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BASSA MAREA 6 Gennaio Gen 2016 0900 06 gennaio 2016

Economia mondiale, nel 2016 pesa il debito globale

La crisi non è servita a riformare la finanza. E i Paesi emergenti sono a rischio default.

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Sono circa cinque anni che gli ottimisti dichiarano superata la crisi finanziaria del 2008 e il presidente Barack Obama nel discorso sullo stato dell’Unione di un anno fa (2015) lo ha dichiarato: siamo fuori, vi ho portati in salvo.
Lo aveva già detto varie volte, per la verità, a partire dal 2012.
I pessimisti, invece, da cinque anni e più dicono che un nuovo disastro è dietro l’angolo, ma finora non è successo.
A chi non vuole schierarsi né con gli uni né con gli altri non resta che cercare di guardare i fatti e, in questo inizio d’anno burrascoso sui mercati azionari, non è rassicurante. Per quello che sta dietro i mercati.
I DEBITI CONTINUANO A CRESCERE. Dietro ai mercati, infatti, c’è una montagna globale di debiti, pubblici e privati, aumentata di circa 60 mila miliardi negli ultimi otto anni. E cresciuta del 18% rispetto al Pil.
Il debito globale era di circa 150 mila miliardi a inizio crisi. Oggi siamo non lontani dal 290% del Pil mondiale, contro il 269% nel 2007.
La Cina, economia di fatto ancora emergente per vari aspetti e quindi meno strutturata, ne ha a livelli più che pericolosi e per questo è fra i punti di maggiore preoccupazione, ma non l’unico.
L’eccesso di debito, e di prodotti finanziari discutibili che lo avevano generato e/o lo sottoscrivevano, in larga misura a garanzie deboli o inesistenti nonostante la Tripla A, è all’origine della crisi del 2007-2008, esplosa negli Stati Uniti e in cui l’Europa, che aveva scommesso sul boom americano, era ampiamente coinvolta.
GLI EMERGENTI A RISCHIO DEFAULT. Due anni dopo la Ue ha avuto la sua crisi dei debiti sovrani, quello greco in prima fila, e i dubbi sull’euro. Ora il rallentamento generale e il crollo della materie prime mette vari emergenti a rischio default.
«In questo inizio di 2016 ci sono chiari segni di grave burrasca per debiti e default all’orizzonte. Si possono già vedere le prime onde spumeggianti», scrive Carmen Reinhart, di Harvard, esperta di grandi cicli debitori mondiali.
«In base ai corsi storici, le economie emergenti sembrano dirigersi verso una crisi di maggiori proporzioni», analoga a quelle degli Anni 70-80 e poi '90. L’accesso al credito per loro si è già drammaticamente contratto.
«Sette anni dopo il 2008 l’indebitamento globale è più alto che mai e la domanda globale aggregata è ancora insufficiente a sostenere una robusta crescita», dice Adair Turner, già presidente della Financial Services Authority britannica e ora dell’Institute for New Economic Thinking.

La crisi non è stata sfruttata per regolare il sistema finanziario

Allora, che cosa è cambiato? Un po’ di ordine è stato messo, ma più ai margini che al cuore del sistema finanziario.
Secondo uno dei massimi storici dell’economia, Barry Eichengreen di Berkeley, la risposta alla crisi del 2008 è stata inadeguata perché troppo condizionata da come l’economista Milton Friedman, massimo ispiratore delle idee economiche più che liberiste dominanti dagli Anni 70 in poi, lesse gli errori commessi dopo il 1929.
LE REGOLE SCRITTE DALLE STESSE BANCHE. A suo avviso, l’errore fu una politica monetaria sbagliata e non espansiva. Ma c’erano cause più profonde, ricorda Einchengreen. E quindi dopo il 2008 si è fatta una politica monetaria che forse sarebbe stata giusta dopo il '29, che in parte certo è stata giusta anche adesso, anche se protratta troppo a lungo (tassi a zero) soprattutto da parte della Fed americana e di altri.
A differenza di quanto fatto in parte già da Herbert Hoover e poi più radicalmente da Franklin Roosevelt, la risposta a questa crisi non ha però affrontato le regole finanziarie e bancarie, se non con una legge enorme come pagine, scritta spesso dalle banche stesse e poco incisiva per lo più come la Dodd-Frank.
Poco meglio è stato fatto in Europa. Ma non dimentichiamo che l’epicentro nel 2008 erano gli Stati Uniti.
I VECCHI VIZI DI WALL STREET. Esce adesso anche in Italia con il titolo La grande scommessa il film tratto, con lo stesso titolo, dal libro The Big Short di Michael Lewis.
Trenta anni fa Lewis era un giovane venditore di obbligazioni a Solomon Brother’s, la defunta banca d’affari allora punta di diamante di Wall Street, con John Gutfreund definito da Business Week «il re di Wall Street»; guadagnava 1 milione di dollari l’anno (2,3 milioni oggi), un’inezia a fronte dei proventi dei suoi pari grado 20 anni dopo.
Superstipendi e superimbrogli vanno di pari passo.
Gutfreund fu azzoppato anche da Liar’s Poker, il primo libro di Lewis, che nel 1989 passò a raccontare e a definire la Wall Street degli Anni '80 e a prefigurare quella successiva.
Le pratiche disinvolte di Gutfreund sono raccontate nel libro, e “il re di Wall Street”, classe 1929, considera da allora Lewis concausa delle sue sfortune.

Chi doveva riformare il sistema era agli ordini di Wall Street

In The Big Short, Lewis racconta di come alcuni trader compresero nel 2005 che la bolla speculativa immobiliare, i subprime e altro, sarebbe esplosa e come si organizzarono per guadagnare sul botto. Lewis in genere punta sui personaggi e sulle storie, più che sulle cause di fondo, ma La grande scommessa è un buon corso accelerato di trucchi e mentalità alla Wall Street.
IL POTERE RITROVATO DALLE BANCHE. In alcune interviste recenti Lewis, che comunque conosce bene quel mondo, dà una lettura che aiuta a capire i difficili passaggi attuali. Dice che il momento di riforme significative era subito, a cavallo tra 2008 e 2009, quando il pubblico era esasperato e le banche salvate da Washington potevano solo obbedire. «Ora non è più il momento», le banche sono tornate in sella. «Dovevano ridimensionare le banche», dice Lewis, e fare altre riforme. «E non fu fatto perché l’amministrazione Obama decise che era peggio della strada da loro imboccata», quella di mantenere il sistema.
Il fatto è che il sistema finanziario comanda a Washington. I guardiani della finanza, negli enti di controllo, aspettano il momento di passare dall’altra parte e guadagnare il quintuplo. «E quindi penso che tutto il sistema di regole sia ampiamente ipotecato».
IL PRESIDENTE NON INCISIVO. Obama poteva fare una differenza e non l’ha fatta, riempiendo il suo governo di uomini fedeli a Wall Street e spesso ereditati dallo staff Clinton, e quindi fra i responsabili delle ultime decisive mosse di deregulation del '98 e del '99. Sarebbe eccessivo però dare a Obama le responsabilità di un’intera Washington che ha ballato e balla al suono delle cornamuse di Wall Street, ma è stato lui il comandante in capo.
Speriamo che con questo 2016 probabilmente procelloso, in finanza, perché andranno iscritti come perdite nella contabilità globale debiti che mai più verranno ripagati, non ci si ritrovi con una finanza altrettanto confusa e in fiamme come il Medio Oriente che soprattutto Obama lascerà al suo successore.

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