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VISTI DA VICINISSIMO 29 Marzo Mar 2016 1539 29 marzo 2016

Ansaldo Sts, l'inchiesta fa tremare il governo

La quota del Tesoro in Finmeccanica. Le voci sul rapporto tra Moretti e Renzi. L'inchiesta preoccupa il premier. E presto potrebbero uscire i primi indagati.

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Mauro Moretti e Matteo Renzi.

Povero Moretti. Fino a ieri si diceva – e sperava – che la pietra su cui sarebbe inciampato era il processo per la strage di Viareggio, nel quale l’uomo di Finmeccanica è imputato per disastro e omicidio colposo, eredità del suo passato da ferroviere.
Ma oggi è la vicenda Ansaldo Sts a scaldare l’esercito di nemici dello scorbutico Mauro.
A cominciare da Luigi Bisignani, che sul Tempo gli ha rifilato una stilettata che lo ha fatto sanguinare (e incazzare).
Per questo i miei occhi (di lince) si sono posati sugli incartamenti custoditi nei cassetti della scrivania di Adriano Scudieri, il magistrato più fidato tra quelli del pool che indaga sui reati economici, coordinato dal procuratore aggiunto Francesco Greco.
NESSUN INDAGATO, PER ORA. Ufficialmente, si tratta di un fascicolo “modello 44”, e quindi al momento senza indagati, nel quale si ipotizzano i reati di aggiotaggio e di ostacolo all’attività di vigilanza.
Ma la quantità di documenti e intercettazioni fa supporre che qualche nome finisca nella lista degli indagati. Chi non è dato (ancora) saperlo, ma sono pronto a scommettere che la parola chiave sarà “garanzie”.
Sono state date o no garanzie all’acquirente Hitachi? E perché il presidente di Sts, l’inglese Alistair Dormer – l’uomo dei sistemi ferroviari Hitachi che ha trattato con Finmeccanica l’acquisto di Sts e Breda –, da quando si è aperta l’inchiesta non è più tornato a Genova?
LA PREOCCUPAZIONE DI RENZI. Sono domande che anche Matteo Renzi si sta ponendo.
Perché la questione rischia di gettare un’ombra sul governo, vista la quota di controllo di Finmeccanica (30,2%) detenuta dal Tesoro. E perché sul rapporto tra lui e Moretti circolano troppe leggende metropolitane per lasciar correre.
Inoltre, il presidente del Consiglio vuole evitare che entri in gioco il ministro competente, quello dei Trasporti Graziano Delrio, che è ormai lontano da Renzi, dai renziani e dal renzismo.

Gli attriti tra Palazzo Chigi e il ministro Delrio

Graziano Delrio.

L’ultima prova di come il prolifico ministro (nove figli) giochi una partita tutta sua viene dal “fronte dei porti”.
Luca Lotti ha armato la mano di Roberto Cociancich, senatore Pd intimo di Renzi (condividono lo scoutismo), che ha presentato un emendamento al ddl Concorrenza per cancellare il Registro Internazionale e con esso tutti i benefici che ne derivano alla bandiera italiana, in particolare ad armatori e lavoratori marittimi.
Contro la scelta di Palazzo Chigi si sono subito schierati Delrio e la sua sottosegretaria Simona Vicari, senatrice Ncd che Renzi ha spedito dal Mise ai Trasporti.
IL RUOLO DI PALENZONA. Sullo sfondo c’è molto di più di una semplice guerra politica. A suggerire la mossa di Renzi e Lotti c’è quel Vincenzo Onorato, patron di Moby Lines e di Tirrenia, che a gennaio aveva già spiegato a Lettera43.it le sue intenzioni dopo un intervento a pagamento sul Foglio.
O meglio, c’è Fabrizio Palenzona, che del gruppo di Onorato sarà il prossimo numero uno subito dopo aver lasciato le cariche di presidente di Aeroporti di Roma e dell’Aiscat (in entrambi i casi per scelta di Gilberto Benetton, che non gli ha perdonato la vicenda Mercuri).
Nel settore tutti hanno interpretato la mossa del duo Onorato-Palenzona come l’ennesima battaglia nella guerra che contrappone l’armatore di Mascalzone Latino a Manuel Grimaldi, alla guida della compagnia omonima e numero uno di Confitarma.
LA PARTITA UNICREDIT. Guerra per le rotte (Grimaldi ha appena inaugurato nuovi collegamenti per la Sardegna da Livorno, attaccando la leadership che Moby ha in quel mercato), per il porto di Livorno in via di privatizzazione e per la nazionalità dei lavoratori, visto che Confitarma chiede di estendere le agevolazioni anche alle compagnie che imbarcano personale extracomunitario e Onorato le vuole, appunto, cancellare.
Ma dietro c’è di più. Perché Palenzona non è certo andato a Palazzo Chigi a parlare solo del suo nuovo incarico.
Pur con tutto quello che è successo, l’uomo di Tortona è infatti ancora vicepresidente di Unicredit, e si sa che Renzi segue con bramosa attenzione l’intricata vicenda del vertice della seconda banca italiana.
«Non ti preoccupare, fregatene delle Generali, c’è il posto di amministratore delegato di Unicredit che ti aspetta», aveva detto il presidente del Consiglio a Mario Greco, che a gennaio era andato a informarlo di essere costretto a lasciare la compagnia triestina per l’atteggiamento di alcuni azionisti. E che gli rispose «no grazie».
IL MURO DEI SOCI ARABI. Ora segue le mosse di Palenzona, che punta a spostare Ghizzoni alla presidenza e a cercare un Ceo gradito a Renzi e che non smonti la filiera interna. che vede lui stesso e il vicedirettore generale Paolo Fiorentino veri padroni della banca.
Mosse che trovano contrari i soci arabi – disposti su questo anche a rompere con Montezemolo, che infatti pencola – e su cui anche Paolo Biasi (Fondazione Cariverona) non ci sente.
«Dài, male che vada ti fai l’America’s Cup», pare abbia detto ridendo, con evidente riferimento alla sua stazza, Renzi a Palenzona.
Moretti, Delrio e Grimaldi ridono un po’ meno. Parola di occhio di lince.

(*) Con questo “nome de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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