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MUM AT WORK 2 Aprile Apr 2016 1400 02 aprile 2016

Carla e Ludovico: lei al lavoro e lui a casa

Per le madri lavorare è ancora difficile. Ma ci sono coppie che hanno invertito i ruoli.

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In 200 mila famiglie italiane lavora solo la mamma.
È quanto è emerso dagli ultimi dati Istat relativi al 2015.
Un trend in aumento rispetto all’anno precedente: +4,2%, che vuol dire 8 mila in più in un anno.
E la crisi economica non spiega tutto.
C'è un trend diverso, quello delle mamme breadwinner, “capofamiglia” che vanno a lavorare e hanno il partner che sta a casa e si occupa dei figli.
UN'ITALIA SPACCATA IN DUE. Come se l’Italia delle delle madri fosse spaccata in due.
Da un lato le impiegate, le manager, le partite Iva, e in una piccola percentuale in crescita le breadwinner che “conciliano” vita familiare e vita professionale.
Dall’altro le mamme che stanno a casa che si vogliono o si devono prendere cura esclusivamente dei bambini.
E la tela si taglia anche sul fronte delle giovani: per le under 35 il tasso di occupazione arriva al 73,9% se single, quando hanno partner e figli scende al 44%.
Dato che peggiora ancora di più se si hanno tre o più bambini: in questi casi lavora solo il 20,1% delle madri.
Da un lato le lavoratrici, dall’altro le casalinghe. All’angolo le “nuove capofamiglia”.

Moglie in ufficio, marito a casa coi figli

I ''nuovi padri'' aiutano le madri nella cura della famiglia. Senza confondere i ruoli.

Ma oltre i dati, ci sono le storie delle famiglie.
«Quando siamo andati a convivere, circa 30 anni fa, io e mia moglie eravamo una famiglia “tradizionale”: io tutto il giorno fuori per lavorare, lei con contratto precario part time. Poi è arrivato il primo figlio e appena ha potuto Carla (nome di fantasia, ndr) è tornata al lavoro. Anche perché nel frattempo aveva iniziato a fare carriera», racconta a Lettera43.it Ludovico (anche questo è un nome inventato, ndr), oggi stay-at-home-dad. «Io sono sempre stato un libero professionista e, al contrario di mia moglie, potevo avere orari flessibili: quindi ero io che aspettavo la babysitter, che rimanevo a casa se il piccolo stava male» continua Ludovico. Insomma, la moglie “incastrata” negli orari rigidi dell’ufficio, il marito elastico grazie alla partita Iva. Poi arriva il secondo bambino e la “nuova famiglia” definisce il suo nuovo equilibrio.
L'IMBARAZZO DEI FIGLI. «Mia moglie non ha mai neanche incontrato alcune babysitter di E., il nostro secondogenito. Lei, che aveva iniziato ad avere eccellenti riscontri nella professione, piano piano ha dedicato il suo tempo quasi esclusivamente al lavoro. A casa, ci stavo quasi sempre io» ricorda. Così Ludovico lascia il suo lavoro e ne inizia uno nuovo, da allevatore di cani di razza, in casa. Per circa 15 anni è andata così. Poi ha lasciato tutto ed è diventato a tutti gli effetti uno stay-at-home-dad.
«Sicuramente crescere con una madre realizzata è stato un buon esempio, ma non sono sicuro che gli effetti di questa scelta siano stati positivi al 100% per i nostri figli, anzi, e lo dico con sofferenza, forse è stata la scelta sbagliata».
Questa coppia ha trovato un equilibrio “eccellente” per i grandi, ma non per i piccoli. «Per i figli vedere il padre a casa o con un lavoro non ai livelli dei loro compagni di classe era strano. Come non avere una mamma “coccolosa”: anche lì, era il confronto con gli altri a creare problemi. Ricevere ogni giorno la merenda imbustata e vedere che gli altri mangiano quella fatta in casa dalla madre, alla lunga - probabilmente - ha fatto danni. Perché è vero che mia moglie senza lavoro sarebbe probabilmente caduta in depressione, ma un figlio da piccolo non ha gli strumenti per capire queste cose».
Come se questa famiglia avesse vissuto più velocemente il “trend”, rispetto al panorama delle famiglie italiane.

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