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DUELLO 18 Aprile Apr 2016 1842 18 aprile 2016

Petrolio, terrore e finanza: è la guerra tra Iran e Arabia

Teheran fa saltare il vertice per ridurre la produzione di greggio. Riad rilancia. Sullo sfondo, le accuse di foraggiare i gruppi islamisti. Mentre le Borse crollano.

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Giocano a risiko con il futuro della Siria e dello Yemen.
Ispirano il più giovane gruppo terrorista islamista (Isis) e quello con più anni in attività (Hezbollah).
Spingono i loro alleati a fare ripicche, come la Giordania che nelle ultime ore ha richiamato il suo ambasciatore a Teheran.
Ma nelle ultime ore la sfida tra Arabia saudita e Iran, tra il centro del mondo wahabita e quello sciita, si sta combattendo a colpi di petrolio.
E la cosa crea non poche ripercussioni sull’economia mondiale.


Netta differenza di produzione, ma gli sciiti danno filo da torcere ai sunniti

Il ministro del petrolio dell'Arabia saudita, Ali al-Naim (al centro), al vertice di Doha.

Domenica 17 aprile 2016 il governo di Teheran ha fatto naufragare l’intesa sulla quale Riad ha lavorato dalla fine del 2015: congelare i prezzi, riportare i livelli di produzione a quelli del gennaio 2015 e tenere questo output fino a ottobre.
L’Opec, proprio su spinta saudita, aveva accelerato al massimo il numero dei barili prodotti per mettere in ginocchio l’industria del fracking americano e il sogno di Barack Obama di totale indipendenza dal petrolio straniero.
Progetto pienamente realizzato, se non fosse che con il greggio sceso sotto i 40 dollari ha finito per affondare anche le economie di Russia, Sud America come degli storici produttori del Medio Oriente.
TEHERAN PUNTA A 4 MILIONI. A gennaio del 2016 l’Iran vendeva 800 mila barili di greggio al giorno e non aveva ancora firmato il memorandum con Usa e Unione europea, che - in cambio dell’uscita dal programma nucleare - faceva rientrare il Paese a pieno titolo nella comunità internazionale.
Ora che non deve sottostare all’embargo mette ogni giorno sul mercato 1,8 milioni di barili, ma promette di arrivare a quattro milioni entro il 2017.


Il mancato accordo fra i produttori riuniti a Doha è costato al petrolio il peggior crollo degli ultimi due mesi il 18 aprile 2016.


Per questo motivo Teheran festeggia il fallimento degli accordi di Doha.
«L'Iran è il vincitore del summit sul petrolio a Doha», ha scritto il quotidiano Khorasan.
«È stato un grand successo il fatto che il nostro Paese abbia respinto tutte le pressioni dell'Arabia saudita e di altri Stati come la Russia, dimostrando di non avere nessuna paura per il futuro del prezzo del petrolio e di voler perseguire i suoi obiettivi a lunga scadenza».
PICCOLI CONTRO GRANDI. Hossein Kazempour Ardebili, rappresentante iraniano nel consiglio dei governatori dell'Opec, garantisce che il suo Paese «non ha smesso di appoggiare il piano per un congelamento delle quote del mercato petrolifero, ma continua a insistere che non può associarsi a un accordo del genere senza prima aver raggiunto il livello di produzione che aveva prima delle sanzioni economiche».
In teoria non ci sarebbero nemmeno i margini per mettere in dubbio la supremazia saudita.
Riad pompa ogni giorno 10 milioni di barili, Teheran non riuscirà mai a superare i quattro. Eppure gli sciiti stanno dando filo da torcere ai sunniti.
Nei giorni in cui il prezzo del greggio è sotto i 39 dollari loro lo vendono anche con uno sconto di due o tre dollari sul barile.

I sauditi fanno un prezzo di 70 dollari, gli iraniani si fermano a 45

Nessun accordo al vertice di Doha sulla produzione del petrolio.

Visti i loro volumi, i sauditi hanno un break even sul prezzo a 35 dollari al barile, ma per mantenere intatto il loro welfare devono piazzarlo a 70 dollari.
Gli iraniani, grazie a un’economia più diversificata, possono sopportare anche un costo di 45 dollari.
Soprattutto sono diventati il migliore alleato di tutti quei Paesi (Russia e Venezuela su tutti) stanchi dell’arroganza di Riad.
Questa guerra commerciale ha un duplice effetto sulla stabilità mondiale.
ACCUSE DI TERRORISMO. Riad e Teheran si accusano a vicenda di foraggiare gruppi terroristici per rallentare il trasporto delle loro materie prime.
Non a caso la Russia - amica dello sciita Assad - sta bombardando anche le strutture tra la Turchia e l’Iran con le quali il gruppo wahabita vende petrolio di contrabbando.
Nella scorse ore la Repubblica islamica ha annunciato che i suoi 007 supereranno le frontiere per andare a prendere in Iraq, in Pakistan o Afghanistan «i kamikaze che l’Arabia sta armando e finanziando gruppi di kamikaze pronti a compiere attentati suicidi in territorio iraniano».
MERCATI IN AFFANNO. Mai come in questa fase il crinale tra finanza e violenza è così labile. Perché la sovraproduzione finisce anche per deprimere le Borse.
Da un lato c’è il momento difficile che sta colpendo le imprese petrolifere, che soltanto in America faticano o rischiano di non ripagare obbligazioni per 90 miliardi.
Dall'altro l’eccesso di petrolio, in una fase dove la crisi fa ancora sentire i suoi effetti, acuisce il calo di attività nell’economia mondiale. E non c’è nulla di peggio, per scoraggiare gli investitori, come il sentore che la ripresa sia ancora lontana.


Twitter @FrrrrrPacifico

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