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SVOLTA 8 Marzo Mar 2016 1100 08 marzo 2016

Lavoro, finisce il sogno della gauche francese

La sinistra d'Oltralpe voleva diffondere la legge sulle 35 ore in tutta Europa. Adesso vara un nuovo codice. Che la piccona. E copia in parte il Jobs Act.

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Il presidente francese Francois Hollande col premier Manuel Valls.

Gli Anni 90 volgevano al termine, Bill Clinton stava concludendo il secondo mandato alla Casa Bianca, ricordato soprattutto per via di una stagista di nome Monica, Tony Blair era entrato da poco al numero 10 di Downing Street percorrendo la stessa via (la terza) del presidente americano più al centro che a sinistra.
E mentre gli sconosciuti Larry Page e Sergej Brin fondavano una società chiamata Google Inc, a Bruxelles si discuteva la lista dei Paesi che avrebbero aderito all'euro.
IL SOGNO DI UNA LEGGE EUROPEA. Era l'estate del 1998, Pantani correva come nessuno sulla bici, Parigi ospitava e vinceva i Mondiali e i socialisti francesi festeggiavano la prima legge Aubry, dal nome di quella Martine allora ministro degli Affari sociali, la legge sulle 35 ore, il sogno antico del 'lavorare meno e lavorare tutti'.
La gauche d'Oltralpe sfidava cosi le ire dell'associazione degli industriali, convinta erroneamente che il resto dell'Europa l'avrebbe seguita. Pochi mesi più tardi il comunista Fausto Bertinotti, che voleva importare le 35 ore in Italia, votava la sfiducia al governo di Romano Prodi. Ma soprattutto al di là del Reno il socialdemocratico Gerard Schroeder conquistava il Reichstag: nonostante l'appartenenza alla stessa famiglia politica, di lì a poco avrebbe imboccato la strada opposta.
IL NUOVO CODICE DEI SOCIALISTI. A Parigi non è passato anno senza che su quella legge, divenuta totem per gli uni e mostro per gli altri, non volassero stracci.
E ora, a 18 anni di distanza, con un continente che cerca di modellarsi a immagine e somiglianza della Germania e una Francia rimasta sola nel sostenere l'idea coraggiosa che il tempo del lavoro non si debba mangiare il tempo della vita, un altro governo socialista, quello di Manuel Valls, si prepara a picconare quella legge, varando un nuovo, contestato, codice del lavoro.

Straordinari pagati il 15% in meno e modello Jobs Act

Un ufficio di collocamento francese.

Sulla carta, i francesi non possono lavorare più di 10 ore al giorno, 48 alla settimana e 44 in media nell'arco di tre mesi.
In realtà, ovviamente, le statistiche dicono che la media delle ore lavorate è ben più alta.
Ma la legge Aubry prevede che ogni ora oltre le 35 sia pagata il 25% in più per le prime otto e il 50% dalla nona in poi.
La maggiorazione può essere ridotta al 10% in più, ma solo nel caso ci sia un accordo collettivo di settore.
ACCORDI A LIVELLO AZIENDALE. La nuova riforma, la loi El Khomri dal nome dell'attuale ministra del lavoro, permette di superare la barriera del sindacato di settore, dando centralità alle intese su base aziendale. Più precisamente la riduzione del pagamento degli straordinari può essere proposta anche da un sindacato che rappresenta almeno il 30% della forza lavoro che proponga un referendum tra i lavoratori.
Gli straordinari possono arrivare così a 13 ore settimanali ed essere pagati il 10% in più.
Le imprese sotto i 50 dipendenti, anche in assenza di referendum, possono chiedere la deroga alle norme su 35 ore e straordinari, calcolando un tempo ore su base annua.
Gli imprenditori possono inoltre invocare circostanze eccezionali in fasi di difficoltà economica per ridimensionare i salari, aumentare i tempi di lavoro, ma anche per licenziare.
La legge infatti definisce, ma allo stesso tempo amplia, le condizioni del licenziamento per motivi economici rendendolo possibile, come già accade in Spagna, in caso l'azienda registri risultati peggiori per «diversi trimestri consecutivi», debba affrontare una fase di riorganizzazione o di transizione tecnologica.
C'è poi la questione spinosa delle indennità di licenziamento, modellata sul nostro Jobs Act e al centro delle contestazioni dei sindacati.
INDENNITÀ IN BASE ALL'ANZIANITÀ. L'esecutivo francese ha deciso di mettere un tetto alle indennità di licenziamento senza causa realistica legandole all'anzianità del lavoratore, creando una griglia che sottrae la materia, ad eccezione dei licenziamenti discriminatori, alla decisione dei tribunali.
Un licenziamento entro i primi due anni farà ottenere un'indennità pari a tre mesi di salario, tra i due e i cinque a sei mesi, e così via. E tanto basta. I detrattori in Francia hanno già annunciato la fine del Cdi, il contratto a tempo indeterminato.
Il governo è corso ai ripari in modo originale. Ha aperto un account Twitter a nome della nuova legge e ha cinguettato: «Si parla tanto di me, ma mi si conosce male. E se facessimo conoscenza?».
Il risultato è stato poco efficace - numerosissime le contestazioni - e a volte comico, con l'account di Jean Jaurès che rispondeva: «Io sono il socialismo. E se facessimo conoscenza?».

Per gli industriali la legge ha segnato l'inizio del declino

Martine Aubry, ex segretario del partito socialista francese.

La riforma è l'ultima di una lunga serie di interventi che hanno indebolito o corretto l'impianto della legge sulle 35 ore.
Quella che il numero uno del Medef nel 1999 definiva «partigiana, arcaica, antieconomica e antisociale».
Per la sinistra francese l'idea di base era semplice. Il monte ore di lavoro di una società non corrisponde alla produttività. La norma sarebbe servita a aumentare i posti di lavoro - 200 mila quelli stimati dall'Insee, l'istituto di statistica francese - e a conciliare vita e impiego. Le imprese erano persino incentivate a moderare i salari, un risvolto non proprio positivo per gli stessi lavoratori.
IL NODO DELLA COMPETITIVITÀ. Da lì, in ogni caso, è cominciata la battaglia.
La commissione di Bruxelles l'ha subito criticata e per la destra francese le 35 ore sono state all'origine dell'aumento del costo del lavoro, e quindi del calo della competitività, in una parola del declino della République.
L'economista Michel Didier, per esempio, fa notare come le esportazioni francesi siano diminuite del 4% tra il 1998 e il 2013. Lionel Jospin ha risposto alle critiche con poche parole: «Constato che i governi che sono venuti dopo il mio hanno limitato o combattuto le 35 ore, senza ottenere gli effetti rilevanti su crescita e impiego o competitività».
SALARI PROPORZIONATI ALLA PRODUTTIVITÀ. Nel rapporto della commissione di inchiesta parlamentare ad hoc diffuso a dicembre 2015, il direttore generale dell'Insee Jean Luc Tavernier, una delle poche voci non interessate, dà in parte ragione a Jospin: «Il costo dei salari non è aumentato nelle stesse proporzioni per via della moderazione salariale, che può essere stimata all'1% - il salario all'ora è aumentato da 3,5 al 4%. I guadagni di produttività sono stimati tra il 2 e il 2,5%, il salario orario quindi è cresciuto leggermente di più della produttività. Tuttavia, se si tiene conto della diminuzione dei carichi contributivi, si può considerare che il costo salariale rapportato alle evoluzioni della produttività è rimasto stabile».
Altri, però, hanno aumentato la produttività ma diminuito i salari.

Il j'accuse contro la competizione a livello europeo

L'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder.

La stessa relazione, analizzando i dati positivi sulla produttività, offre infatti una spiegazione 'europea' al declino francese: «Tra 1997 e 2002 (...) la Francia ha migliorato la sua competitività e guadagnato quote di mercato. Grazie anche alla debolezza dell'euro, ha raggiunto un picco nel 2001».
La crisi è arrivata nel 2002, spiegano dalla commissione di inchiesta. E per due ragioni: «Da una parte la perdita di competitività causata dall'apprezzamento dell'euro, dall'altra l'avvio di una politica di riduzione drastica dei costi di produzione da parte di Berlino. Questa politica spiega circa il 30% delle perdite da parte del mercato francese tra il 2002 e il 2007».
Oggi il governo socialista di Valls e il presidente Hollande cercano disperatamente di recuperare terreno sulla Germania, imboccando la stessa via percorsa dalla Spagna e dall'Italia e cancellando la cifra distintiva della sinistra francese.
PETIZIONI E SONDAGGI CONTRO. Ma i cittadini non sembrano volerli seguire. Il 4 marzo una petizione contro la legge aveva già superato il milione di firme.
Un sondaggio pubblicato sul quotidiano economico Les Echos indica che per quattro francesi su cinque il governo dovrebbe desistere dall'idea di presentare la legge all'Assemblée nationale in estate, per uno su due serve una revisione sostanzionale della riforma, per uno su tre il ritiro totale del progetto. L'esecutivo ha fatto slittare la presentazione del nuovo codice, prevista inizialmente il 9 marzo, di due settimane. Le organizzazioni dei lavoratori si sono divise tra il fronte dialogante e quello del gran rifiuto e hanno indetto mobilitazioni in ordine sparso, il 9, il 12 e il 31 marzo. Il primo ministro ha promesso che ci saranno miglioramenti. Ma intanto l'unico effetto certo è che il partito socialista si sta dilaniando. Martine Aubry, che alla legge sulle 35 ore ha dato il nome, e altre decine di rappresentanti della gauche francese nel momento della presentazione della riforma hanno firmato un appello che sbotta contro l'esecutivo: «Quando è troppo e troppo». La sinistra d'Oltralpe ha smesso da tempo di sognare e ora ha iniziato a urlare.

Twitter @GioFaggionato

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