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DIBATTITO 9 Febbraio Feb 2016 0800 09 febbraio 2016

Cina «economia di mercato», l'Europa prova a fare muro

Esportazioni di massa sottocosto. Pechino può mettere in ginocchio l'Unione. Specie nel siderurgico. Così si mobilitano 15 Paesi. Ma la Comissione che fa?

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da Bruxelles

Una grande marcia dell'acciaio, e non solo, contro l'assegnazione dello status di economia di mercato alla Cina da parte dell'Ue è in programma il 15 febbraio a Bruxelles.


Un Manifesto industriale europeo per il commercio equo e libero per dire “no” al riconoscimento dello status di economia di mercato (Mes) alla Cina.
Lo hanno scritto l'8 febbraio 2016 gli industriali, i lavoratori e i sindacati di 15 Paesi Ue, che il 15 febbraio sono pronti a scendere in piazza a Bruxelles per chiedere alla Commissione di fare altrettanto.
E soprattutto di fermare il dumping cinese - la vendita di beni a prezzi molto al di sotto di quelli di mercato - che sta mettendo in ginocchio l'industria del Vecchio continente.
LETTERA DI SETTE PAESI. Una lettera per denunciare il problema l'hanno inviata a palazzo Berlaymont anche sette ministri responsabili del settore acciaio di Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Lussemburgo e Polonia.
Così recita: «L'Ue non può restare passiva quando perdite crescenti di posti di lavoro e chiusure di acciaierie dimostrano che c'è un rischio di collasso significativo e imminente nel settore».
CONTRO LA CONCORRENZA SLEALE. I ministri hanno chiesto un'accelerazione sui casi anti-dumping pendenti, aperture d'ufficio di indagini, aggiornamento degli strumenti di difesa commerciale, attuazione delle misure a sostegno delle industrie energivore e per lo sviluppo delle tecnologie low carbon.
Una muraglia europea è quella che molti Stati membri vogliono costruire per bloccare la concorrenza sleale di Pechino.
LA COMMISSIONE UE DICA DI NO. Milan Nitzschke, portavoce di Aegis Europe - l'associazione che raccoglie le industrie europee di diversi settori, dai pannelli solari all'alluminio - dice a Lettera43.it: «La Cina è lontana dall'essere una economia di mercato come Plutone lo è dalla Terra. E la Commissione europea deve dire no a questa richiesta».

L'Ue di Juncker e quei favori con il Dragone

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

È infatti l'esecutivo europeo che deve prendere questa decisione, «ma finora l'ha solo posticipata in maniera ambigua», critica Nitzschke.
Nel mentre si limita a 'minacciare' Pechino di voler «aprire nuove inchieste anti-dumping» se non adotterà «le misure necessarie a ridurre la sovra capacità nazionale di produzione siderurgica», ha scritto il Commissario Ue Cecilia Malmstrom in una lettera indirizzata all’omologo cinese, il ministro per il commercio estero Gao Hucheng.
CAVILLI BUROCRATICI. «Molti a Bruxelles tolgono la scusa che ci sono ragioni legali che impediscono di rifiutare lo status di market economy», osserva il portavoce Aegis, riferendosi al fatto che nel Protocollo del 2001 sull’accesso all'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) della Repubblica popolare cinese, l’articolo 15 direbbe che alcune misure di protezione decadranno «in ogni caso» dopo 15 anni dalla data d’accesso della Cina nel Wto.
Quindi che la Commissione Ue la riconosca o meno, dicono alcuni, la concessione dello status di economia di mercato sarà comunque effettiva da dicembre 2016.
«Invece non è così. Dire che la procedura è automatica allo scadere dei 15 anni è una interpretazione che ora fa gioco a chi nella Commissione europea vuole riconoscere già ora il Mes alla Cina», denuncia Nitzschke.
«I CINESI VIOLANO LE REGOLE». Molti sono i punti che si potrebbero obiettare alla decisione: «Prima di tutto la Cina oggi sta violando le più importanti regole del Wto, quindi niente è scontato. Inoltre manca un anno all'accesso secondo il Wto e dobbiamo iniziare ora un lavoro diplomatico proprio per discutere i paragrafi del Protocollo».
Secondo Aegis la Commissione dovrebbe dire chiaramente alla Cina «non ti concederemo il Mes» e iniziare un percorso perché possa entrare a fare parte dell'economia del mercato, ma solo dopo aver rispettato una serie di regole.
«Invece sta prendendo tempo, tergiversa».
APPOGGIO POLITICO E FINANZIARIO. La vera ragione di questa indecisione «è che la Commissione sta corteggiando la Cina ed è disposta a riconoscerle lo status per ottenere in cambio altri favori».
Che vanno dal sostegno finanziario a quello in politica estera. «Prima di tutto vuole che Pechino partecipi al piano Juncker, e vuole un alleato nella crisi in Medio Oriente. Per questo l'Ue preferisce non contrariarla».
Ma il prezzo da pagare «è troppo alto, e a pagarlo saranno i lavoratori e le imprese», dice Nitzschke.

A rischio 3,5 milioni di posti di lavoro, ma la Commissione minimizza

La Commissione europea è l'organo esecutivo dell'Unione europea: è presieduta dal portoghese José Manuel Barroso.

L’ingresso della Cina in questo momento renderebbe illegali i dazi anti-dumping che proteggono numerosi prodotti europei, e che oggi la Cina propone a prezzi molto al di sotto di quelli di mercato.
Senza queste norme alcuni settori e produzioni, soprattutto le Piccole e medie imprese (Pmi), non avrebbero un futuro.
PER L'UE ''SOLO'' 211 MILA. Il 2 febbraio, denuncia Aegis, durante la riunione del Consiglio dei ministri europei per il Commercio estero, la Commissione ha presentato un documento che minimizzava le potenziali perdite occupazionali nell'Ue a un livello compreso tra 63.600 e 211 mila posti di lavoro in caso venisse concesso il Mes alla Cina nel 2016.
Perdite che invece secondo le stime Aegis sono significativamente più alte e si aggirano tra 1,7 e 3,5 milioni di posti di lavoro, «soprattutto in settori come l'acciaio, l'automotive, l'energia e la chimica».
PERDITA DEL 2% DEL PIL. Una cifra confermata anche da uno studio dell'Economic Policy Institute (Epi) pubblicato il 18 Settembre 2015, secondo il quale se l'Ue concedesse lo stato di economia di mercato alla Cina, potrebbe perdere il 2% del Pil e fino a 3,5 milioni di posti di lavoro nel corso di tre-cinque anni.
I Paesi più colpiti sarebbero Germania, Italia, Regno Unito, Francia e Polonia.
Per questo proprio i ministri del Commercio di Italia, Francia e Germania hanno chiesto alla Commissione di fare uno studio più approfondito che valuti non solo il numero di posti di lavoro già persi, ma quali settori saranno più colpiti in futuro.
IMPORT SOTTOVALUTATO. Secondo gli economisti che hanno partecipato a una riunione della commissione europarlamentare Commercio internazionale, l'esecutivo Ue sottovaluta il volume delle importazioni cinesi interessate dalle misure di difesa commerciale (barriere tariffarie).
Secondo Maurizio Zanardi, economista alla Lancaster University Management School, «è difficile dire se il volume di scambi in questione è del 4%, 10% o addirittura del 20%, sicuramente superiore all'1,38%».
Insomma, i dati riferiti dalla Commissione non convincono.
E comunque, sottolinea Nitzschke, «anche i posti di lavoro a rischio calcolati da Berlaymont sarebbero sufficienti per negare il Mes alla Cina».
L'ACCIAIO IN GINOCCHIO. Se invece l'Ue si arrendesse alle pressioni cinesi, «perderebbe definitivamente la possibilità di impostare le misure anti-dumping, danneggiando gravemente la competitività delle industrie manifatturiere europee».
Eppure la stessa Commissione ha registrato che l’eccesso della capacità produttiva di acciaio in Cina nel 2014 «è stato di circa 340 milioni di tonnellate, che rappresentano più del doppio della produzione annua di acciaio grezzo dell’Ue nello stesso anno (169 milioni di tonnellate)».
Una sovrapproduzione che rischia di mettere in ginocchio un intero comparto che in Europa occupa 360 mila persone (circa 85 mila in meno rispetto al 2008) e il cui fatturato complessivo è di 170 miliardi di euro.

Alla marcia del 15 febbraio attese 5 mila persone

Bandiere dei Paesi membri dell'Unione europea.

Industrie che hanno così deciso di far sentire la loro voce e scendere in piazza insieme ai lavoratori e ai sindacati.
Quella del 15 febbraio a Bruxelles è una 'grande marcia dell'acciaio', e non solo, organizzata da Aegis Europe con il sostegno di Eurofer per l'acciaio.
Secondo gli organizzatori sono attese oltre 5 mila persone da tutta Europa, con alcune migliaia solo dal settore siderurgico.
Almeno 500 gli italiani dell'industria della bicicletta.
CRISI IRRIVERSIBILI. «La marcia e il manifesto colpiscono al cuore delle sfide a cui si trova di fronte l'industria dell'acciaio europea», ha dichiarato il direttore generale di Eurofer Axel Eggert, ricordando che le importazioni di acciaio cinese 'dopato' dal dumping sono raddoppiate negli ultimi 18 mesi, causando «chiusure irreversibili e perdite di posti di lavoro in tutto il settore siderurgico Ue».
La Cina, ha aggiunto Eggert, «non rispetta quattro dei cinque criteri Ue per essere considerata un'economia di mercato», quindi riconoscerle questo status sarebbe «una follia politica ed economica».
DANNI PER L'AMBIENTE. Oltre a un danno per l'ambiente, perché, ricorda Eurofer, ha un impatto anche sul sistema europeo degli Ets per ridurre le emissioni di CO2.
Stati Uniti e Giappone si sono già espressi dicendo che non riconosceranno il Mes alla Cina.
L’Unione europea invece tace e prende tempo. E si spacca.
PAESI NORDICI FAVOREVOLI. A favore della richiesta della Cina ci sono i Paesi nordici che non hanno una grande forza manifatturiera come gli scandinavi, segue il Regno Unito e i Paesi Bassi, «loro fanno affidamento solo sull'import e sui benefit del commercio», dice Nitzschke, «senza rendersi conto che qualsiasi cosa tu commerci hai bisogno di mantenere una tua produzione industriale», che in alcuni Stati però non esiste più.
Una visione che si scontra invece con chi ha ancora una industria manifatturiera forte da difendere.
Quindi Italia e Germania per esempio.
A BERLINO FA GOLA LA AIIB. «Anche se la Germania ha una posizione poco chiara, da un lato è consapevole dei rischi che corre la propria industria, da un lato è attratta dall'import cinese delle materie prime», conclude il portavoce di Aegis.
Ma soprattutto è possibilità di ottenere la vice presidenza della Aiib, la Asian infrastructure investment bank, a far gola a Berlino. Che in cambio potrebbe anche chiudere un occhio sul dumping di Pechino.


Twitter @antodem

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