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CONTROINDICAZIONI 17 Aprile Apr 2016 0855 17 aprile 2016

Part time, perché il prepensionamento non convince

Il provvedimento rischia di aiutare i lavoratori ricchi. E le donne sono escluse. Risorse scarse e aziende non interessate: quello di Poletti è un flop annunciato.

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Giuliano Poletti.

L’obiettivo di Giuliano Poletti resta cambiare la Fornero.
Per mesi ha promesso, e si è ripromesso, di alzare l’età di ritiro, che dopo la legge dell’economista torinese è salita dal 2016 ai 67 anni e sei mesi per gli uomini e a 64 anni per le donne.
Restano da convincere – ed questo l’ostacolo maggiore – il Tesoro e il premier Matteo Renzi, che a loro volta dovranno aprire un nuovo fronte in Europa.
Dove si vuole difendere tutto quello che in Italia serve a ridurre la spesa e ad aumentare l’avanzo primario. Come hanno dimostrato tutte le riforme pensionistiche dalla Dini in poi.
LA BOCCIATURA DEI SINDACATI. In quest’ottica il prepensionamento attraverso il part time (dimezzamento dell’orario di lavoro, riduzione soltanto di un terzo del salario) per i dipendenti privati a tre anni dall’età di ritiro è, secondo Poletti, lo strumento – politico – con il quale riportare equità verso le categorie più colpite dalla Fornero, evitando nuovi esodati e favorendo la staffetta tra giovani e vecchi lavoratori.
Ma i propositi e gli obiettivi del ministro non convincono le parti interessate: Susanna Camusso, leader della Cgil, ha bollato il provvedimento come «un regalo alle aziende»; sul versante opposto Confindustria ha risposto nel modo peggiore (con il silenzio) alla misura. Che al di là di tutto rischia di fallire perché presenta non poche criticità.
POCHI UOMINI E NESSUNA DONNA. In teoria, il provvedimento è aperto a tutti quelli che alla data del 31 dicembre 2018 siano a tre anni dalla pensione di vecchia e abbiano almeno vent’anni di contribuzione.
Per gli uomini, infatti, vuol dire 63 anni e sette mesi. Ma più complessa è la situazione per le donne, che quest’anno si vedono accrescere di 12 mesi lo scalino pensionistico. Come ha spiegato la Uil, «le donne nate nel 1951 che raggiungerebbero i 66 anni e sette mesi entro il 2018 sono già uscite nel 2012. Quelle nate nel 1952 escono quest’anno con 64 anni mentre quelle del 1953 raggiungeranno i requisiti fuori tempo massimo».
Il ministro Poletti ha promesso correttivi. Ma sarà quasi impossibile bypassare una legge capillare come la Fornero, senza cambiare i requisiti d’anzianità.

Ore dimezzate a due terzi dello stipendio

Susanna Camusso, segretario nazionale della Cgil.

Il meccanismo di Poletti vuole che in part time si lavori la metà del tempo previsto dal precedente contratto guadagnando circa i due terzi dello stipendio.
Questo perché finiranno direttamente in busta i contributi pagati dall’azienda e oggi girati all’Inps, che a sua volta si vedrà riconoscere questa cifra dallo Stato con contributi figurativi.
Se un lavoratore ha un salario netto di 1.500 euro, si ritroverà con il nuovo inquadramento poco più di 1.110 euro con un part time al 60%. La condizione è in teoria molto conveniente per i dipendenti, ma non tutti possono permettersela.
Chi a fine carriera ha uno stipendio netto di circa 1.000 euro (e non mancano dopo il livellamento a ribasso negli anni della crisi) può davvero rinunciare a quasi 250 euro? E tanto basta per capire che il provvedimento potrebbe non aiutare le categorie più deboli, come si è riproposto Poletti.
DISPONIBILITÀ LIMITATA. Per finanziare il provvedimento il governo ha messo in bilancio per coprire la contribuzione figurativa 60 milioni di euro per il 2016, 120 per il 2017 e 60 per il 2018. Non un centesimo in più.
La platea potenziale degli interessati al part time è, soltanto tra gli uomini, di mezzo milione. Platea che raddoppia se – come ha promesso Poletti – l'intervento verrà esteso anche alle donne. Stando alle prime stime, i soldi messi a disposizione per quest’anno sarebbero sufficienti a permettere al massimo a 20 mila persone di lasciare prima il lavoro.
Di conseguenza, chi non si decide in fretta rischia di trovare vuote le casse del ministero.
UN COSTO PER LE IMPRESE. In Italia il part time non è diffuso come nel resto del mondo. Quattro milioni di italiani sono inquadrati in questo modo. Ma di questi 2,5 milioni sono soggetti al cosiddetto “part time involontario”: le aziende li costringono a ridurre l’orario per evitare licenziamenti. In molti casi il taglio è soltanto virtuale: si continua a lavorare normalmente, ma a meno soldi o con la differenza in nero.
In quest’ottica è facile capire che le aziende non sembrano interessate a un part time dove devono pagare anche i contributi su ore non lavorate. Senza contare che, per agevolare lo scivolo dei propri dipendenti, conviene affidarsi agli ammortizzatori sociali e alle forme di solidarietà quasi totalmente a carico della fiscalità.
A complicare le cose il fatto che i passaggi da un contratto a tempo indeterminato a uno non a tempo pieno devono essere contratti singolarmente e non con un’intesa di natura sindacale e più generale.
Un meccanismo troppo farraginoso nelle piccole aziende, dove il lavoratore anziano è de facto un sostituto del datore. E dove il cervello vale di più delle braccia.

Twitter @FrrrrrPacifico

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