FACT CHECKING 25 Marzo Mar 2016 1035 25 marzo 2016

Scuola, tasse, lavoro: i numeri condannano Renzi

Solo 80 mila prof assunti. Il 32% del gettito Irpef pagato dal 4% dei contribuenti. La disoccupazione giovanile oltre il 40%. I dati di una rivoluzione mancata.

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Antonio Galdo. Nel riquadro, la copertina del libro Ultimi.

In principio fu il tempo dei “gufi”.
Poi, nelle scorse settimane, è stato inaugurato il brand “bufale”: dà il nome a una rubrica della e-news con la quale Matteo Renzi si rivolge direttamente al popolo (quello del Pd, innanzitutto) scavalcando i dubbiosi.
Cioè i professori che scrivono sui giornali, gli analisti degli organismi internazionali, la stampa in generale. Tutti “nemici” che smentiscono la rivoluzione del giglio magico.
VIETATO CRITICARE. Renzi ha un rapporto a dir poco controverso con i critici.
Da un lato, c’è l’egocentrismo di un leader che ha usato la sua faccia (e l’età) per vincere la guerra generazionale con gli ex azionisti forti del Partito democratico.
Dall’altro, la necessità di dimostrare ai mercati e all’Europa che le sue riforme stanno riportando l’Italia verso la ripresa, dopo anni di stagnazione prima economica, poi politica.
VIAGGIO NEL FALLIMENTO RENZIANO. Per tutto questo forse non leggerà mai Ultimi, così le statistiche condannano l'Italia, il saggio di Antonio Galdo da poco in libreria per Einaudi. Un viaggio nei conti e nelle scelte del Paese che rottama, in maniera argomentata e brutale, l’ottimismo renziano.
I messaggi dal governo vanno invece in un’unica direzione: la spending review è stata già fatta, le aziende riscoprono le assunzioni, le grandi opere ripartono, i costi della politica sono un ricordo, il made in Italy torna a splendere, la pubblica amministrazione sta per diventare un’impresa, la meritocrazia è il metro del nuovo corso. Ma qual è davvero l’Italia reale?
DA IMPERO A PROVINCIA. Galdo – giornalista, scrittore e negli ultimi anni cantore dell’ecosostenibilità con il suo nonsprecare.it – descrive un Paese dove persino i diritti fondamentali sono diventanti di classe.
Qui soltanto «le famiglie più facoltose sono quelle dotate di strumenti per conoscere il nome l’indirizzo di una buona scuola» dove iscrivere i propri figli. Oppure «bisogna aspettare due anni per un intervento di ernia del disco, quattordici mesi per una mammografia, sei mesi per un controllo oncologico, oppure dove il tempo medio trascorso in una barella in attesa di un normale posto letto è di otto giorni».
TRA IMMOBILISMO E QUALCHE ECCELLENZA. Ma Ultimi non è un libro antirenziano. L’obiettivo di Galdo è più ampio: spiegare perché la settima potenza al mondo, la terza economia d’Europa e la patria dei Cesari, di Dante e Machiavelli sia diventata provincia dell’Impero.
Sommando immobilismi, flop e qualche eccellenza lo scrittore finisce per fare un fact checking sul presente, delinea l’agenda della buona politica e scrive un almanacco dei successi e degli insuccessi di una stagione, che sta volgendo verso l’ennesimo fallimento politico.

Il lavoro si crea con le idee, non con i sussidi

Una manifestazione contro il Jobs act.

Proprio nell’ultima e-news Renzi chiede di «fare i conti con la realtà» a chi definisce «un fallimento la riforma del Jobs act», che «produce più posti di lavoro e posti di lavoro più solidi».
Galdo, invece, si affida a un parallelo tra l’Italia vicina a tornare in stagnazione e l’America in netta ripresa per smontare la strategia del governo, tutta incentrata sul finanziare le assunzioni.
PAROLA D’ORDINE: SKILLS. I nuovi posti devono «arrivare da una crescita, in termini di competenze, di skills, nel linguaggio anglosassone – del capitale umano. Dunque: più formazione, dall’asilo all’università, e di alto livello. L’unica ricetta possibile per riaccendere il motore della crescita economica, quella che manca per vedere l’uscita dal tunnel della Grande Crisi».
Non a caso «il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è ormai meno della metà rispetto a quello dell’Unione europea: 5,8% rispetto all’11,5%», con l’Italia seconda soltanto alla Grecia per disoccupazione giovanile.

La scuola sforna studenti poco preparati

La presentazione del piano la buona scuola del governo Renzi.

L’Ocse non sa spiegarsi perché l’Italia sia nel contempo il Paese che spende di più per il settore tra la nazioni sviluppate e quello che sforna gli studenti meno preparati nel campo delle lettere o delle scienze.
Con la sua Buona scuola Renzi rivendica di aver riportato in questo mondo “il merito”.
Eppure i numeri dimostrano i ritardi su uno dei principali obiettivi della riforma: le assunzioni sono state 86.076 contro le 150 mila annunciate, mentre le supplenze sono scese di poco meno di 13 mila unità (quest'anno siamo a 105.395).
PROMOSSI I PEGGIORI. Secondo Galdo la piattaforma renziana sta (per ora) fallendo, non riuscendo a rompere la difesa corporativa di sindacati e forze politiche, che impediscono di valutare la qualità dell’insegnamento.
In quest’ottica «la scuola italiana si è andata appiattendo verso il basso», non riesce a selezionare i migliori da entrambi i “lati della cattedra”.
Così oggi, «a forza di non distinguere i bravi dai fannulloni, abbiamo creato un meccanismo in base al quale i maestri italiani sono i peggio pagati in Europa, con una parte fissa dello stipendio, il 97%, che aumenta ogni sei-sette anni solo sulla base dell’anzianità di servizio, raggiungendo un tetto di 39 mila euro lordi l’anno a fine carriera».
Gli stessi soldi in Inghilterra, Germania, Francia e Spagna i docenti meritevoli li incassano appena assunti.

La retorica dei giovani e la difesa dei vecchi

Il premier Matteo Renzi.

Come un principe rinascimentale, l’ex sindaco di Firenze si è circondato di coetanei.
I trentenni e quarantenni più brillanti in circolazione li ha nominati ministri, li ha chiamati al suo fianco a Palazzo Chigi, li ha voluti a capo delle più importanti imprese di Stato. Ma l’Italia, si sa, non è un Paese per giovani.
Neanche durante il biennio renziano, dove diventa una priorità anticipare la pensione dei padri ma non aprire la società ai figli.
I PADRI SONO SEMPRE PIÙ RICCHI. E proprio i padri sono sempre più ricchi: se «nel 1991 controllavano il 19,3% della ricchezza nazionale, adesso sono a quota 34,2%. E hanno visto la loro ricchezza familiare raddoppiarsi tra il 1991 e il 2012. Al contrario dei capifamiglia sotto i 34 anni che invece hanno subito uno scivolone del 25,8%».
L’amara conclusione di Galdo è che ai giovani «non resterà che aspettare l’eredità».
Ma da noi anche nascere è più difficile che altro. Nella metà dei Comuni italiani non si spende un euro per un asilo nido. Mentre a livello statale, con il governo che in nome della famiglia tradizionale blocca le stepchild adoption, gli aiuti ai nuclei più poveri «sono passati dai 2 miliardi e 523 milioni del 2009 a meno di un terzo».

Non si fa giustizia, si fa prescrizione

Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

Renzi l’ha ripetuto anche ultimamente: «Giustizia sì, giustizialismo no».
Ma questo principio, al momento, è stato applicato a metà: c’è la nuova legge sull’omicidio stradale, ma non la riforma della giustizia che dovrebbe rendere i processi più veloci, equiparare accusa e difesa, disciplinare l’uso (o l’abuso) delle intercettazioni.
Tra il dire e il fare, nota Galdo, c’è il record dei procedimenti pendenti (71 cause ogni mille abitanti soltanto nel civile) e la constatazione che «praticamente (la giustizia, ndr) non c’è nel civile attraverso i tempi biblici delle cause e nel penale con una sorta di prescrizione di massa con la quale si chiudono oltre 100 mila procedimenti l’anno».
EXIT STRATEGY PER CORROTTI E MAFIOSI. Ma in Italia la giustizia muore di prescrizione per ogni tipo di reato: multe per il traffico, disastri colposi, corruzione, reati di mafia. Il governo ha provato a metterci una pezza nel modo più brutale: raddoppiando i tempi di prescrizione.
Ma la mossa potrebbe essere non sufficiente. L’Italia è sempre il Paese dove, «quanto alla scrittura della sentenza, in teoria sarebbero sufficienti quindici giorni». Peccato che «il giudice milanese Edi Pinatto ha impiegato otto anni per mettere nero su bianco le motivazioni della condanna dei componenti del clan mafioso Madonia». Il Csm non ha neppure preso provvedimenti contro di lei.

Tasse, pochi le pagano per tutti

Modelli 730.

La questione tasse è centrale per il governo Renzi. Da neopremier si è presentato (guarda caso prima delle Europee) con il bonus Irpef da 80 euro per rafforzare la domanda interna e dimezzando tasse e contributi per i neoassunti. Adesso chiede all’Europa di rallentare sul pareggio di bilancio per tagliare l’Imu sulla prima casa. Ma una vera riforma deve riguardare tutta l’architettura fiscale del Paese.
Galdo, infatti, sottolinea storture che non si superano giocando con bonus e una tantum. Soprattutto la necessità di fare cassa ha finito anche per far saltare concetti come progressività e perequazione.
LE STRANEZZE SULL’IRPEF. Infatti, soltanto sul versante dell’Irpef, «quasi la metà degli italiani non ha un reddito e vive a carico di qualcuno. A questa prima stranezza se ne sommano altre. Il totale di coloro che dichiarano redditi fino a 7.500 euro l’anno (compresi quelli con reddito nullo o negativo) sono oltre 10 milioni, pari al 25,2% del totale dei contribuenti: un numero altissimo. Versano allo Stato una media di 55 euro pro capite l’anno: un numero bassissimo. Alla fine dei conti si scopre che il 4,01% dei contribuenti paga il 32,6% del gettito complessivo dell’Irpef».
PRESSIONE RECORD. La Uil ha calcolato che, visti i rapporti tesi tra governo ed enti locali, le imposte e tasse regionali e comunali sono salite di 7 miliardi di euro (+16,7%) tra il 2013 e il 2015. Quello che si taglia al centro, viene rimesso in periferia.
Conclusione? «Se sommiamo imposte dirette, indirette, in conto capitale, e contributi sociali», calcola Galdo, «siamo al 43,5% del Pil. Un livello insostenibile sia per le imprese, il cui carico fiscale ha raggiunto il 65,4% dei profitti (in Germania è al 48% e in Gran Bretagna al 33%), sia per le famiglie».
Questi numeri ci collocano «ai primi posti nella classifica europea della pressione fiscale, superati da Paesi come Danimarca, Finlandia e Svezia che offrono, in contropartita all’alta tassazione, una ben diversa qualità dei servizi pubblici e del welfare». Che da noi non funzionano.

Twitter @FrrrrrPacifico

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