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MUM AT WORK 9 Gennaio Gen 2016 0900 09 gennaio 2016

Meno figli e poco lavoro, 10 anni di crisi al femminile

Secondo l'Istat nel periodo 2004-2014 ha lasciato il posto il 44,1% delle donne.

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Come è cambiata la vita delle donne italiane?
E delle mamme che lavorano?
Negli ultimi 10 anni la situazione è peggiorata, principalmente per via della crisi.
Si fanno meno figli e si lavora di meno.
Secondo l’Istat, che a fine 2015 ha pubblicato il rapporto 'Come cambia la vita delle donne nel decennio 2004-2014', «l’andamento dell’occupazione femminile negli ultimi 10 anni ha risentito della crisi che ha fermato il trend positivo di aumento degli anni precedenti».
Insomma, la recessione ha congelato il lavoro delle donne. E degli uomini.
Ed è come se fossimo tornati alla casella “via”, ma con 10 anni in più sulle spalle.
CRESCITA DIMEZZATA. «Nel complesso, la crescita dell’occupazione femminile nel periodo 2004-2014 è più che dimezzata in confronto al precedente decennio».
In 10 anni il tasso di occupazione 15-64 anni si è abbassato dal 57,6% del 2004 al 55,7% del 2014: tutta colpa della crisi economica dell’ultima fase che ha portato a zero l’effetto positivo dei primi anni presi in esame dallo studio.
MADRI PIÙ MATURE. È dalla metà degli Anni 70 che in Italia si è iniziato a ritardare l’età della nascita del primo figlio.
L’età media alla nascita dei figli è aumentata nell’ultimo decennio di un anno per le donne italiane, raggiungendo i 32 anni, e di 1,6 anni per le donne straniere (da 26,9 a 28,5 anni).
Posticipare la nascita del primo figlio vuol dire farne meno, ma non che le donne riescano a lavorare di più o meglio.
«MENO QUALITÀ DEL LAVORO». La professoressa Marcella Corsi, docente di Economia politica ed Economia di genere alla 'Sapienza' di Roma, commenta: «Quello che mi preoccupa non è tanto il numero delle occupate, quanto la qualità del lavoro. In 10 anni è peggiorata».
Per esempio? «Sta crescendo il part time involontario, e questo è un dato molto negativo. Il tempo ridotto non viene usato come strumento di conciliazione, ma indebolisce il percorso lavorativo delle donne, che non assumono responsabilità e non crescono professionalmente».
«BASSE QUALIFICHE, BASSI SALARI». Spiega l'esperta: «Le donne vengono segregate in mansioni con basse qualifiche, con bassa retribuzione. Poi c’è la crescita dei contratti atipici delle precarie e tutto il sommerso. Sono tante a lasciare con la nascita del primo figlio, perché il bambino diventa più importante di un lavoro “schifoso”, che porta pochi guadagni. Per tante costa di più andare a lavorare che stare a casa con i figli. Quindi perché tenersi il posto di lavoro?».

Il 44% della popolazione femminile ha rinunciato a lavorare

Il report racconta che complessivamente, nel nostro Paese sono poco meno di 10 milioni, pari al 44,1% della popolazione femminile tra 18 e 74 anni, le donne che nel corso della loro vita, a causa di impegni e responsabilità familiari, per una gravidanza o semplicemente perché i propri familiari così volevano, hanno rinunciato a lavorare.
Oppure hanno dovuto interrompere il lavoro, o non hanno potuto accettare un incarico lavorativo.
O, ancora, non hanno potuto investire come avrebbero voluto nel proprio lavoro perché hanno preso, per esempio, congedi con retribuzione parziale, hanno ridotto le ore di lavoro o accettato incarichi di minore importanza.
'SPETTRO' MATERNITÀ. «I dati Istat raccontano di donne meglio e più istruite degli uomini. Numeri confermati dalle ricerche Almalaurea che confermano un trend allarmante: le giovani partono già dal post laurea in modo diverso e più si avvicinano a un’età di tipo riproduttivo più la situazione peggiora», racconta l’economista. Insomma, fa più lo “spettro” della maternità che la politica, nel nostro Paese.
SI CONCILIA PEGGIO DI 10 ANNI FA. Se nel 2005 il 38,6% delle mum@work aveva delle difficoltà di conciliazione, nel 2012 questa quota è salita al 42,7%.
Con gli anni della crisi più donne ammettono di avere difficoltà e mettere insieme lavoro e famiglia.
Questa situazione emerge di più tra quante hanno già figli, sono più grandi, istruite e nel Centro-Nord.
Il rapporto dice che le mamme che lavorano come dipendenti e full time hanno difficoltà nel 52,5% (contro il 48% nel 2005).
MANCA ELASTICITÀ. I punti di rottura e le difficoltà maggiori arrivano per «l’orario di lavoro troppo lungo, il lavoro a turni, pomeridiano o serale, nel fine settimana e la rigidità dell’orario di lavoro».
Manca l’elasticità, non c’è smart working, si applica poco il telelavoro.

La crisi però ha eroso le occupazioni tipicamente maschili

Come nella crisi degli inizi degli Anni 90 gli uomini hanno pagato il prezzo più alto.
Infatti le differenze di genere si sono ridotte solo perché lavorano meno uomini.
La crisi ha eroso lavoratori sulle occupazioni più tipicamente maschili: nell’industria e nelle costruzioni.
E ha tenuto in quelle femminili, più presenti nei servizi.
Insomma, guadagniamo terreno solo per una questione di genere.
IL GAP CON L'EUROPA CRESCE. Nonostante la maggiore tenuta dell’occupazione femminile negli anni della crisi, la quota di donne occupate in Italia rimane, comunque, di gran lunga inferiore a quella dell’Unione europea dei 28 Stati membri: nel 2014 il tasso di occupazione femminile si attesta al 46,8% contro il 59,5% della media Ue, e la distanza dell’indicatore con l’Europa è aumentata arrivando a 12,7 punti percentuali (10 punti nel 2004, quando la media Ue si attestava a 55,4% e quella italiana a 45,4%).
Il divario diviene molto elevato, superando i 20 punti, con la Germania e l’Olanda che nel 2014 presentano tassi di occupazione femminili pari rispettivamente a 69,5% e 68,1%.
PIÙ LEADERSHIP ROSA. La presenza delle donne in ruoli decisionali appare in crescita sia nei luoghi politici sia economici, in questo senso la dinamicità femminile emerge negli ultimi anni nettamente, seppure non in tutti i settori.
Grazie anche all’introduzione di leggi a tutela dell’alternanza di genere nelle liste dei candidati, le più recenti elezioni europee, del maggio 2014, hanno segnato una rivoluzione: il 40% degli eletti è rappresentato da donne.
Rispetto a cinque anni prima la rappresentanza italiana femminile nel parlamento europeo è raddoppiata e supera la rappresentanza femminile media europea che si attesta al 37%.
QUOTE IN CDA RADOPPIATE. Inoltre negli ultimi anni sono state varate leggi che promuovono la presenza delle donne nelle istituzioni e nelle aziende e che stanno producendo gli effetti sperati, le famose quote rosa.
La presenza delle donne nei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa in due anni, dal 2012 al 2014, è raddoppiata passando dall’11,6% al 22,7%.
«È un dato giovane che non ci permette di capire l’effetto che avrà sulla vita di tutte, ma dimostra che degli strumenti producono effetti tangibili», spiega Barbara Leda Kenny, dell’area di pari opportunità della Fondazione Brodolini.


Twitter @francesca_gui

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