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RITARDI 5 Aprile Apr 2016 1702 05 aprile 2016

Panama-Italia, l'accordo fiscale dimenticato

Nel 2010 fu sottoscritta un'intesa tra i due Paesi. Per lo scambio di informazioni. Ma il parlamento non l'ha mai ratificata. Il Tesoro a L43: iter riattivato nel 2015.

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Correva l'anno 2010. Al governo in Italia c'era Silvio Berlusconi e il caso Panama papers era ancora ben lontano dalle home page dei quotidiani di tutto il mondo. Nel nostro Paese non esistevano voluntary disclosure e reato di autoriciclaggio, eppure tra Roma e Panama tirava aria d'intesa.
LA FIRMA NEL 2010. Qualificate fonti del ministero dell'Economia e delle Finanze hanno infatti confermato a Lettera43.it che, alla fine del 2010, Italia e Panama hanno sottoscritto un accordo bilaterale contro la doppia imposizione fiscale, che prevede anche lo scambio di informazioni tra i due Paesi. Proprio ciò che oggi servirebbe all'Agenzia delle Entrate, per verificare i dati dei clienti italiani di Mossack Fonseca. Peccato però che quell'accordo bilaterale non sia stato ratificato dal nostro parlamento e quindi non sia mai entrato in vigore.
SCAMBIO D'INFORMAZIONI SU RICHIESTA. Lo scambio di informazioni fiscali previsto dall'intesa non è automatico, perché Panama non ha mai aderito agli standard Ocse che prevedono questo tipo di procedura. Tuttavia, se l'Italia avesse proceduto con la ratifica, avrebbe potuto attivarlo su richiesta.
Il Mef stesso «non esclude» che nel frattempo Panama abbia portato a termine il percorso per quanto di sua competenza, rivelandosi così più solerte (e interessata a uscire da liste nere e liste grigie) del legislatore italiano, pur con i tempi e i modi caratteristici di un paradiso fiscale caraibico.

L'accordo è rimasto nel cassetto per sei anni

Dal 2010 sono trascorsi sei anni e si sono susseguiti diversi esecutivi: dopo Berlusconi sono arrivati Monti, Letta e Renzi. Ma l'accordo con Panama è sempre rimasto nel cassetto.
«Erano altri tempi», sottolineano dal Mef, con un certo imbarazzo per i predecessori dell'attuale governo.
Ma adesso, «dopo anni di blocco», qualcosa pare essere cambiato.
IL MEF: «L'ITER È STATO RIATTIVATO». La notizia è che l'iter per la ratifica dell'accordo tra Italia e Panama è stato riattivato qualche mese fa, su impulso dell'esecutivo. Per la precisione a luglio del 2015, con uno «schema di disegno di legge».
«Sarà approvato con i tempi del parlamento», spiegano dal ministero senza sbilanciarsi in previsioni. A questo punto, la speranza di tutti i contribuenti italiani onesti è che non passino altri sei anni.
INCOGNITA AUTORICICLAGGIO. Ma forse il nostro Paese, reso più saggio dall'esperienza, potrebbe addirittura osare di più. E provare a mettersi d'accordo con Panama per un'intesa che comprenda anche voluntary disclosure e reato di autoriciclaggio, sul modello di quanto già fatto con la Svizzera.
Dal Mef però, su questo punto, non filtrano ulteriori informazioni.
UNA OFFSHORE COSTA 550 EURO L'ANNO. Panama intanto, come riportano le agenzie di stampa, si conferma dal 1932 il paradiso fiscale per eccellenza. Con oltre 120 banche, è uno dei maggiori centri finanziari del mondo. Le sue società non hanno obbligo di presentare bilanci o dichiarazioni dei redditi e possono essere amministrate da qualsiasi parte del globo. L'unico adempimento è il pagamento di una tassa annuale, più l'onorario per l'agente residente, incaricato di gestire la società offshore. Totale: 550 euro l'anno, a partire dal secondo anno di vita dell'impresa.
IMPEGNI A DATA DA DESTINARSI. Lo Stato di Panama si è impegnato ad aderire agli standard dell'Ocse sullo scambio automatico delle informazioni fiscali, ma non ha specificato la data. La Svizzera inizierà nel 2018.
L'Italia, almeno questa volta, potrebbe giocare d'anticipo.

Twitter @davidegangale

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