Petrolio: peggior crollo da 2 mesi
ENERGIA 18 Aprile Apr 2016 1338 18 aprile 2016

Petrolio e rublo affondano dopo il fallimento di Doha

Salta l'accordo nella capitale del Qatar tra i Paesi produttori di greggio. Il prezzo del barile crolla ai minimi di febbraio.

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Il fallimento del vertice tra i Paesi produttori di petrolio, riuniti a Doha con l'obiettivo di congelare la produzione e far risalire i prezzi del greggio sui mercati internazionali, ha già fatto sentire i suoi effetti sul mercato.
PETROLIO IN PICCHIATA. Il mancato accordo è costato al petrolio il peggior crollo degli ultimi due mesi. Il greggio Wti è arrivato a perdere il 6,8%, la peggior performance giornaliera dal primo febbraio, mentre il Brent ha ceduto fino al 7%. Le quotazioni hanno in seguito lievemente recuperato.
Anche il rublo è affondato, dopo le speranze tradite di una risalita dei prezzi dell'energia, la cui svalutazione ha messo sul lastrico l'economia russa. La valuta è adesso scambiata a 68,44 sul dollaro e a 77,34 sull'euro.
MOSCA: «LA PORTA È ANCORA APERTA». «Crediamo che la porta resti aperta per negoziati futuri, anche se al momento siamo meno ottimisti riguardo un possibile risultato», ha detto il ministro dell'Energia russo Aleksander Novak, aggiungendo che il «prezzo del petrolio a 40 dollari al barile rispecchia la reale situazione del mercato». Novak, intervistato dal canale Ntv, ha poi respinto la ricostruzione avanzata dall'emittente di una possibile influenza americana dietro il no di Riad. «Non abbiamo prove che confermino questa teoria», ha detto.
TENSIONE ARABIA-IRAN MANDA A MONTE L'ACCORDO. Nella capitale del Qatar, la tensione tra Arabia Saudita e Iran ha prevalso sulle buone intenzioni delle altre nazioni presenti (Russia, Qatar e Venezuela, Algeria, Angola, Azerbaigian, Ecuador, Indonesia, Iraq, Kazakistan, Kuwait, Messico, Nigeria, Oman, Emirati arabi) e la riunione è stata a lungo interrotta nella ricerca di un compromesso, mai arrivato, sul testo finale dell'intesa. L'Arabia ha posto il veto su un accordo che non avesse contemplato la partecipazione anche di Teheran. Ma il governo iraniano, da poco uscito dall'embargo che per anni ha tagliato fuori il Paese dal commercio internazionale, ha sin da subito manifestato la sua piena contrarietà ad accettare alcun limite al proprio export petrolifero, che pretende ritorni ai livelli pre-sanzioni del 2011.

«IRAN VERO VINCITORE». «L'Iran è il vincitore del summit sul petrolio a Doha»: così il quotidiano Khorasan trasforma quello che per i mercati petroliferi mondiali è stato «un fallimento» in un «successo» per la Repubblica islamica. «Il fatto che il nostro Paese - si legge in un lungo editoriale del giornale moderato in lingua farsi - abbia respinto tutte le pressioni dell'Arabia Saudita e di altri paesi come la Russia, dimostrando di non avere nessuna paura per il futuro del prezzo del petrolio, e di voler perseguire i suoi obiettivi a lunga scadenza è stato una grande successo».
Secondo il quotidiano, inoltre, «non aver partecipato al vertice di Doha è stata una dimostrazione di indipendenza». Anche se l'Arabia Saudita, osserva il giornale, cercherà di addossare la colpa di quanto successo a Doha all'Iran, le responsabilità sono tutte di Riad e dei suoi «cambi di atteggiamento».
PRODUZIONE AI LIVELLI DI GENNAIO. La bozza iniziale di accordo di fronte alla quale si sono ritrovati i rappresentanti di molti Paesi Opec, ma anche di non appartenenti all'organizzazione, come la Russia, proponeva di porre come tetto alla produzione i livelli di gennaio scorso, da mantenere intatti fino ad ottobre prossimo. L'Arabia ha insistito perché nel testo comparisse un riferimento esplicito all'Iran, ma tornare ad inizio 2016 avrebbe significato per il Paese tornare in pratica alle sanzioni, proprio ora che l'industria estrattiva è tornata al centro della strategia economica di Teheran.
L'obiettivo è quello di arrivare a 4 milioni di barili al giorno entro marzo 2017, circa 800 mila barili in più rispetto a marzo di quest'anno. L'Arabia Saudita produce invece oltre 10 milioni di barili al giorno, ma ha fatto sapere di poter aumentare la produzione di un milione di barili «anche subito».
FALLITE LE SPERANZE DI UN RIALZO. La discussione si è quindi arenata per otto ore per poi concludersi con un nulla di fatto.
Le quotazioni internazionali del greggio avevano ripreso a salire proprio grazie alle ipotesi di accordo tra i Paesi produttori, con il Brent e il Wti Usa tornati sopra i 40 dollari al barile dopo aver toccato a gennaio minimi sotto i 30. L'assenza di un'intesa ha ottenuto l'effetto opposto rispetto a quello sperato.

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