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FINANZA 4 Gennaio Gen 2016 2327 04 gennaio 2016

Borse cinesi di nuovo a picco: perché sono in crisi

Shanghai e Shenzhen crollano e trascinano in basso i listini occidentali. Yuan ai minimi, quinto calo consecutivo della produzione, in scadenza il divieto di vendere azioni per chi possiede più del 5% di un titolo.

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Lunedì nero per le borse mondiali, trascinate in basso dal crollo di Shanghai e Shanzhen.

La Cina torna a spaventare l'economia globale, in un lunedì nero in cui l'Europa ha bruciato 264 miliardi di euro e Wall Street ha registrato la peggiore apertura dal 1932. A peggiorare il quadro, alimentando l'incertezza, ci sono i nuovi venti di guerra in Medio Oriente, che adesso soffiano direttamente fra l'Arabia Saudita e l'Iran.
Insomma, il 2016 dei mercati finanziari è partito decisamente col piede sbagliato.
Chiudere in anticipo di circa 90 minuti le Borse di Shanghai e di Shenzhen, nel momento in cui facevano segnare rispettivamente -6,8 e -8,2%, non è servito a evitare il crollo.
VENERDÌ 8 SCADE IL DIVIETO DI VENDERE AZIONI. Gli investitori hanno reagito così ai nuovi dati del settore manifatturiero cinese, in contrazione per il quinto mese consecutivo. Probabilmente, però, sulle loro decisioni ha influito anche l'imminente scadenza del divieto posto da Pechino sulla vendita di azioni per chiunque possieda più del 5% di un determinato titolo. Una misura d'emergenza introdotta l’8 luglio 2015 allo scopo di puntellare le Borse, che negli ultimi sei mesi ha consentito a Shanghai di recuperare il 10% e a Shenzhen di crescere del 65%. Venerdì 8 gennaio, però, il paracadute governativo si chiuderà e i mercati hanno già fiutato il pericolo di una maggiore volatilità.
LA MONETA CINESE AI MINIMI DA CINQUE ANNI. L'ondata di vendite è stata innescata anche da un altro dato: lo yuan è sceso ai minimi sul dollaro da quasi cinque anni. Assieme al calo della produzione manifatturiera, questa circostanza è stata interpretata come un ulteriore segnale del fatto che l'economia cinese stia frenando più bruscamente del previsto.
La paura si è subito trasmessa alle altre piazze finanziarie. Tokyo ha chiuso in calo del 3%, l'Europa ha bruciato 264 miliardi di euro e Wall Street non apriva così male da 84 anni. In chiusura ha recuperato, lasciando comunque sul terreno l'1,58% con il Dow Jones poco sopra i 17 mila punti.
I precedenti, per chi ci crede, non sono benauguranti. Le ultime volte in cui Wall Street ha aperto la prima seduta dell'anno con perdite superiori all'1% è stato nel 2001 e nel 2008, anni di recessione. Le vendite, negli Stati Uniti, hanno colpito anche i colossi del digitale: Facebook, Amazon, Netflix e Google.
CAUTELA DAL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE. Il Fondo monetario internazionale ha fatto sentire la propria voce, esprimendo una certa cautela. Secondo il capo economista Maury Obstfeld, infatti, l'impatto della frenata cinese «è già stato più forte del previsto». Come dire: difficile che sia stato sottovalutato. Le dimensioni del mercato azionario cinese sono seconde solo a quelle degli Stati Uniti. Le borse di Shanghai e Shenzhen hanno 90 milioni di piccoli azionisti, che secondo alcune stime rappresentano l’80% di tutti gli investitori. Dopo un anno di crescita record, con picchi del 150%, i mercati cinesi hanno cominciato a crollare il 12 giugno 2015 e i prezzi delle azioni si sono abbassati fino a raggiungere il valore minimo. Una situazione che ha spinto il governo a intervenire con misure drastiche. Adesso, però, proprio la scadenza di quelle misure d'emergenza potrebbe contribuire a rimettere sotto pressione le piazze d'Oriente, spaventando il resto del mondo.

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