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AZIENDE 26 Dicembre Dic 2015 1145 26 dicembre 2015

Shell, le grane giudiziarie di un gigante in difficoltà

Il taglio di 2 miliardi agli investimenti. Gli esuberi. Ora anche il verdetto dell'Aja. Che fa tremare l'azienda per i disastri in Nigeria. Una vicenda iniziata nel 2008.

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La regione di Bodo, sul delta del Niger.

Alla vigilia della fusione con Bg Group, per la Shell arriva una sentenza storica. E con essa brutte notizie.
Se il 2015 è iniziato con un accordo che costringeva la società anglo-olandese a pagare oltre 70 milioni di euro agli abitanti di Bodo, regione del delta del Niger, a titolo di risarcimento per alcune fuoriuscite di petrolio verificatesi nel 2008, l’anno chiude anche peggio.
UNA SENTENZA STORICA. La multinazionale, infatti, potrà essere giudicata da un tribunale olandese per disastri ambientali e infrazioni ai diritti umani in Nigeria. Un verdetto storico, perché per la prima volta a sentenziare su quanto avvenuto in Africa ci saranno giudici olandesi e tutto accadrà davanti all’opinione pubblica olandese.
E soprattutto perché questa sentenza rappresenta un precedente giurisdizionale e apre la strada alle richieste di risarcimento nei confronti della società madre, la Royal Dutch Shell, e di tutte quelle compagnie petrolifere che operano nel mondo.
Tutte potrebbero essere chiamate a rispondere di eventuali negligenze non più solo nei Paesi dove operano, ma anche in quelli dove hanno sede.
LA FUSIONE CON BG GROUP. Il tutto avviene alla vigilia della fusione su cui gli azionisti della multinazionale e di Bg dovrebbero pronunciarsi a gennaio. Tra l’altro la società, causa il declino del prezzo del petrolio, ha tagliato da 35 a 33 miliardi di dollari gli investimenti previsti per il 2016 e ha già annunciato che, subito dopo aver rilevato per 47 miliardi di sterline Bg, intende chiudere 2.800 posti di lavoro.
Il 18 dicembre la Corte d’appello dell’Aja ha stabilito che la Royal Dutch Shell potrà essere citata in giudizio davanti a un tribunale olandese per le fuoriuscite di petrolio della Shell Petroleum Development Company of Nigeria Ltd (sua sussidiaria in Nigeria) che hanno inquinato il delta del Niger.
Con questa sentenza la Corte ha accolto le istanze di quattro contadini e pescatori nigeriani che, sostenuti dall’associazione ‘Friends of the Earth Netherlands’, chiedevano di portare la multinazionale davanti a un tribunale olandese perché rispondesse di disastri ambientali e infrazioni ai diritti umani.
UNA BATTAGLIA INIZIATA NEL 2008. La battaglia legale è iniziata nel 2008: cinque contadini sostenevano che le continue fuoriuscite di petrolio nella regione del delta del Niger avessero reso improduttivi terreni e corsi d’acqua, con una conseguenza notevole sui loro guadagni.
Nel 2013 un tribunale olandese ha accolto una sola istanza, quella di un nigeriano che chiedeva il risarcimento alla Spdc (compagnia controllata da Shell) respingendo quindi le altre quattro, quelle presentate contro la società madre (la Royal Dutch Shell) da Friday Alfred Akpan, Barizaa Dooh, Alali Efanga e Fidelis Oguru, provenienti da tre diversi villaggi.
Per i giudici la società madre non poteva essere considerata responsabile per gli sversamenti di petrolio della sua sussidiaria.

La parola passa ai tribunali olandesi

Uno stabilimento Shell in Nigeria.

Dal canto suo, Shell ha sempre sostenuto che le perdite non fossero dovute alla negligenza dell’azienda, ma ai sabotaggi.
Quei quattro contadini, però, non si sono arresi e hanno fatto ricorso in appello. Vincendo la prima battaglia.
Già, perché ora la parola passerà ai tribunali olandesi. E la Shell, che si è detta amareggiata per questa decisione, dovrà mettere a disposizione tutti documenti interni relativi agli sversamenti e al conseguente inquinamento dell’area. La decisione è stata invece accolta con soddisfazione dalle associazione ambientaliste olandesi.
LA DENUNCIA DI AMNESTY INTERNATIONAL. A novembre Amnesty International e l’ong nigeriana Cehrd hanno pubblicato un rapporto sulle mancate bonifiche del delta del fiume Niger.
I dati ufficiali della Shell parlano di 1.693 fuoriuscite di greggio dal 2007, ma il sospetto è che siano di più, considerando che in Nigeria la Shell gestisce 50 campi di petrolio e 5 mila chilometri di oleodotti, molti dei quali in cattivo stato.
Dal 2011 la multinazionale ha promesso di bonificare i terreni inquinati nell’Ogoniland segnalati dall’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, ma secondo quanto emerso dalle indagini di Amnesty, su 15 zone visitate fra luglio e settembre 2015, tredici sono ancora “inquinate o contaminate”.
Questo nonostante la Shell e il governo nigeriano affermino il contrario.
L’ACCORDO DA 70 MILIONI. Altre operazioni di bonifica sono state annunciate a gennaio scorso, quando la Royal Dutch Shell (in seguito a un’azione legale nel Regno Unito) ha dovuto accettare un accordo extragiudiziale e, quindi, pagare 55 milioni di sterline (circa 70 milioni di euro), a titolo di risarcimento alla comunità di Bodo, che attendeva da sei anni.
Migliaia le persone che, a causa degli sversamenti, non avevano più potuto procurarsi mezzi di sostentamento.
Shell ha ammesso che le due fuoriuscite di petrolio del 2008 a Bodo sono state causate dal cattivo funzionamento degli impianti, ma ha anche dichiarato che la quantità di petrolio dispersa nell’ambiente era di 4 mila barili.
Eppure, secondo Amnesty International, si tratta di almeno 240 mila barili.
L'ANALISI DEI FILMATI. L’organizzazione per la difesa dei diritti umani, infatti, ricorrendo a un’analisi dei filmati della prima fuoriuscita, ha calcolato che solamente nel primo sversamento i barili di petrolio dispersi sono stati oltre 100 mila.
A gennaio, con l’accordo economico, la multinazionale ha evitato il processo davanti a un tribunale londinese.
In Olanda le cose potrebbero andare diversamente.

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