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FINANZA 22 Gennaio Gen 2016 1200 22 gennaio 2016

Banche italiane, leggi Ue e mercati le penalizzano

I nostri istituti rispettano i requisiti della Bce. Eppure sono finiti nel ciclone. Colpa anche di Basilea 3. E della logica che rende più appetibili quelli in rosso.

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Matteo Renzi dice che «il sistema bancario è solido».
A ben guardare i loro fondamentali, anche gli istituti più penalizzati in questi giorni – Monte dei Paschi e Carige – rispettano i requisiti di capitalizzazione imposti dalla Bce, dopo la bocciatura negli ultimi stress test.
Ma il mercato, che soltanto nelle ultime 48 ore ha iniziato a tornare a scommettere sui nostri istituti, forse non si muove per dare seguito a «una manovra su alcune banche»: infatti le penalizza e le considera meno appetibili, perché molto rispondenti ai requisiti previsti dalle regole europee.
Che spesso sembrano state fatte apposta per rendere più attraenti le indebitate e poco capitalizzate realtà tedesche.
UN NEMICO DI NOME BASILEA. La risoluzione coatta di Etruria, Banca Marche, CariChieti e Carife ha portato all’attenzione del grande pubblico i cosiddetti titoli subordinati: obbligazioni con maggiore rischio e più alto rendimento perché non prevedono una tempistica di restituzione del prestito.
In Italia circolano circa 60 miliardi di questi bond. E proprio le ultime regole contabili di Basilea 3 hanno imposto un livello più alto di questo capitale di rischio (Upper Tier 2 e Upper Tier 3).
È per questo motivo che negli ultimi giorni il Tesoro avrebbe fatto non poche pressioni sulle banche italiane perché rastrellassero i subordinati emessi da Mps. Ed è per la stessa ragione che UniCredit – a cui gli operatori chiedono l’ennesimo aumento di capitale - ha annunciato di voler riacquistare «alcuni prestiti obbligazionari subordinati dalla stessa emessi», per togliere dalla circolazione «titoli esistenti che non sono più computabili nel Capitale di Classe 2 dell'emittente e risultano conseguentemente inefficienti sotto il profilo regolamentare».
I RISCHI DEL DEBITO SOVRANO. Circa il 30% dei 2.200 miliardi del nostro debito pubblico è stato sottoscritto dalle banche italiane.
In teoria sono prodotti ipersicuri: l’Italia ha un patrimonio due vuole maggiore al Pil, adesso poi il Quantitative easing di Draghi, rastrellando Bund tedeschi e Oat francesi, costringe gli operatori a prendere i titoli di Stato dell’Europa mediterranea.
In pratica le autorità del Vecchio Continente considerano questo investimento rischioso.

Il campanello d'allarme del 2011

Il primo campanello d’allarme, in questa direzione, arrivò nel 2011.
Quell’anno l’Eba – l’autorità che avrebbe realizzato i primi stress test della storia europea – annunciò che avrebbe valutato il totale dei titoli di Stato in pancia alle banche secondo il valore di mercato e non quello di realizzo. E la cosa penalizzò non poco l’Italia, che pagava interessi sul suo debito più alti di Germania o Francia.
Ma le cose potrebbero peggiorare. Sempre la Germania è pronta a concedere una garanzia comune sui depositi sotto i 100 mila euro, soltanto se verrà riconosciuto un rischio più realistico alla crescita del Paese emittente o un tetto sugli acquisti alle banche.
SCHIACCIATI DALLE SOFFERENZE. Nel 2012 l’allora premier Mario Monti decise di non chiedere l’intervento delle autorità europee per ottenere quello che aveva per esempio strappato la Spagna: 100 miliardi per finanziare una bad bank dove cancellare tutti i debiti del sistema bancario italiano.
All’epoca si disse che il professore non volesse scontentare gli ambienti europei che avevano benedetto la sua nomina. Forse, più semplicemente, temeva che dopo la defenestrazione di Berlusconi (ricordate lo scambio di sorrisi tra Merkel e Sarkozy?) un intervento della Ue o il ricorso al Fondo Salva Stati avrebbe portato Roma sotto un definitivo commissariamento.
Da allora sono passati quasi quattro anni e le sofferenze bancarie italiane sono schizzate sopra i 200 miliardi di euro. A differenza di quello degli altri Paesi il nostro sistema non può contare su un mercato che riesca a massimizzare il valore di questi asset deteriorati, con il risultato che se la Ue non autorizzerà la nascita di una bad bank, realtà come Unicredit (Npl pari a circa 86 miliardi) e Mps (oltre 25 miliardi) saranno costrette a fare nuovi aumenti di capitale o vendere pezzi importanti nel loro perimetro.
SOLDI PUBBLICI SOLO A BANCHE PUBBLICHE. Per evitare il fallimento coatto delle quattro piccole banche saltate a fine anno, la Banca d’Italia e il Tesoro volevano che scendesse in campo il Fondo Interbancario. Ma la Ue si è rifiutata.
Ufficialmente l’intervento non è stato possibile perché questo meccanismo, seppure finanziato dagli stessi istituti, viene considerato da Bruxelles uno strumento pubblico, dato che le nostre banche sono costrette a parteciparvi.
Se si fa eccezione per i 4 miliardi garantiti da via XX settembre al Monte dei Paschi di Siena, l’Italia non ha mai partecipato al salvataggio delle sue banche.
Una scelta in controtendenza rispetto a quanto fatto a livello comunitario, dove soltanto la Germania ha iniettato (direttamente e indirettamente) 500 miliardi di euro nei propri istituti, che a differenza dei nostri sono poco capitalizzati e infarciti di titoli spazzatura.
Interventi – ma lo stesso è avvenuto in Spagna, in Francia o in Portogallo – sempre autorizzati dalla Ue, che permette ai governi iniezioni di capitale soltanto se le realtà da salvare sono pubbliche o vedono nel loro azionariato la presenza degli stessi Stati.

Twitter @FrrrrrPacifico

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