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LO SPORTELLO 29 Gennaio Gen 2016 0800 29 gennaio 2016

Minibond, così un'impresa può liberarsi delle banche

Si tratta di uno strumento di finanza alternativa. Utile a ottenere finanziamenti. E ridurre la dipendenza dagli istituti di credito. Ecco come funziona.

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La situazione è a dir poco “nera”.
Tirando le somme su quanto si sta accertando in queste settimane nel sistema bancario sembra difficile immaginare, allo stato attuale, una prospettiva in cui gli istituti riaprano i rubinetti del credito alle Pmi.
Anzi, è probabile che la «stretta» - in particolare la richiesta di rientro di quanto già prestato – subirà una ulteriore impennata.
L'OTTIMISMO (FANTASIOSO) DI RENZI. Insomma, l’ottimismo decantato dal governo Renzi è pura fantasia.
Ma volendo essere ottimisti e sperare in una iniezione di liquidità per l’economia reale, ci rendiamo poi immediatamente conto che le banche, con la loro incapacità di leggere le reali esigenze delle imprese, ci mettono un ulteriore carico da novanta: gli eventuali nuovi finanziamenti (derivanti dalla immissione di liquidità ricevuta dalla Bce) saranno erogati verso investimenti fissi, tipicamente industriali, per macchinari o nuovi insediamenti produttivi. A lungo termine, che per gli istituti rappresentano i più sicuri.
INVESTIMENTI SOFT. La scelta metterebbe fuorigioco chi desidera investire in attività «circolanti», a breve termine, ovvero per la fornitura del magazzino, le paghe, le spese gestionali: tutte voci imprescindibili per la stragrande maggioranza delle imprese italiane.
Oltre il 60% delle aziende nostrane sono attive nel settore dei servizi e del commercio, senza contare quelle che distribuiscono attrezzature comprate da altri produttori.
Pertanto, per quale motivo dovrebbero spendere per macchinari o attività fisse in generale? Il vero investimento produttivo, in questi anni di revisione del proprio business, è spesso ‘soft’: idee, ricerca e brevetti, talenti e competenze, strumenti di marketing e sviluppo del web.
LA LOGICA OTTUSA DELLE BANCHE. Quale banca è pronta a valutare anche queste spese come validi impieghi e quindi finanziarle? Pochissime.
In una logica superata e ottusa gli istituti continueranno – nelle loro valutazioni delle richieste di affidamento – a dedurre dal patrimonio netto (attivo meno passivo) le attività immateriali perché di dubbio valore sebbene lo sviluppo delle piccole imprese passerà soprattutto dai processi innovativi.

Uno strumento di finanza alternativa

Il problema è che tali investimenti virtuosi vengono considerati dalle banche come un peggioramento del bilancio delle piccole imprese.
Come si può uscire da questa situazione drammatica? Si deve necessariamente soccombere o si può pensare a strade alternative? La risposta è più che mai ovvia: pensare allo sviluppo di strumenti di finanza alternativa.
LA NOVITÀ DEL DESTINAZIONE ITALIA. I minibond sono un interessante sistema per reperire denaro da investire e rappresentano la principale novità legislativa introdotta nell’ultimo triennio, pienamente operativa dopo che il decreto Destinazione Italia del febbraio 2014 ne ha stabilito i confini.
In cosa consistono? Le piccole e medie imprese possono ora scegliere di finanziarsi con uno strumento che consente loro, anche quando non quotate, di emettere titoli di debito, piccole obbligazioni: i cosiddetti minibond, appunto, a favore di investitori qualificati.
UN PRESTITO AL MERCATO. Questo permette alle società di diversificare la fonte dei loro finanziamenti e ridurre la dipendenza dal sistema bancario. Chiedere in sintesi un prestito al mercato (ovviamente remunerato) e non alle banche.
Le aziende possono così acquisire risorse attraverso privati e puntare direttamente su se stesse e sulla fiducia che riscuotono presso i potenziali investitori.
L’attività di sottoscrizione di queste obbligazioni è riservata a investitori istituzionali e professionali e ad altri soggetti qualificati che poi possono collocare i titoli presso piccoli risparmiatori che li scambiano (acquistano e vendono) su un mercato regolamentare chiamato ExtraMOT PRO creato nel febbraio 2013.
POCHI E SEMPLICI REQUISITI. Per poter emettere un minibond sono necessari pochi e semplici requisiti: essere una società di capitali; essere una piccola o media impresa; avere avviato l’attività da almeno 2 anni; avere un fatturato annuo superiore ai due milioni di euro e l’ultimo bilancio approvato e certificato da una società di revisione.
Come detto, non occorre essere quotati e non è obbligatorio possedere un rating ma piuttosto un buon progetto di business.
Come per tutte le innovazioni, le imprese che per prime emetteranno un minibond avranno il privilegio e la convenienza di ricevere l’attenzione immediata degli attori e nelle emissioni successive avranno il vantaggio di essere già conosciute sui mercati finanziari. Inoltre, riusciranno a negoziare meglio i titoli.

Il mercato vale più di 50 miliardi di euro all'anno

Quanto vale il mercato? Quello dei minibond coinvolge teoricamente quasi 110 mila imprese e potrebbe valere (ancora non vi sono dati certi) tra i 50 e i 100 miliardi di euro all’anno: non a caso la stessa cifra che si è persa negli ultimi tempi per effetto della stretta creditizia.
Lo strumento, del resto, era stato messo a punto dal governo Monti proprio per migliorare l’accesso alla liquidità da parte delle piccole e medie imprese.
COSTI MOLTO BASSI. Secondo un’analisi di Crif, tuttavia, le imprese teoricamente già pronte (per ora solo spa con fatturato superiore ai 5 milioni e utili medi del 10 per cento) sono poco più di 10 mila: c’è ancora strada davanti ma è il chiaro segnale che un mercato alternativo del credito è in fase di realizzazione.
I costi per le società emittenti sono volutamente molto bassi, non essendo previste commissioni. In generale con meno di 40 mila euro è possibile farsi assistere da un advisor, certificare i propri bilanci e presentare la domanda di ammissione alla Consob. E per emettere un minibond non è necessario appoggiarsi a una banca anche se alcune di esse abbiano già fiutato l’affare.
FATEVI ASSEGNARE UN RATING. Con altri 20 mila euro poi ci si fa assegnare un rating dalle società specializzate. Come accennato, il rating non è obbligatorio ma averlo, soprattutto se buono, rende più appetibile l’emissione e consente alla società di indebitarsi a tassi più bassi.
Per i risparmiatori i costi sono gli stessi di una sottoscrizione analoga (obbligazione o bond), ma restano da pagare anche le commissioni di piattaforma.
Gli interessi per i sottoscrittori sono molto interessanti, soprattutto in un momento come questo in cui le emissioni di titoli di Stato e le obbligazioni delle grandi aziende offrono tassi relativamente bassi.
I titoli attualmente scambiati nell’ExtraMOT PRO presentano, infatti, un rendimento medio del 5 per cento netto, con punte che raggiungono il 9.
ALTI RENDIMENTI, ALTI RISCHI. Come sempre, però, occorre ricordare la regola aurea dell’investitore: ad alti rendimenti corrispondono sempre alti rischi.
Nel caso dei minibond, poi, gli imprevisti sono ancora maggiori perché legati alla scarsa negoziabilità e all’alta variabilità dei prezzi dei titoli una volta in portafoglio.
È bene far presente che di questo strumento, in circa due anni, si sono servite meno di 50 aziende e di queste solo 16 appartengono al canale delle piccole e medie imprese, che hanno raccolto circa 150 milioni. Ancora troppo poco. A ostacolare il decollo dei minibond è proprio la potente lobby bancaria che rema contro qualsiasi soluzione che in qualche modo delegittimi la propria superiorità nel mercato finanziario. E nel gioco dell’oca si ritorna alla casella di partenza.

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