Protesta Rispamatori Contro 151210134735
STORIA 17 Dicembre Dic 2015 0800 17 dicembre 2015

Banche italiane, oltre un secolo di scandali

Il primo scandalo fu nel 1892. Poi vennero la Bis e l'Ambrosiano. La BpL ed Mps. Viaggio negli intrighi finanziari italiani. Tra fallimenti e operazioni al limite.

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Protesta dei rispamatori contro il decreto Salva banche

Il governo ha trovato il modo di pensare a loro. Quattro banche, (Banca Marche, le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti, Banca Popolare dell’Etruria) sono state salvate a un passo dal fallimento.
Da un punto di vista strettamente tecnico, non si tratta proprio di un salvataggio di Stato, poiché i quasi 4 miliardi di euro necessari a coprire la voragine dei conti saranno indennizzati da altre banche.
A lui, Luigino D’Angelo, pensionato di Civitavecchia, nessuno ha pensato per tempo. L’azzeramento di una vita di risparmi (110 mila euro), il sentirsi truffato, ridicolizzato ha portato l’uomo al suicidio.
L'UE CONTRO IL GOVERNO. Ora il problema riguarda circa 130 mila famiglie cui Matteo Renzi ha promesso degli spiccioli di risarcimento, rispetto al capitale investito (e perduto), pur di salvare la faccia dell’esecutivo.
Nonostante la dichiarazione stonata, per usare un eufemismo, del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, «è una misura umanitaria volta a tutelare le fasce deboli dei risparmiatori, non ha nulla a che vedere con l'operazione finanziaria in quanto tale».
L’Unione europea non sembra, però, pensarla allo stesso modo. Basta ascoltare la durezza delle parole con cui il commissario Ue ai servizi finanziari, Jonathan Hill, liquida il decreto: «Le quattro banche salvate vendevano prodotti inadatti. Il governo italiano è responsabile».
UN RAPPORTO CONTROVERSO. La storia del nostro Paese vive, dall’Unità d’Italia, un rapporto controverso con gli istituti di credito, costellato da una lunga serie di scandali, fallimenti e operazioni al limite della legalità.
È alla fine del 1892, per esempio, che deflagra il caso della Banca Romana. Alla Camera (presidente Giovanni Giolitti) si discute la proroga, di sei anni, mirata a concedere, ad alcune banche sparse sul territorio del Regno, la possibilità di stampare moneta per conto dello Stato stesso. Nel tipico stile italiano voci, malignità, allusioni e insinuazioni risuonano e accompagnano i lavori.
Giolitti, per frenare l’onda delle pressioni sempre più insopportabili, decide di imporre un’ispezione capillare per tutti gli istituti coinvolti. Verso la fine di gennaio, una volta terminati gli accertamenti, si evidenzia una gestione “allegra” da parte della Banca Romana che, autorizzata a stampare circa 60 milioni di lire, fa circolare, abusando del mandato, un volume quasi doppio di milioni con identici numeri di serie.
LA NASCITA DELLA BANCA D'ITALIA. Si tratta di banconote assolutamente regolari cui vengono apposti numeri di serie di vent’anni prima, quando la banca faceva parte dello Stato Pontificio.
Fanno scalpore gli arresti del senatore Bernardo Tanlongo (governatore della banca) e dell’amministratore, barone Michele Lazzaroni.
Lo scandalo causa un tale sconquasso nell’opinione pubblica che il governo è costretto dapprima a mettere in liquidazione la banca e, successivamente, a istituire, dal primo gennaio 1894, la Banca d’Italia.

Il fallimento della Banca di sconto

Michele Sindona.

Non meno rumore provoca, solo qualche anno dopo, il fallimento della Banca di sconto (Bis) nata in precisa contrapposizione alla Banca commerciale e al Credito italiano (fondate con capitali stranieri) a cavallo della “Grande guerra”.
I FINANZIAMENTI A FIAT E ANSALDO. Agli interventisti dell’epoca serviva, necessariamente, un gruppo che non fosse legato alla Germania (Commerciale e Credito italiano vantavano, all’atto della creazione, capitali di ebrei tedeschi).
Alla presidenza viene nominato un uomo di prestigio, Guglielmo Marconi.
La Bis risulta essere la principale finanziatrice di quelle imprese capaci di convertirsi alla produzione bellica, come la Fiat di Torino e l’Ansaldo di Genova.
Alla fine della guerra l’assenza di un mercato civile crea problemi di liquidità e competitività.
IL PARALLELO COL SALVABANCHE. Se Fiat riesce a salvarsi acquistando la maggioranza del Credito Italiano, l'Ansaldo, del finanziere napoletano Ferdinando Maria Perrone, molto indebitata con la Bis, tenta di mettere le mani sull’altro istituto di credito, la Banca Commerciale Italiana, senza riuscirci.
Qui si sviluppa il parallelo con il “salvabanche” di Renzi. Salvare l’Ansaldo oppure la Bis? Salvare diverse migliaia di posti di lavoro oppure un solo scaltro speculatore?
Anche in quest'occasione a pagare il conto sono i 500 mila risparmiatori che hanno creduto nella Bis.
Anche in quest'occasione a pagare sono i cittadini italiani: da questa esperienza nasce l’Iri.
IL CASO SINDONA. Veniamo al dopoguerra. Dopo un periodo di apparente tranquillità, alla metà degli Anni 70, iperinflazione, tensioni sociali e terrorismo creano una miscela esplosiva che lo Stato cerca di disinnescare.
In questo clima ancora colmo di paura e tensione, il banchiere siciliano, Michele Sindona, continua le sue redditizie speculazioni finanziarie collegando politica, Vaticano, massoneria e mafia.
Arrestato negli Stati Uniti per il crac della Franklin Bank viene estradato in Italia in seguito all’accusa di essere il mandante del delitto Ambrosoli, liquidatore di uno dei suoi istituti.
Nonostante sia guardato a vista nel supercarcere di Voghera morirà dopo aver bevuto un caffè corretto al cianuro. Omicidio o suicidio?
Sulle tracce di Sindona i giudici milanesi scoprono l’esistenza della Loggia massonica denominata P2, nonché i legami esistenti tra il finanziere siciliano e Roberto Calvi.

La vicenda Calvi e lo Ior sullo sfondo

Roberto Calvi.

Un’altra morte misteriosa. Un altro banchiere. Un nuovo scandalo, quello del Banco Ambrosiano.
Come per Sindona, anche la vicenda Calvi vede sullo sfondo un protagonista: lo Ior, la banca vaticana, guidata all’epoca da monsignor Paul Marcinkus.
Dopo la misteriosa morte di Roberto Calvi, avvenuta a Londra il 18 giugno 1982 la Banca d’Italia impone un’improvvisa accelerazione. Dalle ceneri del vecchio Banco (debiti accertati superiori a 4 mila miliardi di vecchie lire) ne sorge uno nuovo con la partecipazione del sistema bancario.
Le quote sono così ripartite: Banca popolare di Milano con il 20%, Bnl 16,70%, Imi 16,65%, Istituto Bancario San Paolo di Torino 16,65%, Banca agricola commerciale di Reggio Emilia, successivamente Credem 10%, Banca San Paolo di Brescia 10%, Credito Romagnolo 10%.
LO SCANDALO BANCOPOLI. Alla guida del Nuovo Banco è nominato Giovanni Bazoli, uomo di fiducia del ministro del Tesoro, Nino Andreatta. Ancora una volta per salvare i correntisti si sacrificano i vecchi azionisti.
Nel rapporto tra istituti di credito italiani e risparmiatori non mancano, nell’estate del 2005, pagine al limite del grottesco. Peccato che a subire il danno più grave, ancora una volta, siano stati i risparmi depositati da moltissimi correntisti presso gli sportelli della Banca Popolare di Lodi. Giampiero Fiorani, numero uno di BpL, all’interno dello scandalo definito “Bancopoli”, ammette spontaneamente davanti ai magistrati di aver spalmato le perdite sui conti correnti aumentando le commissioni di deposito.
Nel settembre dello stesso anno è costretto alle dimissioni a causa dell’azione della procura di Milano che lo accusa dei reati di aggiotaggio, insider trading e ostacolo all'esercizio delle funzioni degli organi di vigilanza.
L'ARRESTO DI FIORANI. Il 13 dicembre 2005 Fiorani e due ex dirigenti della Banca Popolare di Lodi vengono arrestati con l'accusa di “associazione per delinquere finalizzata all’appropriazione indebita”. Fiorani ottiene, a maggio, il patteggiamento a tre anni e tre mesi per associazione a delinquere, truffa e appropriazione indebita. Il 28 maggio 2011 viene condannato in primo grado a un anno e otto mesi per i reati di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza della commissione di controllo sulle operazioni bancarie. Un anno dopo, il 28 maggio 2012, la condanna si riduce in appello a 12 mesi. Per quanto riguarda, invece, il tentativo di scalata ad Antonveneta il processo si conclude con una condanna definitiva a tre anni e sei mesi.
Parallelamente giunge a compimento la centenaria storia del Monte dei Paschi di Siena. Nel mirino della magistratura, dopo una lunga indagine, finiscono nomi importanti di manager della banca toscana (spiccano fra tutti quelli dell’ex presidente Giuseppe Mussari e dell’ex direttore generale Antonio Vigni e di Gianluca Baldassarri, responsabile della finanza, poi arrestato). I reati contestati sono manipolazione dei mercati e ostacolo alle attività di vigilanza.
ANTONVENETA E L'OMBRA TANGENTI. Tutto parte nell’agosto del 2007 quando il Banco de Santander acquista Banca Antonveneta per 6,3 miliardi nell’ambito della scalata ad Abn Amro. Meno di tre mesi dopo la banca con sede a Padova viene ceduta a Mps.
E qui, tra costo d’acquisto e oneri vari, il prezzo pagato vola vicino alla stratosferica cifra di 17 miliardi.
Perché pagare un prezzo tanto alto? I magistrati sospettano che il costo maggiorato, chiamiamola pure plusvalenza, servisse per pagare tangenti sia in Italia sia in Spagna.

Lo scandalo Mps investe la politica italiana

Giuseppe Mussari.

A questo filone d’inchiesta se ne apre uno parallelo che riguarda i contratti derivati sottoscritti con Nomura e Deutsche Bank che, sempre a giudizio della procura, erano utili per edulcorare bilanci in affanno a causa dell’acquisto di Antonveneta.
Lo scandalo investe quasi contemporaneamente anche la politica italiana. Perché? Molto semplicemente perché Mps è “patrimonio” della Fondazione Mps.
Chi guida la Fondazione? All’epoca dei fatti, lo statuto prevedeva che Comune di Siena e Provincia nominassero 13 componenti su 16 della deputazione generale. Da sempre, a Siena, è forte e sentita l’egemonia rossa.
L'INCHIESTA DERIVATI. Pci, Pds, Ds e poi Pd hanno controllato le due principali istituzioni del territorio. Di qui il sospetto che decidessero, attraverso le ramificazioni locali, le strategie della banca in un gioco di specchi e di aiuti reciproci, per anni tacitamente accettato.
Il 31 ottobre 2014 si conclude il processo riguardo al filone dell'inchiesta “derivati”. Tutti gli imputati vengono condannati a tre anni e sei mesi di reclusione ciascuno. Con l'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni di Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gialuca Baldassarri, per ostacolo all'Autorità di vigilanza.
Tuttavia, la Procura di Siena non ha finito il proprio lavoro. Resta ancora aperto il caso della “banda”. O meglio della 'banda del 5%'. Si tratta, come spiega l’Espresso, di un gruppo ristretto di persone che, tra il 2009 e il 2011, avrebbe messo mano su decine di miliardi di euro, muovendo oltre 100 milioni al giorno. Su ogni operazione finanziaria (in estrema sintesi), la banda tratteneva per sé il 5%.
LA BANDA DEL 5%. Il castello di carta crolla il 28 luglio 2011 quando un membro della “banda” invia una lettera anonima alla Consob. Si fanno i nomi di Baldassarri, Mussari, Vigni e di tutte le persone coinvolte in queste operazioni compiute ai danni di Mps. Nella primavera del 2012 arriva l'ispezione di Bankitalia.
Quella che era considerata una delle realtà più forti e solide del Paese scopre il suo vero volto. Sono poco meno di 5 miliardi i debiti di Mps. Alessandro Profumo diventa nuovo presidente. Parte, quasi immediatamente, il piano di riorganizzazione sul territorio.
Si parla di poco più di 4.500 licenziamenti e 400 filiali chiuse entro il 2015. A causa della drammatica situazione dei conti, Mario Monti è obbligato a intervenire attraverso i celebri “Monti-bond” nel febbraio 2013.
MANCA UNA STRATEGIA DI SISTEMA. Il rapporto di fiducia tra Stato, banche e cittadini non è mai stato così scricchiolante. Non sarà certo la lettera aperta di Roberto Nicastro (alla guida di tutte e quattro le banche ponte create dal decreto del 22 novembre) a consolare coloro che, nel giro di pochissimo tempo, hanno visto azzerati i risparmi di una vita. A favore, peraltro, dei soliti noti.
Al governo, apparentemente impegnato a promuovere la stagione delle riforme, sembra sfuggire l’incipit dell’art. 47 della Costituzione: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito».
I nostri governanti, non fa eccezione Renzi, vivono perennemente nell’angoscia di affrontare l’emergenza che verrà. Può palesarsi con nomi diversi: eventi climatici, terremoti, lavoro, immigrazione, oppure come in questo caso banche.
La risposta avrà, al solito, le caratteristiche dell’inadeguatezza poiché non sviluppata nell’ottica di una strategia di sistema capace di tutelare anche i sacrifici dei risparmiatori.

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