato del gruppo Sator (primo azionista di News3.0, società editrice di Lettera43.it), attraverso i suoi legali Domenico Pulitanò e Valerio Onida ha infatti presentato un'istanza di revisione dell'intero processo presso la corte d'Appello di Ancona, e ha annunciato ricorso in Cassazione.
La richiesta si fonda su una serie di nuovi riscontri e documenti, che secondo la difesa «fanno cadere del tutto le presunzioni sulle quali è stato costruito l’intero impianto accusatorio nei confronti di Matteo Arpe, provando così la sua totale estraneità».
«FINANZIAMENTO DELIBERATO IN SUA ASSENZA». Nell'istanza di revisione, in particolare, si fa presente come Arpe, all'epoca dei fatti, ricoprisse da pochi mesi la carica di direttore generale di Capitalia e si fosse sempre opposto al finanziamento con cui Parmalat poi acquistò le acque siciliane del gruppo Ciarrapico.
Il finanziamento stesso, affermano i legali, fu deliberato in sua assenza.
«FU AUTORIZZATO DAL COMITATO CREDITI». Ma la prova decisiva che scagionerebbe Arpe è un nuovo documento, rinvenuto dopo la conclusione del primo processo. Esso «prova che la lettera firmata dal dottor Arpe in qualità di direttore generale di Capitalia, ritenuta dai giudici unica condotta penalmente rilevante a suo carico, non costituiva affatto l’autorizzazione al finanziamento di Parmalat, ma la mera vincolata trasmissione di quanto deliberato dall’organo competente, il Comitato Crediti di Capitalia, in assenza del dottor Arpe», precisa un portavoce del banchiere.

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