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QUI VIALE DELL'ASTRONOMIA 22 Gennaio Gen 2016 1100 22 gennaio 2016

Confindustria, biscotto o stallo?

Se Boccia, Regina e Vacchi non si accordano, rischio vicolo cieco. Quattro candidati sono troppi. Soprattutto con le nuove regole.

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Alberto Vacchi, presidente di Confindustria di Bologna.

Si comincia a fare sul serio.
Come auspicato e previsto, le vacanze di Natale hanno portato consiglio e un primo candidato, attrezzato e credibile, si è presentato ai nastri di partenza della corsa alla presidenza di Confindustria una settimana prima dell'insediamento dei saggi e due mesi prima del Consiglio generale chiamato a designarlo, il 17 marzo, alla successione di Giorgio Squinzi.
VACCHI TERZO NOME. Si tratta, come tutti abbiamo letto in questi giorni, di Alberto Vacchi, presidente di Confindustria Bologna e imprenditore a capo dell'Ima, azienda leader nel mondo nella progettazione e produzione di macchine automatiche per il confezionamento di prodotti farmaceutici, cosmetici e alimentari con 34 stabilimenti in Italia e nel mondo, 4.600 dipendenti (di cui metà all'estero) e poco meno di 900 milioni l'anno di fatturato.
Ma attenzione, la candidatura di Vacchi è solo il segnale che si comincia a fare sul serio nella partita a scacchi per la presidenza. Ha, come altri, le carte in regola per arrivare fino in fondo, ma tutti noi ci aspettiamo in breve tempo, una settimana circa, un altro candidato in campo che vada ad aggiungersi ad Aurelio Regina e Vincenzo Boccia, entrambi già da mesi sul pezzo.
C'È SPAZIO PER QUATTRO. Perché un altro, o almeno un altro?
Perché, come è noto, per proporsi ufficialmente bisogna avere il 20% del totale dei voti e quindi la «capienza» complessiva nel monte voti sarebbe di cinque candidati, ma poiché è difficile una ripartizione al millimetro, gli esperti di cose elettorali di casa nostra stimano che i candidati saranno quattro.
Tutti con uguali possibilità di successo?
Certamente no, ma chi (categorie, associazioni, past president e quant'altro) vorrà contare nella definizione dei nuovi assetti dovrà agire attraverso un candidato.
Significa frammentazione?
Significa che anche Confindustria si disgrega, dopo che più o meno tutte le istituzioni e i corpi intermedi della Prima Repubblica si sono via via persi per strada?
Certamente no, il cuore moderno della legge elettorale di Confindustria rimane lo stesso: quattro anni di mandato senza possibilità di rielezione, ed è questo, a 16 anni dalla fine dell'egemonia Fiat, che garantisce ricambio.

Lo sbarramento al 20% è un boomerang per la competizione

Vincenzo Boccia, candidato alla presidenza di Confindustria.

Piuttosto, il lato negativo dell'aver portato dal 15 al 20% il pacchetto preventivo di voti per candidarsi potrebbe essere un altro: in passato i candidati che correvano erano di solito due (D'Amato e Callieri nel 2000 piuttosto che Squinzi e Bombassei nel 2012), quindi si partiva con il 30% di voti già bloccati mentre il 70% rimaneva libero di fluttuare o di essere oggetto di contrattazione tra i due candidati.
RISCHIO LOTTIZZAZIONE. Oggi, con quattro candidati, se la nostra previsione dovesse essere confermata, le cose potrebbero anche prendere una piega diversa con il risultato di avere i quattro titolari di pacchetto che si accordano tra di loro su chi farà il presidente e chi invece occuperà le sei vice presidenze disponibili (le rimanente tre sono di diritto) o comanderà sulle province dell'impero.
Una lottizzazione di Confindustria tra i candidati e i loro dante causa, tra loro e tra i padroni dei voti che li sostengono.
Questo il primo scenario, ma ce ne potrebbe essere un secondo: se i tre candidati attuali (Boccia, sostenuto prevalentemente da Emma Marcegaglia; Regina, con Abete e Roma; Vacchi con l'Emilia montezemoliana e Milano, per ora) e quello in arrivo mantenessero tutti il pacchetto iniziale di voti e non ci fossero smottamenti o accordi, la situazione resterebbe bloccata.
In tal caso i tre saggi avrebbero il potere di chiedere a un altro imprenditore di candidarsi per il bene della casa comune.
Questa, secondo alcuni colleghi, è l'ipotesi su cui conterebbe tuttora Gianfelice Rocca: lo stallo fra i candidati e quindi la chiamata per 'salvare' la patria confederale.
CACCIA APERTA AL QUARTO UOMO. Chi può essere il quarto uomo? Di nomi ce ne sono molti, dal bresciano Bonometti, a Storchi presidente di Federmeccanica e a qualcuno dei 16 imprenditori che avevamo censito a novembre.
Ma nella corsa che rappresenta il primo rodaggio della riforma Pesenti, e perciò nessuno sa davvero al millimetro cosa succederà in concreto con il nuovo percorso, ci sono già alcuni più vincenti e altri più in difficoltà.
Per esempio, nel derby dei past president che curano una sorta di regia della grande corsa, Montezemolo (che pure s'era visto poco alle riunioni) ha segnato un punto con la candidatura di Vacchi, mentre Abete e Marcegaglia continuano a presidiare il territorio con i propri puledri, Regina e Boccia. D'Amato non ha ancora scoperto le sue carte, mentre Fossa appare defilato.
Ancora una volta invece, è il Veneto confindustriale a uscire perdente dalla prima fase della partita a scacchi sulla elezione del successore di Squinzi: come al solito non ha saputo convergere su un candidato comune per portarlo sino in fondo oppure per poter negoziare al meglio con gli altri territori, finendo anche per pagare più del dovuto la crisi nera delle proprie banche. Certo, hanno fatto sapere di avere quasi i voti necessari per una candidatura e hanno incaricato Zuccato di trattare a nome di tutti con gli altri territori, ma senza un proprio candidato in campo il massimo cui possono aspirare è trattare per uno strapuntino.

* Dietro lo pseudonimo di Settimo Piano si cela un imprenditore ben inserito ai piani alti di Confindustria che racconta per Lettera43.it la corsa (già iniziata) al rinnovo della presidenza dell'Associazione, previsto per il maggio del 2016.

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