Basilicata 160401202703
INCHIESTA 1 Aprile Apr 2016 2030 01 aprile 2016

I pm: «Eni, cresta da quasi 80 milioni sui rifiuti lucani»

Liquidi sversati in Basilicata. Senza controlli. Con «profitti illeciti» di 80 milioni. Così la procura di Potenza indaga sull'estrazione di idrocarburi. E ipotizza il disastro ambientale. Inquisito anche l'ammiraglio De Giorgi.

  • ...

Il centro Oli dell'Eni di Viggiano (Potenza).

«Praticamente Eni in questi anni in Basilicata si è auto-controllata, con la consapevolezza da parte delle istituzioni dei danni che poteva causare l'estrazione di idrocarburi nella regione».
Maurizio Bolognetti, radicale, giornalista, tra i massimi esperti sull'estrazione di petrolio in Basilicata, autore del libro Le mani del petrolio (Reality Book), commenta così a Lettera43.it uno dei filoni dell'inchiesta della procura di Potenza - che ha portato tra l'altro al caso politico culminato con le dimissioni del ministro Federica Guidi - che riguarda lo smaltimento dei rifiuti petroliferi del Centro Oli di Viggiano. E che ha condotto i magistrati e i carabinieri a indagare sull'ipotesi di disastro ambientale.
«GRAVI REATI AMBIENTALI». L'accusa è pesante: «Gravi reati ambientali causati dal management» del cane a sei zampe che in una nota ha spiegato di voler collaborare con la magistratura e ha confermato «sulla base di verifiche esterne commissionate dalla società stessa, il rispetto dei requisiti di legge e delle best practice internazionali».
Eppure questa è una storia che racconta soprattutto della totale assenza di controlli da parte delle istituzioni locali - talvolta pure conniventi stando alle indagini della magistratura con pressioni per assumere figli di politici nell'azienda di San Donato - con il rischio concreto di un alto tasso di inquinamento della zona.
QUASI 80 MILIONI DI «FONDI ILLECITI». Ci sono controllori che vanno a braccetto con i controllati, omissioni di documenti, autorizzazioni illegittime e classificazioni di rifiuti come “non pericolosi” quando in realtà sarebbero dovuti ricadere sotto quelli classificati come “pericolosi”.
E poi ci sono i profitti che Eni avrebbe conseguito grazie a questa gestione illecita.
Perché - si legge nelle carte - «è possibile ritenere che l’attività di reiniezione dei reflui liquidi all’interno del Pozzo Costa Molina 2, nelle modalità illecite che sono state osservate da Eni e contestate nel corpo della richiesta cautelare, ha permesso all’azienda di conseguire, solo per il periodo settembre 2013-settembre 2014, un risparmio, e dunque un profitto ingiusto, di valore compreso tra i 34.164.040 di euro e i 76.869.090 di euro».
AVVELENARE PER RISPARMIARE. Tra le carte dell’inchiesta si intravedono tutte le condotte tipiche della criminalità ambientale.
Lo ha sottolineato anche il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti: «Dispiace rilevare che per risparmiare denaro ci si riduca ad avvelenare un territorio con meccanismi truffaldini».

Conviene davvero estrarre petrolio in Basilicata, zona sismica?

Bolognetti segue la vicenda da più di 20 anni.
«Non sono cose che capitano da ieri», spiega, «ma questa potrebbe essere finalmente l'occasione per fermarci un attimo a riflettere se conviene questo dispiego di forze e di scandali nella regione per estrarre così pochi barili di petrolio che non portano neppure così tanto lavoro».
LAVORO? NEMMENO TROPPO. E sul fronte occupazionale, spesso citato dal premier Matteo Renzi e dai sostenitori del petrolio lucano, vale la pena ricordare che fu Leonardo Maugeri, ex manager di Eni dal 1994 al 2011, a scrivere su Il Sole 24 Ore che «l'industria del petrolio non è ad alta intensità di lavoro».
Del resto la storia di Eni in Basilicata da anni è costellata di polemiche, inchieste e persino presunte violazioni di legge sulla documentazione fornita da Eni nel 1996 per la creazione del primo insediamento petrolifero.
C'È UNA DELIBERA DEL 1977. È ancora più recente, anno 2006, la creazione del pozzo reiniettore Costa Molina 2, nel quale il colosso petrolifero italiano inietta da anni nel sottosuolo milioni di metri cubi di scarti petroliferi.
E qui c'è il primo punto che stona. Anche se la magistratura non ha mai mosso un dito.
Né le sitituzioni, a parte il Comune di Grumento Nova che un paio di anni fa contestò la questione alla Regione Basilicata che stava concedendo a Eni il via libera per l'apertura di un altro pozzo di reiniezione.
Del resto la delibera ministeriale del 4 febbraio 1977 per la tutela delle acque di inquinamento spiega che «lo scarico nel sottosuolo può essere adottato come mezzo di smaltimento di effluenti industriali solo nei casi in cui sia dimostrato che dette formazioni siano situate in zone tettonicamente e sismicamente favorevoli».
L'ALLARME DEI VULCANOLOGI. La Basilicata è zona rossa.
A dirlo è l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia che ha rilevato negli anni passati come la presenza di infrastrutture legate all’attività di estrazione e raffinazione di idrocarburi, contribuiscono ad accrescere il rischio sismico dell’area.
Ancora adesso targhe sparse qua e là tra Matera e Potenza ricordano il tragico terremoto di Montemurro del 1857 che devastò la Val D'Agri, dove da più di 20 anni Eni ha piazzato i suoi 27 pozzi petroliferi.
Ma nessuno ha mai contestato nulla. Perché?

In manette funzionari del centro smaltimento e la sindaca Pd

Nell’indagine portata avanti dal Nucleo operativo ambientale (Noe) dei carabinieri infatti lo stabilimento di Tempa Rossa che coinvolge il compagno dell'ex ministro Federica Guidi non viene nemmeno citato, perché l’inchiesta punta allo smaltimento illecito dei rifiuti nel centro oli di Viggiano dell’Eni.
Da qui l’arresto di sei persone, funzionari e dipendenti dela struttura e l'ex sindaca del Partito democratico di Corleto Perticara - dove viene trattato il petrolio estratto in Val d'Agri - perché ritenuti responsabili, a vario titolo, di «attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti».
PURE DIRIGENTI ENI IN ARRESTO. Tra loro con le accuse di concussione e corruzione ci sono anche Vincenzo Lisandrelli (coordinatore ambiente del reparto sicurezza e salute all'Eni di Viggiano), Roberta Angelini (responsabile Sicurezza e salute dell'Eni a Viggiano).
Nicola Allegro (responsabile operativo del Centro oli di Viggiano), Luca Bagatti (responsabile della produzione del distretto meridionale di Eni) e Antonio Cirelli (dipendente Eni nel comparto ambiente).
Divieto di dimora deciso per l'ex vice sindaco, Giambattista Genovese, e per un dirigente della Regione Basilicata, Salvatore Lambiase.
Gli investigatori non sono teneri né con Lambiase - «da organo controllore, interloquisce in anteprima con il soggetto controllato» configurando così, secondo i pm, il reato di abuso d’ufficio - né con la stessa Eni.
I PM: «PROPENSIONE CRIMINOSA». I pm scrivono di una «accertata naturale inclinazione di funzionari e tecnici dell’Eni all’alterazione e mistificazione di dati concernenti l’attività di gestione dei rifiuti al fine di precostituire uno stato di fatto difforme dalla realtà».
Trattasi di «congegno che se da un lato deve essere stigmatizzato con riferimento al pericolo di dispersione e inquinamento del materiale probatorio, merita di essere sottolineato anche in quanto espressivo di una non comune propensione criminosa».

Documenti destinati ai carabinieri che appaiono e scompaiono

A dare una spinta alle indagini è stato l’architetto Paolo Baffari, funzionario dell’Ufficio del Ciclo delle Acque della Regione Basilicata.
Fu lui a mettere nero su bianco di non «non poter procedere al rinnovo dell’autorizzazione» per le attività di scarico, evidenziando più avanti come «l’attività di reiniezione nel pozzo costa Molina, dal 10 settembre 2013, avviene senza legittima autorizzazione».
TRE ATTI VIA DAL PLICO. L’architetto inoltre predispose la documentazione da presentare ai carabinieri, ma una manina tolse dal plico consegnato nel corso della perquisizione tre atti, tra cui il parere negativo al rinnovo dell’attività di reiniezione delle acque e il rapporto in cui Baffari sottolineava come i rapporti inviati da Eni sulla reiniezione non fossero «né leggibili né interpretabili».
Più volte infatti il funzionario aveva segnalato anche la trasmissione di certificati di analisi non tempestiva e carente da parte di Arpab.
Quei documenti, legati all’autorizzazione in questione, sono spariti.
NUMERATI E SPEDITI VIA MAIL. Ma sia Baffari sia i carabinieri del Noe se ne sono accorti: l’architetto li aveva numerati e inviati via mail direttamente a Nucleo operativo.
Quando gli investigatori hanno convocato il funzionario, lo stesso capì che qualcuno aveva modificato a penna la numerazione dei documenti raccolti.

Twitter @ARoldering e @lucarinaldi

Correlati

Potresti esserti perso