David Cameron 160220191136
FACCIAMOCI SENTIRE 4 Aprile Apr 2016 1407 04 aprile 2016

I Panama papers e l'ottusa arroganza delle élite

Non è solo l'assenza di etica a sorprendere. Ma anche la noncuranza nei confronti dell'opinione pubblica. Come se i loro comportamenti fossero al riparo persino in un mondo iperconnesso.

  • ...

David Cameron.

Ci mancavano solo i Panama papers per screditare ulteriormente un bel numero di leader mondiali, coloro che, volenti o nolenti, hanno nelle loro mani le sorti del pianeta.
Non soltanto da un punto di vista economico ma anche politico, sociale, geopolitico e culturale.
Aspettiamo di vedere la lista completa dei personaggi coinvolti nel maxi-network dei paradisi fiscali, ma dalle prime informazioni ci sarebbero capi di Stato non solo di Paesi sottosviluppati o cosiddetti emergenti, ma anche di potenze mondiali come la Russia e la Cina, registi, calciatori. Addirittura il papà del primo ministro inglese Cameron (quindi non solo in Italia i politici tengono famiglia) o il responsabile del (udite, udite) comitato etico della Fifa e lo stesso Michel Platini, che fino a poco tempo fa sembrava il candidato più qualificato per diventarne presidente (poi sappiamo come è finita).
COMPORTAMENTI INOPPORTUNI. Tra gli italiani sarebbero presenti nel network Luca Cordero di Montezemolo (che però smentisce), un paio di banche (Unicredit e Ubi, che però smentiscono).
Siamo naturalmente alle prime indiscrezioni, per cui bisognerà attendere che la situazione venga chiarita anche in relazione all’addebito di eventuali reati fiscali per gli interessati.
Avere un conto a Panama non è certamente un reato in quanto tale. Sarà poi l’analisi delle ragioni e delle modalità con il quale questo è avvenuto che potrà far emergere eventuali comportamenti illeciti.
Una cosa però è certa: quando un capo di Stato, un primo ministro ma anche un qualunque personaggio che grazie alla sua visibilità acquisita (sport, business, istituzioni) dovrebbe dare il buon esempio, ricorrono a soluzioni simili, per quanto legali possano essere, fanno qualcosa di assolutamente inopportuno.
LA CONFUSIONE REGNA SOVRANA. Situazioni del genere contribuiscono a screditare ancora di più alcune élite dalle quali, individualmente o collettivamente, ci si attendono comportamenti diversi rispetto ai gravi problemi che il mondo sta attraversando.
Nel nostro Paese siamo ormai assuefatti e non può certo tranquillizzarci una sorta di “mal comune mezzo gaudio”. Tutt’altro.
Una volta esistevano alcuni punti di riferimento, oggi invece sembra che la confusione regni sovrana.
Chi ha seguito per esempio la polemica sull’attico del cardinal Bertone non potrà non essere rimasto stupito della giustificazione data dallo stesso al Corriere: «Ci sarà una trentina di cardinali che vive in appartamenti anche più grandi del mio». E perché non ce lo ha detto prima? Come può poi serenamente predicare umiltà, attenzione ai più poveri e ai bisognosi?

Dalla politica a Confindustria: la credibilità perduta

Sede di Confindustria.

Il 3 aprile ho assistito alla trasmissione televisiva Report. Una parte importante della classe dirigente di questo Paese (il tema della puntata era il funzionamento di Confindustria) ne è uscita con le ossa rotte.
Ma la loro presenza nei convegni dove si parla di etica, trasparenza, eccetera. è costante. Con quale credibilità?
Non parliamo poi della nostra politica. Ormai è una guerra dichiarata tra partiti e correnti varie.
Come si possa gestire un Paese in queste condizioni Dio solo lo sa.
Poi ci si lamenta della deriva populistica alla quale stiamo assistendo. Ma un popolo che perde la fiducia nella propria classe dirigente cosa dovrebbe fare?
A QUALCUNO È SFUGGITO IL CAMBIAMENTO. Personalmente ringrazio il Signore tutte le mattine di non assistere alle tensioni sociali che sono tipiche di situazioni simili e che abbiamo già visto in altri Paesi. Si potrebbe affermare che, alla fine, il popolo è migliore della classe dirigente che lo rappresenta.
Io resto della ferma convinzione che molti non hanno ancora capito il cambiamento che il mondo ha subito, non tanto e non solo per via della globalizzazione susseguente la caduta del muro di Berlino, ma soprattutto per lo sviluppo dei media e dei social network.
Oggi veniamo vivisezionati in ogni nostro comportamento; nonostante lo sviluppo delle authority sulla privacy, di “privato” è rimasto ben poco e ogni nostra attività è sostanzialmente tracciata.
ANNI FA CASI SIMILI NON SAREBBERO EMERSI. Anni fa i casi appena citati non sarebbero mai emersi: Panama è stato un “bunker fiscale” segreto per decenni e decenni. La riservatezza vaticana veniva studiata sui libri e mai e poi mai si sarebbe potuto immaginare un cardinal Bertone dato in pasto ai media o assistere al processo Vatileaks praticamente in diretta.
Quello che succedeva nelle stanze di Viale dell’Astronomia (dove c’è la sede di Confindustria) era appannaggio di pochi eletti e non credo che ai tempi di De Gasperi succedessero cose diverse da quelle della politica attuale nel rapporto con l’impresa. Ma a quei tempi non c’era Internet e, soprattutto, l’Italia aveva una idea di Paese.
Gestire la propria reputazione in assenza di telecamere, giornalisti o anche semplici cittadini che oggi possono usare uno strumento come l’iPhone o assimilati era molto più facile.
NESSUNA CONSOLAZIONE. La comprensione di questo fenomeno avrebbe dovuto stimolare negli opinion maker, non solo di casa nostra, una nuova coerenza in termini di comportamento, e invece moltissimi hanno continuato a fare quello che hanno sempre fatto, trascurandone l’aspetto reputazionale a cui oggi l’opinione pubblica è molto più attenta.
Vedremo nei prossimi giorni lo sviluppo della vicenda dei Panama papers ma, come ho già detto, non si potrà certo parlare di “mal comune mezzo gaudio”.

Twitter @FrancoMoscetti

Correlati

Potresti esserti perso