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ANALISI 27 Marzo Mar 2016 1800 27 marzo 2016

Libia, perché all'Italia la guerra non conviene

Renzi frena sull'intervento militare, che minerebbe l'approvvigionamento di gas. E l'esportazione di prodotti raffinati: un giro da 1,48 miliardi. L'analisi dell'Ispi.

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Il gasdotto Greenstream che collega la Libia all'Italia.

I generali premono. Gli Stati Uniti pure. Matteo Renzi tira il freno, smentisce categoricamente un intervento imminente in Libia.
Ma l'ipotesi, nel medio-lungo periodo, è tutt'altro che tramontata.
E gli analisti si interrogano, in primis sugli effetti militari di una simile iniziativa.
Tuttavia, le ripercussioni per il nostro Paese sarebbero anche, se non soprattutto, di carattere economico. Energetico, per la precisione.
L'IMPORTANZA DEL GREENSTREAM. Quando si parla di Libia e dei suoi rapporti con l’Italia, occorre fare due discorsi separati: uno per l’approvvigionamento di gas naturale e uno per l’import e la raffinazione del petrolio.
Per quanto riguarda il primo aspetto, bisogna tenere conto che l’interesse di Roma è volto soprattutto a salvaguardare e ad assicurare la stabilità energetica e i consumi interni.
La Libia e il suo gasdotto Greenstream, infatti, costituiscono una delle principali fonti energetiche cui il nostro Paese può attingere.
STABILITÀ ENERGETICA A RISCHIO. Analizzando i dati forniti dall’Unione petrolifera nel 2011, anno dello scoppio della guerra civile, l’import di gas naturale è crollato a 2 milioni smc (standard metrocubo), per poi riprendersi e assestarsi negli anni seguenti sui 6 milioni smc.
Secondo Matteo Villa, analista dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) un intervento militare italiano potrebbe essere controproducente.
Basterebbe infatti che un tratto del Greenstream venisse danneggiato e l’approvvigionamento subirebbe forti rallentamenti.
Se poi i danni perdurassero per mesi o, peggio, se il gasdotto fosse costantemente sotto attacco, la stabilità energetica - e dei conti - per il nostro Paese sarebbe seriamente compromessa.
IN LIBIA CRESCE LA DOMANDA DI COKE. Capitolo greggio. Il carbone coke (utilizzato come combustibile) e i prodotti petroliferi raffinati dagli stabilimenti italiani non trovano da anni una collocazione stabile nel nostro mercato interno, dove i consumi sono calati in favore di quelli di gas naturale.
In Libia, invece, la richiesta negli ultimi anni è stata ben più alta. Non solo, ma da quando è caduto Muammar Gheddafi l’export italiano in Libia di prodotti petroliferi raffinati è aumentato a livelli record.
Il ciclo economico è abbastanza semplice: la Libia non gode della stabilità necessaria per far funzionare a pieno regime le poche raffinerie che il raìs era riuscito a mettere in piedi e negli ultimi anni la maggior parte del greggio che il Paese ha importato in Italia lo ha ricomprato raffinato dai nostri stabilimenti.

L'Italia esporta in Libia prodotti raffinati per 1,48 miliardi di euro

Tripoli: fumo e fiamme si alzano verso il cielo da un deposito di petrolio dopo un incendio.

I dati parlano chiaro: fino al 2008 la Libia non aveva mai importato dal nostro Paese prodotti petroliferi per un valore superiore al miliardo.
Il boom si è avuto paradossalmente nell’anno dello scoppio della crisi economica: si è passati dai 700 milioni del 2007 ai circa 1,3 miliardi del 2008.
L'INTERSCAMBIO SALE. Nel 2011, con la caduta di Gheddafi e lo scoppio della guerra civile, invece si è toccato il punto più basso dei rapporti commerciali dei due Paesi: il dato del petrolio raffinato esportato è un indice sintomatico e, in soli 12 mesi, è crollato da 1 miliardo di euro a 200 milioni.
Ma è da questo punto in poi che l’esportazione di coke ha conosciuto una nuova primavera, andando a toccare livelli mai raggiunti prima d’ora. Il 2013 coi suoi 1,4 miliardi è l’esempio più vistoso.
Nell’ultimo anno però qualcosa è cambiato. Dal punto di vista dell’export e dell’import complessivo di tutte le merci, i rapporti tra Libia e Italia registrati nel 2015 sembrano essere tornati ai valori di 10 anni fa.
MA I LIVELLI DEL 2013 SONO LONTANI. Secondo i dati forniti dall’Istat, nel 2005 l’Italia esportava verso la Libia merce per un valore complessivo di 1 miliardo e 364 milioni di euro. Nel 2015 la cifra è salita a 1 miliardo e 487 milioni di euro, un incremento del 9 %.
Tuttavia, se si prendono in considerazione le due annate precedenti, si riscontra un calo netto: -32,6% rispetto al 2014 e -47,7 % rispetto al 2013, quando si è toccato il picco massimo delle esportazioni dal punto di vista sia della quantità che del valore di euro.
La contrazione è dovuta specialmente alla voce del petrolio raffinato. Nel 2015 coke e prodotti petroliferi raffinati hanno rappresentato il 54% dell’intero export, per un valore complessivo di circa 804 milioni di euro contro gli 1,2 miliardi del 2014 e gli 1,4 del 2013.
L'EFFETTO DOMINO MINACCIA L'ITALIA. Sempre secondo Matteo Villa, il calo sarebbe da ricollegare a una minore produzione di greggio da parte della Libia.
E non a una diminuzione dei prezzi, visto che proprio l’instabilità nel Paese permetteva di accedere a merce scontata.
La Libia oggi produce un quarto di quanto produceva nei periodi pre-crisi, e questo si riflette su tutto il comparto dell’interscambio commerciale tra i nostri due Paesi (che si attesta sugli 11 miliardi di euro).
Producendo di meno, riduce le esportazioni. E conseguentemente cala pure l’importazione in Libia dei prodotti petroliferi raffinati.
Ecco perché un eventuale intervento militare, secondo l’analista dell’Ispi, non farebbe altro che accentuare questa tendenza, andando quindi contro i nostri interessi economici.

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