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BASSA MAREA 16 Dicembre Dic 2015 0901 16 dicembre 2015

L'erosione del risparmio? Fa paura ed è perfettamente legale

Monta il coro «mai più una Banca Etruria». Ma il vero guaio è il calo dei rendimenti. Figlio delle politiche monetarie friedmaniane.

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La sede centrale di Banca Etruria ad Arezzo.

E adesso tutti vogliono proteggere i risparmiatori, al grido di «mai più una Banca Etruria!».
Dimenticando che da vari anni, dopo la grande crisi finanziaria del 2007-2008 ai cui ritmi ancora balliamo e balleremo ancora lungo, in America e in Europa, sono i risparmiatori per precisa scelta della politica e delle banche centrali, in parte inevitabile va detto ma non per questo meno dura, a sopportare uno dei pesi maggiori del tentativo di risanamento.
Con la sistematica organizzata e legale “scrematura” dei loro risparmi.
INDEBITAMENTO AL TOP DA 200 ANNI. Non è la prima volta che succede, si chiama financial repression e questa volta si fa particolarmente sentire perché nel complesso l’economia non cresce o cresce poco. E poiché il livello complessivo di indebitamento pubblico e privato, di imprese famiglie e Stati, è al massimo o quasi degli ultimi 200 anni. Secondo un recente studio di Carmen M. Reinhart di Harvard e Maria B. Sbrancia dell’Fmi, è prudente prevedere che la “scrematura” durerà ancora.
Ha risvegliato profondi timori anche in Italia il caso drammatico della Banca dell’Etruria e degli altri tre istituti finiti sul lastrico dopo che tra gli espedienti per salvarsi c’è stata anche la collocazione di spazzatura (“ottimo rendimento sicuro, signor Rossi!”) a circa 10 mila clienti dei quali circa 1.000 hanno perso tutto quanto avevano presso gli istituti, in vari casi proprio tutto quanto avevano.
NON SPAVENTANO SOLO LE PRATICHE ILLEGALI. Ad Arezzo senz’altro - e forse anche a Jesi, Ferrara e Chieti - ci sono stati anche veri imbrogli ai risparmiatori, oltre a una conduzione pessima dei quattro istituti, Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti. Pessimi e ben maggiori esempi di mala banca ancora da risolvere li offrono il Monte dei Paschi e la genovese Carige.
Ma anche al di fuori di tutto questo, che rasenta la criminalità e a volte lo è, i risparmiatori dovrebbero preoccuparsi. Perché è in atto da qualche anno una “tosatura” con pochi confronti del loro prezioso manto, e tutto è perfettamente legale.
Il nostro Paese era rimasto relativamente al riparo, nel 2008 e dopo, dalla grande ondata di disastri provocata dalla crisi finanziaria, di matrice american-anglosassone soprattutto, ma che aveva coinvolto e pesantemente anche molti istituti europei.
DEBITO CREATO DA 'PRODOTTI DINAMITE'. La crisi di sette anni fa è una crisi da eccesso di debito, creato in parte grazie a prodotti finanziari “nuovi” rivelatisi in genere dinamite.
Grandi utili a chi era riuscito a piazzarli, esplosivo per chi se li è trovati in cassa all’ora della verità.
Le banche italiane non ci avevano creduto molto (qualcuno ha detto, e non del tutto a torto, perché pochi ai vertici della finanza italiana capiscono bene l’inglese) ne hanno comperati e piazzati pochi, e Roma non ha dovuto svenarsi come invece hanno dovuto fare Berlino, Parigi, L’Aia, Bruxelles, Madrid, per non parlare di Londra e Washington, per salvare il salvabile.

Il denaro a basso costo ne riduce la remunerazione

Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea (Bce).

Il nostro problema non è stata allora la nuova finanza, ma erano allora e sono oggi i crediti inesigibili, i mutui e i fidi dati cioè senza sufficienti garanzie. È la “finanza di relazione” dove siamo maestri (anche i tedeschi non scherzano).
La financial repression è un’altra cosa: si tratta di rendimenti reali inferiori all’inflazione. La politica del costo bassissimo del denaro, per aiutare il sistema e le banche soprattutto, è la premessa della financial repression perché si trasforma in bassissima remunerazione del denaro.
RENDIMENTI VICINI ALLO ZERO. Oggi la Cassa Depositi e Prestiti, roccaforte del risparmio postale e da sempre in passato tutela dei “piccoli”, offre su alcune tipologie di libretti un massimo dello 0,75%. Su 10 mila euro (vincolati a 365 giorni, si badi) vengono riconosciuti 75 euro di interessi lordi. Netti con l’aliquota al 26% diventano 55,5.
In più si paga il 2 per mille di bollo, pari a 20 euro. Restano netti 35,5 euro, pari allo 0,35%. Perfetta financial repression.
Le banche non remunerano più la liquidità. Offrono titoli di Stato che rendono pochissimo e obbligazioni private in genere strutturate, che offrono ad esempio il 3% per i primi due anni, tassi legati a una serie di variabili per i successivi, e penalità per vendita anticipata dei titoli rispetto alla scadenza. Difficile che le variabili prevedano ipotesi destinate a favorire il cliente.
IL RITORNO DELLA FINANCIAL REPRESSION. «John Bull può sopportare molte cose ma non riesce a sopportare il 2%», dice un aforisma di Walter Bagehot, il grande giornalista economico inglese dell’800, che così ritraeva il disgusto del risparmiatore inglese per i tassi troppo bassi. Oggi siamo allo zero, ma nei suoi tre secoli di storia, ad esempio, la Banca d’Inghilterra non è mai scesa molto sotto il 2%.
Eppure anche in passato c’è stata financial repression, perché ciò che conta sono i tassi reali, tolta l’inflazione. E la grande stagione della financial repression, dice il citato studio Fmi, è coincisa con gli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, quando Stati Uniti per primi, Paesi europei con in testa Francia e Italia hanno sistemato i conti in questo modo.
In media, dice lo studio Fmi, i tassi reali sono stati negativi del 6,6% in Francia dal 1945 al 1980, del 4,6 in Italia, dello 0,3 negli Stati Uniti. Con il 1980 la stagione è finita, per riaprirsi 30 anni dopo. Ma erano anni di forte crescita e molto si compensava.
L'UNICA RISORSA È AUMENTARE IL RISPARMIO. Adesso, con la bassa crescita, l’unica risorsa per chi può è aumentare il risparmio, e aggiungere di tasca propria quello che non riconosce la banca.
«Indebitati ora, e paga dopo» era il motto fino a 10 anni fa. «Risparmia ora, piuttosto che fare la fame dopo» è il motto adesso. Se il risparmio non è remunerato ci sono due vie: o bruciarselo a donnine e champagne, o aumentarlo in proprio, per chi può.
Questo spiega, osservava già cinque anni fa l’Economist, la notevole reticenza a investire che segna gli anni del dopo-crisi.
Chissà, forse i nostri banchieri centrali, e anche l’ottimo Draghi, stanno seguendo il libro sbagliato, che poi è quello di Milton Friedman. Più diminuiscono il costo del denaro, e meno ne circola.
In fondo il denaro ha sì un prezzo, e quindi abbassando il prezzo dovrebbe circolare di più, ma non è una merce come tutte le altre. E i risparmiatori lo sanno.

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