Trivelle 160413174832
AMBIENTE 14 Aprile Apr 2016 1200 14 aprile 2016

Trivelle, il nodo 'decommissioning' post referendum

Con il ''sì'' piattaforme da rottamare. Costo: 5-10 milioni. Pagano le compagnie. Che potrebbero aprire un contenzioso con lo Stato. Abbandonando le carcasse.

  • ...

La piattaforma petrolifera Rospo Mare B, di proprietà di Edison ed Eni.

Dovessero vincere i 'Sì', al referendum di domenica 17 aprile 2016 (leggi la guida), Eni & Co. dovrebbero fare i conti col progressivo abbandono dei giacimenti entro le 12 miglia marine una volta scadute le concessioni ottenute nel corso degli ultimi decenni.
Uno scenario largamente auspicato dal fronte referendario, che vede in quella che volgarmente è stata etichettata come una consultazione sulle trivelle un quesito di merito sulle politiche energetiche del governo.
Una voragine economica per le società in questione, impossibilitate a portare a termine l'estrazione di risorse fino alla naturale estinzione del giacimento, come decretato invece da un emendamento all'ultima legge di Stabilità: quello che il referendum vuole abrograre, appunto.
Una stima dell'Energy Watch di Ispi per pagina99 ha quantificato la possibile perdita per le compagnie in una forchetta che va dai 3 ai 6,1 miliardi di euro.
VIA CON LO SMANTELLAMENTO. Che fine farebbero dunque, sempre ipotizzando il successo della consultazione, gli impianti al largo delle coste italiane, una volta giunte al termine le 44 concessioni ubicate, per intero o prevalentemente, entro il limite delle 12 miglia?
Le prime a scadere sarebbero quelle delle piattaforme più vecchie, costruite tra gli Anni 60 e 70.
Per legge, infatti, la durata iniziale della concessione è trentennale, prorogabile una prima volta per 10 anni, una seconda per cinque e una terza volta per altri cinque; al termine di quest'ultima, fatto salvo l'esito del referendum, le aziende possono chiedere di prorogare la concessione fino all’esaurimento del giacimento.
Diciassette concessioni (per 41 piattaforme) scadranno, dunque, tra il 2017 e il 2027, altre nove (per 38 piattaforme) sono già scadute o in scadenza, ma con proroga già richiesta.
DISMISSIONE COMPLICATA. Vincesse il 'Sì', dunque, niente più estrazioni sine die.
E spazio a quello che in gergo si chiama decommissioning, vale a dire l'attivià di dismissione delle piattaforme che vedono così cessare la loro attività.
Dal dire al fare, tuttavia, mai come in questo caso c'è di mezzo il mare.

I costi sono a carico delle compagnie: tra i 5 e i 10 milioni

La campagna di Greenpeace per sensibilizzare a votare 'sì' al referendum del 17 aprile 2016.

Già, perché una volta ultimate le attività estrattive, la legge prevede che spetti proprio alle compagnie provvedere all'opera di ripristino ambientale.
Un'opera lunga e particolarmente laboriosa, che finora ha spesso incentivato le società a centellinare l'estrazione di gas e petrolio proprio per non incorrere nell'oneroso compito di dismissione.
IN TEORIA GIÀ A BILANCIO. Investimenti, quelli per lo smantellamento, sulla carta previsti e già a bilancio come accade per le centrali nucleari, ma nei fatti difficili da ammortizzare per le casse delle compagnie che operano nel settore degli idrocarburi.
Per le associazioni referendarie, interpellate da Lettera43.it, smantellare una piattaforma può costare tra i 5 e 10 milioni di euro, mentre Eni ha spiegato che al momento non esistono, e non poteva essere altrimenti, piani di decommissioning sugli impianti in questione.
BRACCIO DI FERRO CON LO STATO? E c'è chi paventa il rischio che le società che coltivano idrocarburi, qualora fossero costrette a chiudere i rubinetti prima del previsto, possano aprire un contenzioso con lo Stato, rimandando a quest’ultimo gli oneri dello smantellamento.
Esistono, comunque, studi di settore da cui trarre alcune stime.
Il principale, consigliato dal sito del Plan Bleu per contrastare l’inquinamento dei mari e degli oceani, si chiama 'Disused offshore installations and pipeline, towards sustainability decommissioning' e dice che i costi dello smantellamento dipendono dalla tipologia di impianto, dalla geomorfologia del luogo e dalla scelta se rimuovere interamente il manufatto o in modo parziale.
Già, perché diverse sono le opzioni a disposizione. Dal trasporto a terra per la rottamazione alla deposizione in siti destinati a scogliera artificiale, fino al riutilizzo in altro sito per scopi diversi da quello di produzione di idrocarburi.

Bisogna ricorrere a personale specializzato e a tecniche sofisticate

Un blitz di Greenpeace sulla piattaforma Agostino B, al largo di Marina di Ravenna.

L'unica costante è l'impegno economico rilevante, dato che è necessario ricorrere a personale specializzato, utilizzare tecniche subacquee sofisticate e occuparsi dello smaltimento finale di diverse tipologie di rifiuti presenti a bordo (rottami metallici e plastici, oli combustibili).
RISCHIO INQUINAMENTO. Lo studio dice anche che la valutazione economica sullo smantellamento include necessariamente le royalty e le tasse, che un impianto di estrazione di gas o petrolio ha una vita media tra i 20 e 40 anni e che le operazioni di smaltimento sono delicate e possono anch’esse produrre inquinamento.
Il timore, tuttavia, resta quello che i tempi dello smaltimento vadano per le lunghe e possano, eventualmente, lasciare dei ferrivecchi in mare aperto, con eventuali pericoli per l'ambiente dovuti pure alla mancanza di controllo.
Basti pensare, a tal proposito, che, secondo Greenpeace, delle 88 piattaforme attualmente presenti nel mare territoriale, 35 non sarebbero di fatto in funzione: sei risultano «non operative», 28 sono classificate come «non eroganti», mentre un’altra è di «supporto» a piattaforme «non eroganti».
IL 40% È GIÀ ''ZOMBIE''. Dunque il 40% delle piattaforme nel mare territoriale si trova lì, sostanzialmente, a fare ruggine.
E al momento non è dato sapere quando avrà luogo la loro dismissione. Per Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia intepellato da Lettera43.it, queste piattaforme ' zombie' restano una minaccia incombente.
Possono causare problemi alla navigazione e la mancata attività di monitoraggio non dà alcuna garanzia sulla salvaguardia dell'ambiente circostante.
Anche per questo, «qualunque sia l'esito del referendum, la preoccupazione per la per loro presenza è un tema da affrontare quanto prima».
Con la speranza che tra qualche anno il numero delle carcasse in mare aperto non aumenti a dismisura.

Twitter @LorenzoMantell

Correlati

Potresti esserti perso