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BRACCIO DI FERRO 7 Aprile Apr 2016 2003 07 aprile 2016

Bce, Draghi come Lagarde: nel mirino c'è Angela Merkel

Prima Lagarde. Ora Draghi. Washington e Francoforte bacchettano la Germania. E le sue politiche su debito e investimenti. La Bce: «Dubbi sulla tenuta dell'Ue».

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La parità tra euro e dollaro è ancora lontana.
La crescita europea (stando anche a quanto hanno stabilito i suoi uffici) resterà bassa anche nel 2016: +1,4%.
La deflazione, poi, è lontana dall’essere spazzata via. Il tutto nonostante i 60 miliardi di euro (a maggio diventeranno 80) al mese spesi finora in titoli di Stato.
Anche per questo Mario Draghi è furioso e pessimista sul futuro del Vecchio Continente.
CAMBIO DI STRATEGIA. Finora il presidente della Bce aveva mandato sempre messaggi tranquillizzanti ai mercati. Compreso il famoso «whatever it takes» del luglio 2012 con il quale diffidava investitori e speculatori dal giocare con l’euro.
Nelle ultime ore – anche dopo essersi sgolato con i governi europei a fare le riforme – ha cambiato registro.
INTERROGATIVI SULLA TENUTA DELL'UE. Infatti, nell’editoriale al Rapporto 2015 della Bce, ha prima confermato che «il 2016 non sarà meno impegnativo dell'anno appena passato», perché «le prospettive per l'economia mondiale sono circondate da incertezza».
Quindi ha sottolineato che «si pongono interrogativi riguardo alla direzione in cui andrà l'Europa e alla sua capacità di tenuta a fronte di nuovi shock».
IL FONDO SALVA STATI CONGELATO. Semplice la sintesi: con una nuova bolla dei mercati (in America, Europa e Asia è ancora ampia la distanza tra i fondamentali dell’azienda e la loro capitalizzazione di Borsa) il Vecchio Continente non ha strumenti sufficienti a respingere un double dip. A maggior ragione dopo che i soldi spesi dalla Bce in titoli di Stato hanno soltanto alleggerito gli spread tra la Germania e le nazioni più deboli come l’Italia.
Mentre il meccanismo che la Ue si è data per fronteggiare le congiunture negative, il Fondo Salva Stati Esm, è di fatto congelato.

La soluzione? Potrebbe essere non finanziaria, ma politica

Per la cronaca, nello stesso testo, Draghi ha confermato anche che «la Bce non si arrende di fronte all'inflazione eccessivamente bassa».
Cosa abbia ancora in canna il bazooka del banchiere centrale dopo aver portato a zero il costo del denaro e aumentato gli acquisti del Qe è difficile da dire.
Ma sempre nella logica di tranquillizzare i mercati Peter Praet, capo economista dell’Eurotower e forse l’unico ponte di collegamento tra Draghi e Angela Merkel, da Francoforte ha anche lui sottolineato la disponibilità della banca centrale a procedere con ulteriori misure se necessario.
IL MESSAGGIO DI LAGARDE. Eppure la soluzione potrebbe essere non finanziaria, ma politica.
Draghi, anche se non lo dice, ha ribadito gli stessi concetti espressi 48 ore prima da Christine Lagarde.
La direttrice del Fondo monetario ha spiegato che il rallentamento europeo è legato al peso dei debiti pubblici (che riducono le risorse destinate al welfare e all’innovazione) e al taglio degli investimenti.
Due circostanze che chiamano in causa, secondo gli organismi di Washington e di Francoforte, la Germania.
IL BRACCIO DI FERRO SULL'ESM. Il governo di Berlino, infatti, non soltanto si dice contrario all’emmissione di eurobond, ma chiede anche che i Paesi deboli paghino interessi più alti di quelli attuali, che sono “congelati” dagli acquisti della Bce.
Non solo, perché Merkel, contemporaneamente, nega a Jean-Claude Juncker di utilizzare le risorse dell’Esm come garanzia per il suo piano d’investimenti e respinge le richieste che gli arrivano da tutto il G20 di aprire il proprio mercato per riflazionare l’economia dell’intera Europa.
La soluzione quindi è politica: spingere la potente Germania (che si è ricostruita una sua verginità con la gestione dei profughi dalla Siria) ad abbandonare la strada del rigore.

Twitter @FrrrrrPacifico

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