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DOSSIER 4 Aprile Apr 2016 2000 04 aprile 2016

Panama Papers, l'offshore passa da banche europee

Tra i primi 10 istituti che creano strutture in paradisi fiscali, 4 sono in Lussemburgo. Coinvolte pure Ubi Banca e Unicredit. Stop al segreto bancario? Solo in teoria.

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La notizia del dossier Panama Papers sul sito della Bbc.

La destinazione di arrivo è Panama, ma la tappa intermedia è in molti casi l'Europa, le banche svizzere e del Lussemburgo o le filiali nel Gran Ducato degli istituti di credito italiani.
L'inchiesta Panama Papers realizzata dal Consorzio internazionale giornalisti investigativi, un network che coinvolge 170 reporter a livello mondiale, ha scoperchiato gli affari dello studio legale Mossack Fonseca, che in 39 anni di attività ha aiutato a 'schermare' nel Paese centramericano i capitali di narcos e latitanti, ma anche di vip e politici dal potente cugino di Bashar al Assad, Rami Makhlouf, ai famigliari di Gheddafi e all'entourage del presidente russo Vladimir Putin.
LA TAPPA IN SVIZZERA O LUSSEMBURGO. Ma la mole di documenti non si limita a bucare l'opacità del più incontrollato tra i paradisi fiscali globali: mostra anche le connessioni con 'rispettabili' istituzioni finanziarie al centro del Vecchio Continente.
Dalle informazioni in mano al consorzio, infatti, risulta che sono 500 le banche coinvolte, almeno 28 sono tedesche. E tra le 10 banche che richiedono maggiormente la creazione di società offshore - siamo nell'ordine delle centinaia- cinque sono svizzere (tra cui Ubs, Hsbc e Credit Suisse) e quattro sono lussemburghesi o filiali basate in Lussemburgo di banche europee, come la Experta Corporate & Trust service banque, la Luxembourg S.A. Credit Susse, la Société Générale Bank & Trust Luxemboug (filiale dell'omonima banca francese) e la Landsbanki Luxembourg Sa (islandese).
Anche Ubi Banca, uno dei due istituti di credito italiani che con Unicredit appare nei file, è coinvolta tramite una controllata in Lussemburgo.
«RISPETTIAMO LA LEGGE DEL GRANDUCATO». Un portavoce della Popolare bergamasca, da poco trasformata in Spa, ha spiegato che «la Banca non ha società controllate in Paesi quali quelli citati e nemmeno i nominativi indicati sono direttamente riconducibili a Ubi. È però possibile che siano state gestite delle operazioni dalla Banca per conto di propri clienti, nel rispetto della legislazione del Granducato».
E proprio questo è il problema. Ranieri Razzante, direttore dell'Osservatorio sul riciclaggio e il finanziamento del terrorismo e docente di Legislazione anti-riciclaggo all'Università di Bologna, spiega a Lettera43.it: «Paesi europei che dicono di aderire ad accordi sulla trasparenza finanziaria proteggono ancora le informazioni bancarie. E non esiste una normativa europea sull'offshore che potrebbe obbligare Panama a collaborare».


Un paradiso normativo dove si creano società con mille dollari

La sede di Unicredit.

Ovviamente la costituzione di società offshore per pagare meno a livello fiscale non comporta un illecito di per sé.
Sempre però che non nasconda l'identità del titolare per celare un'elusione fiscale nel Paese dove redditi e proventi sono stati realizzati, o peggio il riciclaggio di denaro sporco.
«Il problema di Panama», riassume Razzante, «non è essere un paradiso fiscale in senso stretto, cioè permettere di pagare meno, ma un paradiso normativo, in cui si può creare una società fittizia intestata a una fiduciaria, con appena mille dollari. A Panama le norme anti-riciclaggio sono inesistenti, con tutto quello che ne consegue per il finanziamento di attività illegali, terrorismo compreso».
PURE IL SOCIO DI DELL'UTRI. Tra i nomi citati nei Panama Papers figurano 33 sigle inserite nella black list Usa e tra gli italiani spicca il nome di Giuseppe Donaldo Nicosia, il socio d'affari di Marcello Dell'Utri e latitante dal 2014: ha reinvestito i suoi capitali in beni di lusso. In poche parole ha lavato il suo denaro.
CAPITALI RESI MENO TRACCIABILI. La questione però non si limita a Panama e al riciclaggio.
«Se un istituto di credito italiano ha società offshore è obbligato a informare Bankitalia, esattamente come fanno le persone fisiche con l'Agenzia delle Entrate», spiega Razzante.
«Ma la triangolazione attraverso altri Paesi, anche europei, permette di rendere meno tracciabili i capitali».
UNICREDIT, UBI E LE ALTRE SEI. Per dare un'idea della complessità del dossier, basta ricordare il caso di Unicredit.
Nel maggio 2014 i piccoli soci della ex Banca Mediterranea, divenuta attraverso una serie di acquisizioni parte del gruppo di piazza Gae Aulenti, hanno chiesto di fare chiarezza sulle partecipazioni del gruppo.
Analizzando il bilancio consolidato del 2013, hanno scoperto che Unicredit ha partecipazioni in numerose società basate in località offshore o considerate paradisi fiscali.
Tra queste figurano sei società partecipate in Lussemburgo, la maggiorparte attraverso la Luxembourg Unicredit Sa, posseduta al 100% da Unicredit Bank Ag.
Ubi invece controlla nel Gran Ducato la Ubi Trustee Sa e la Ubi Management Company. L'istituto di Bergamo e la seconda banca italiana hanno in Lussemburgo controllate che si occupano di clientela corporate e private a livello internazionale: Ubi international Sa e Unicredit international Sa.
E come loro fanno altri sei istituti di credito italiani: Fideuram, Credito emiliano, Banca popolare dell'Emilia Romagna, Mediobanca e Intesa San Paolo.
Non si può quindi generalizzare, ma piuttosto concentrarsi sul nodo che, dice Razzante, «è tutto giuridico».

  I soci di Unicredit nel 2014 chiedono conto delle partecipazioni in società con sede in paradisi fiscali.

Stop al segreto bancario? Accordo valido, ma solo in teoria

Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker.

Dall'altra parte dell'Atlantico, l'amministrazione americana ha approvato già nel 2010 la Foreign Account Tax Compliance, che obbliga le banche straniere a comunicare l'esistenza dei conti correnti di cittadini americani.
Ma già nel 2014 Ken Silverstein, reporter di First Look media (la società per cui lavora anche Glenn Greenwald, l'autore dello scoop sul Datagate), ha agganciato proprio uno degli ex collaboratori dello studio Mossack Fonseca per sapere se era possibile superare l'ostacolo legale.
Nessun problema, assicurava l'avvocato: basta creare un'impresa fittizia senza far comparire il nome americano e il gioco è fatto.
CONFLITTI DI SOVRANITÀ. L'Ue è ancora più in ritardo. Il principio dell'home country control cioè del reciproco riconoscimento tra le autorità europee, dà la possibilità a Banca d'Italia di vigilare direttamente sulle filiali delle proprie banche all'estero dopo aver informato le autorità locali o di chiedere alla vigilanza locale di condurre le ispezioni.
Ma il principio si scontra con conflitti di sovranità e le opacità di diverse piccole nazioni europee.
INTESA COL LUSSEMBURGO. Da quando Luxleaks, un'altra inchiesta del Icij, ha acceso i riflettori sulle norme ad hoc accordate dal Lussemburgo a società straniere interessate a evadere il fisco negli altri Stati membri, il Paese di Jean-Claude Juncker ha subito un pressing degli altri membri Ue.
E nell'ottobre del 2014 il Consiglio dei ministri economici è riuscito a trovare un'intesa sull'aggiornamento della direttiva Ue per la cooperazione amministrativa sul fisco.
L'accordo prevede a partire dal 2017 lo scambio di informazioni allargato anche ai redditi finanziari.
«In teoria», dice Razzante, «l'accordo sul segreto bancario con il Lussemburgo è validissimo, in pratica non sappiamo quanto collabori. Con la Svizzera poi abbiamo sottoscritto accordi bilaterali, che in realtà indeboliscono la possibilità di un accordo globale con l'Unione europea».
Il risultato è riassunto nell'elenco delle 35 sedi dello studio Mossack Fonseca: una lunga lista di paradisi fiscali, inframmezzata dalle capitali del segreto bancario in casa nostra.

  • La struttura del gruppo Ubi Banca Spa mostra le controllate in Lussemburgo.

Twitter @GioFaggionato

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