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ECONOMIA 18 Dicembre Dic 2015 0920 18 dicembre 2015

Russia, l'economia ora dà segnali di risveglio

Dalla Borsa alla produttività delle imprese: Mosca si mette la crisi alle spalle. Merito anche delle sanzioni. E col petrolio in salita le casse statali respirano.

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Il presidente russo Vladimir Putin.

Vladimir Putin gongola davanti a 1.400 giornalisti di casa e stranieri: «Il picco della crisi economica è passato. Vediamo segni di stabilizzazione».
Le sanzioni dei Paesi occidentali alla Russia hanno ottenuto l'effetto contrario a quello desiderato: non hanno messo in ginocchio il Paese (già profondamente in crisi prima dell'intervento in Ucraina) e hanno dato una scossa a un'economia troppo legata al petrolio e da sempre vittima di una bassa domanda interna.
L'OTTIMISMO DI PUTIN. I numeri per Mosca restano impressionanti: a fine 2015 il rapporto deficit/Pil soltanto per miracolo non supererà il 3%, nonostante i 4,5 punti di crescita evaporati già dall'inizio dell'anno. Il rublo ha dimezzato il suo valore e l'interscambio con la Ue è calato di 100 miliardi.
Detto questo Putin e i principali analisti sono più ottimisti: la caduta è stata interrotta (e c'è già chi parla di un timido rimbalzo per il 2016), mentre il Paese è tornato al centro dello scacchiere internazionale, vuoi per l'intervento in Siria vuoi per il lancio del gasdotto North Stream II per portare metano in Europa.
Un nuovo clima dimostrato anche dal fatto che al Consiglio europeo in corso a Bruxelles l'Italia è riuscita a spingere i partner a ridiscutere sull'estensione delle sanzioni fino alla prima metà dell'anno prossimo.
IL PESO DEI FLUSSI PETROLIFERI. La comunità internazionale reclama riforme. Lo stesso Putin ammette che «sarà probabilmente necessario rivedere il bilancio del 2016, definito con la previsione di un costo del petrolio di 50 dollari al barile».
Dossier da gestire con estrema cautela, visto che è alto il rischio di tagliare il welfare. Ma intanto il governo scommette su un nuovo assetto geopolitico, non a caso il presidente accelera su un'area di libero scambio con la Cina da lanciare nell'estate del 2016 e promette «massima collaborazione» con il prossimo presidente americano.
Ma più che al futuro bisogna guardare a quanto successo dall'inizio della crisi ucraina per comprendere che cosa hanno innescato le sanzioni in un contesto comunque tecnologicamente arretrato e strettamente legato ai flussi petroliferi.
LA CRESCITA DELL'EXPORT. Innanzittutto il crollo del rublo (tamponato dalla locale banca centrale già prima della crisi ucraina) ha avuto l'effetto di rendere più appetibili le produzioni locali (l'export dei beni a valore aggiunto è schizzato sopra il 5%) e rendere più remunerative le speculazioni finanziarie.
Infatti la capitalizzazione di Borsa, in controtendenza, è cresciuta oltre ogni previsione, anche per gli alti interessi legati ai prestiti obbligazionali delle imprese. Intanto la rivalutazione del dollaro, in combinato disposto con la debolezza della moneta locale, ha portato le riserve valutarie della Russia in oro a sfiorare i 370 miliardi di dollari.
Ma le maggiori sorprese sono legate soprattutto al blocco delle importazioni. Come nell'America uscita dalla crisi dei subprime, la necessità di prodursi beni in proprio ha finito per rendere più produttivi e più concorrenziali settori come l'engineering, la petrolchimica, l'industria leggera, la farmaceutica e l'agricoltura, considerati poco remunerativi e finora poco efficienti.
In quest'ottica le cose possono soltanto migliorare con una Russia di nuovo saldamente nello scenario internazionale e con un leggero rialzo del prezzo del greggio.

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