Violenza Femminile 160205201543
MUM AT WORK 6 Febbraio Feb 2016 1400 06 febbraio 2016

Violenza femminile, il lavoro è il miglior antidoto

Avere un'occupazione dà la forza per cercare un cambiamento. Restituisce un'identità. E toglie il legame economico con l'aggressore. 

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Marinella e Luana sono morte. Carla Ilenia è ancora in fin di vita, dopo essere stata bruciata viva dal compagno. Lei, un’estetista di Pozzuoli, era incinta di 8 mesi. Aveva sempre lavorato e voleva continuare a farlo anche dopo la nascita della figlia, scrivono i giornali. Queste sono solo tre delle 10 storie di donne che dall’inizio dell’anno sono finite nelle pagine di cronaca. Li chiamano femminicidi. La punta dell’iceberg, che non possiamo non vedere. Poi ci sono tutte le altre donne, quelle ancora vive, di cui forse leggeremo nei prossimi mesi.
LA VIOLENZA È UN FATTO PUBBLICO. Loro, siamo noi. Donne, mamme, lavoratrici a casa e fuori, in continua lotta con compagni, mariti e partner violenti. Perché, come raccontano a Lettera43 le operatrici dei centri antiviolenza di Roma e di Polignano a Mare, in provincia di Bari, «la violenza contro le donne non è un fatto privato ma è un fatto pubblico, che riguarda tutti noi». Tutti noi viviamo in una società violenta.
Spesso le vittime non denunciano l’aggressore perché dipendono da lui economicamente. Succede quattro volte su 10. Spesso sono mamme, spesso casalinghe senza reddito. Legate all’aggressore perché non indipendenti economicamente.
QUASI 7 MILIONI AGGREDITE NEL MONDO.In totale l’Istat conta che siano 6 milioni e 788 mila, le donne che hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.
«Una mamma senza lavoro è una donna ad alto rischio oggi in Italia», commenta a Lettera43.it Simone Ovart, presidente di UN Women Italia. « È un dato di fatto, il lavoro è la soluzione principale che rende la donna libera sotto tutti i punti di vista». Obiettivo lontano per la maggior parte delle italiane, visto che un impiego ce l’hanno solo il 46,8% di loro.

I centri antiviolenza costruiscono percorsi anche professionali

«Il lavoro è uno degli elementi fondamentali che fa parte del percorso di sblocco dalle situazioni di violenza domestica. Insieme ai figli. Che sono la molla che fa scattare l’inizio del cambiamento nelle mamme vittime» spiega a Lettera43.it Isabella Tozza, operatrice del centro antiviolenza comunale di via Torrespaccata a Roma. SENZA LAVORO, SENZA IDENTITÀ. «La donna che arriva da anni di soprusi è una donna alla quale è stata sottratta la parola su se stessa, una donna schiacciata sul presente, che non vede la possibilità di fare progettualità per il proprio futuro». Una donna senza identità. Che viene recuperata attraverso l’iter di orientamento formativo che si fa nei centri antiviolenza, i presidi sul territorio per aiutare donne e mamme in difficoltà. In questo centro della periferia romana dal maggio 2015sono state seguite e aiutate 467 donne, e già 33 dall’inizio del 2016. Storie che non sono finite nelle pagine di cronaca nera.
IL LAVORO DÀ LA FORZA PER CAMBIARE. «Nella mia esperienza di operatrice - continua Tozza - le donne che hanno trovato un lavoro, sono poi riuscite a separarsi in modo definitivo. La difficoltà è poi quella dell’occupabilità del lavoro: mantenere un posto per una persona “cancellata” dalla violenza non è semplice. Ma lavorare aiuta a recuperare un’identità professionale, che poi ci porta a recuperare l’identità personale».

La violenza economica: quando la donna guadagna più del suo uomo

Insomma, la violenza è un sistema complesso di oppressione e le donne che la subiscono hanno la sensazione che sia una situazione eterna, che non ha sbocchi, vie di uscita. Invece ci sono soluzioni. Ci sono i centri, ci sono le associazioni. Ci sono le denunce ai Carabinieri. «È vero che un impiego e uno stipendio servono a conquistare un’autonomia per uscire dalla violenza in casa, ma ci sono tante donne che hanno un buon lavoro ma che sono vittime del compagno e quindi quei soldi nemmeno li vedono», avverte la presidente del centro Antiviolenza Safiya, di Polignano a Mare in Puglia.
ALLONTANATE DA FAMIGLIA E PATRIMONIO. «Spesso abbiamo visto che più guadagnano e peggio è, perché qui c’è la mentalità che deve essere l’uomo a provvedere alla famiglia». Anna Maria Montanaro è una di quelle che sostiene che la violenza contro le donne, che si consuma spesso tra mura domestiche, riguarda tutti noi: «È insita nella nostra società maschilista».
Racconta che chi subisce “violenza economica” viene allontanato dal proprio patrimonio e da quello familiare. «Un uomo violento spesso usa violenza psicologica, fiisca ed economica». Tutto, tutto insieme. Anche Montanaro conferma che «sono i figli che fanno scattare la molla, spesso quando la madre si rende conto che sono minacciati anche loro».
«Il messaggio che deve passare è che non siamo sole, la violenza contro le donne è un atto politico e sociale, in una società così siamo tutti vittime di violenza».
NEL MONDO UNA SU TRE VITTIMA DI VIOLENZA. E perché tutte, da quelle più isolate fino alle professioniste, capiscano che non sono sole, il prossimo 14 febbraio in 200 nazioni nel mondo e in più di 90 città in Italia il movimento One Billion Rising organizza balli in contemporanea in tutto il mondo per dire basta alla violenza contro le donne e le bambine.
Nicoletta Corradini, ingegnere di Modena, è una delle coordinatrici per l’Italia e al nostro giornale racconta che «nel mondo un miliardo di donne (una su tre) è vittima di violenza. Per un giorno noi chiediamo a un miliardo di persone di ballare, di ribellarsi in modo gioioso, per sostenere quel miliardo che soffre. Perché devono reagire».

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