Diversity Management 160318180000
MUM AT WORK 19 Marzo Mar 2016 1500 19 marzo 2016

La “diversità aziendale” passa pure dalle mamme

Orientamenti sessuali, multi culturalità, disabilità, religioni e razze arricchiscono il posto di lavoro. L'esempio di Fs.

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Per diversity management si intendono orientamenti sessuali, multiculturalità, disabilità, religioni, razze e competenze all'interno dell'azienda.

Essere “diversi”, per un’azienda, è una forza.
Le realtà un po’ più illuminate lo hanno capito e alcune si sono dotate addirittura di interi dipartimenti che lavorano per riequilibrare l’ambiente di lavoro.
Si chiama diversity management e per comprendere cosa significa «basta pensare alla biodiveristà: quanto più un ambiente è ricco di diversità, tanto più sarà capace di resistere e gestire difficoltà e stress», spiega a Lettera43.it Sofia Nasi, responsabile progetti diversity management di Ferrovie dello Stato Italiane.
Dalla sede centrale di Roma di Piazza della Croce rossa, Nasi racconta che è dal 2012 che la sua azienda ha iniziato ad applicare teorie di questo genere.
L'ITALIA È INDIETRO. In assoluta controtendenza rispetto al panorama italiano: secondo una recente ricerca di Sda Bocconi nelle imprese italiane con più di 250 dipendenti, tre direttori del personale su 10 (il 29%) non vogliono neppure sentire parlare di diversity management, due (quindi il 21%) ne hanno adottato qualche pratica e gli altri cinque sono interessati, ma anche “no, grazie”.
Come sempre, siamo un po’ indietro, considerando che in Europa quasi il 50% delle imprese favorisce le “diveristà” al suo interno. Per un semplice motivo: fortificano.
Quali sono queste “diversità” che rafforzano le organizzazioni?
Le mamme, innanzitutto. Poi si parla di orientamenti sessuali, multiculturalità, disabilità, religioni, razze e competenze.
COMPETENZE DIFFERENTI. «Se in un’organizzazione come la nostra possiamo usufruire di competenze diverse, come di ingegneri e filosofi, per esempio, saremo in grado di gestire situazioni complesse e anche di comprendere meglio il nostro mercato di riferimento», continua Nasi.
Lei, mamma di tre figli, applica nella vita privata gli studi che mette alla prova anche nel lavoro.
«Io e mio marito siamo intercambiabili con i bambini. Grazie alla nostra organizzazione familiare io ho potuto continuare a fare carriera e seguire i figli, senza rimpianti o sensi di colpa», ricorda la manager.
«Mi appoggio anche a una rete di aiuti composta da nonni e babysitter, ma ho deciso di essere presente e passo due pomeriggi a settimana con loro, li accompagno alle attività e passo del tempo con i miei figli. Anche se a breve ho in mente di rientrare al lavoro full time».
MASCHILISMO SUL LAVORO. Sono diverse le iniziative che si mettono in pratica in Ferrovie «e tante riguardano il genere, perché il nostro è percepito come un settore di lavoro al maschile e se negli uffici siamo vicini al 50% tra donne e uomini, nelle operation no. Anche se oggi per “riparare” un treno non servono i muscoli, come un tempo, ma competenze tecniche».
In Ferrovie la maternità può durare sette mesi (due oltre i cinque obbligatori), sei al 100% dello stipendio e il settimo all’80%.
Inoltre la coppia di genitori può optare per due mesi di paternità, di cui il primo al 100% e il secondo mese all’80% dello stipendio e nel 2014 3 mila uomini hanno usufruito di 48 mila giornate di paternità.
Un successo per l’azienda, un faro in fondo al tunnel per il Paese.


Twitter @francesca_gui

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