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VISTI DA VICINISSIMO 18 Aprile Apr 2016 1207 18 aprile 2016

Trilateral, i potenti del mondo snobbano l'Italia

Perplessità sui «pesi massimi» renziani. Battute su Boschi. Boccia e le audaci aperture su Rcs. La Guidi che diserta. Occhio di lince alla tre giorni romana. 

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Monica Maggioni.

«Ma questo è realmente il livello del vostro potere economico e finanziario? Siete messi davvero male…».
Un membro non italiano della Trilateral, a Roma per la riunione del famoso e un tempo esclusivo club-lobby, incontra il vostro Occhio di Lince e, complice la vecchia amicizia, non risparmia il sarcasmo nel commentare le peripezie del nostro establishment.
DUBBI SU MAGGIONI E GRIECO. Inizia con quelli che lo rappresentano nel board della Trilateral: passi per capitalisti e manager come Marco Tronchetti Provera, John Elkann, Giuseppe Vita e Carlo Messina, o ex capi di governo come Mario Monti ed Enrico Letta, o anche esperti di questioni internazionali molto competenti come Marta Dassù.
Ma quando cita Monica Maggioni e Patrizia Grieco aggrotta le ciglia – «Senza offesa, la politica delle quote rosa che le ha catapultate ai vertici di Rai ed Enel le sembra una medaglia di merito?» .
Oppure due banchieri di retrovia come Andrea Moltrasio, che si è visto oscurare dall’arrivo alla presidenza di Ubi di una che pratica il potere da sempre come l'ex sindaco di Milano Letizia Moratti.
O Maurizio Sella, cui resta il cognome blasonato ma la cui stella è da tempo appannata.
O peggio ancora quel Yoram Gutgeld che si vanta di essere ascoltato consigliere di Renzi, ma che il premier non si fila per niente tanto da averlo messo a capo del più inutile degli organismi, quello per la spending review.
I «PESI MASSIMI» DEL RENZISMO. Beh, il mio interlocutore si lascia andare a risate sarcastiche.
Uscendo per prendere una boccata d’aria dal Cavalieri Hilton dove si svolge la riunione – così segreta che ci sono entrate anche le agenzie di stampa –, e dopo aver guardato con un misto di stupore e commiserazione l'ineffabile Mario Borghezio che sbraita contro i poteri occulti, mi chiede: «Ma chi sono questi che mi hanno presentato come pesi massimi del renzismo?».
Si riferisce ad Andrea Guerra, passato da Luxottica alle bufale (nel senso di mozzarelle) di Eataly e per un anno consigliere a Palazzo Chigi, a Lapo Pistelli, che si fa chiamare vicepresidente dell’Eni ma non lo è, e a peones del Pd come Lia Quartapelle e Vincenzo Amendola.

L'ormai ex ministro Guidi diserta la tre giorni romana

Federica Guidi.

Curioso come una scimmia, gli chiedo subito della Boschi. «Maria Elena? Oh, hottie!», dice riferendosi alle grazie del ministro, preferendo glissare, invece, sui contenuti delll'intervento e sul livello dell’inglese.
Ma l’amico della Trilateral è un fiume in piena. Ha in mano i giornali italiani che titolano sull’accusa di associazione a delinquere rivolta dai magistrati di Potenza al vicepresidente di Confindustria e presidente di Unioncamere (per fermarsi ai due incarichi più importanti), il siracusano Ivan Lo Bello.
I GUAI DI LO BELLO. «Ma è vero che è in combutta con il boyfriend della Guidi?», mi domanda con la curiosità di chi vuole capire perché, pur facendo parte del board europeo della Trilateral, l’ormai ex ministro non fosse presente alla tre giorni romana.
È chiusa in casa, gli spiego, su consiglio di Gianluca Comin, il comunicatore che ha ingaggiato per fronteggiare la crisi e che gli ha fatto scrivere quella lettera aperta al Corriere della Sera, in cui lei prendeva le distanze da Gemelli.
Ma non è questo il risvolto più importante della vicenda. E gli racconto che Lo Bello, insieme con il suo sodale Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia e delegato nazionale per la legalità di Confindustria (sic), a sua volta indagato per concorso esterno alla mafia, è tra i grandi elettori del presidente designato di Confindustria, Vincenzo Boccia.
E non solo perché i voti della Sicilia sono stati determinanti nello scontro con Alberto Vacchi, ma perché i due sono molto vicini a Emma Marcegaglia, vera e propria regista della campagna elettorale di Boccia.
L'IMBARAZZO DI BOCCIA. E ora le difficoltà in cui si dibatte il duo siciliano – vengono in mente le parole di Leonardo Sciascia su chi pratica l’antimafia per mestiere – rischia di imbarazzare non poco Boccia.
Così come stanno facendo anche altri suoi sostenitori. Per esempio quel Giuseppe Zigliotto, presidente uscente dell'Associazione industriale di Vicenza, che dopo aver passato gli ultimi anni a spalleggiare Gianni Zonin al vertice della BpVi ora rilascia interviste per dire che se i risparmiatori hanno perso i loro soldi è per colpa della quotazione in Borsa «imposta per decreto e spacciata per operazione trasparente», non per le porcate fatte dai vecchi amministratori.
Zigliotto ha dichiarato al Giornale di Vicenza che erano sette i vicentini presenti nel Consiglio generale di Confindustria che votando Boccia, al contrario di quasi tutti gli altri veneti, sono stati decisivi.

Il presidente designato di Confindustria non lascia, raddoppia

Vincenzo Boccia, presidente designato di Confindustria.

«Insomma, Boccia dovrà rinunciare, mi pare ovvio», commenta il mio amico della Trilateral.
Forse condivisibile, ma non commento e mi limito a constatare che Boccia non ha certo intenzione di mollare. Anzi, sta rilanciando procurandosi nuovi consensi.
Così ha messo la vicepresidenza per i rapporti sindacali, che in un primo tempo aveva offerto al presidente di Federmeccanica Fabio Storchi, a disposizione di Maurizio Stirpe, presidente di Unindustria Roma che, al contrario di Luigi Abete, era rimasto fedele ad Aurelio Regina (e quindi aveva votato Vacchi); inoltre, ha portato dalla sua parte l’ex presidente di Farmindustria Sergio Dompè per rompere il fronte dei farmaceutici, decisamente contrari alla sua nomina.
LA SCALATA DI CAIRO A RCS. E poi, ciliegina sulla torta, gli faccio vedere un’Ansa che recita: «Si tratta di un’operazione di straordinaria importanza per l’editoria del nostro Paese. Il fatto che sia interamente di mercato è rassicurante, per di più proposta da un editore puro, italiano, che ha dimostrato di saper fare molto bene il suo mestiere».
È Boccia che commenta così l’Ops lanciata da Urbano Cairo su Rcs e Corriere della sera.
«Un po' azzardato, no?», mi dice il mio amico strabuzzando gli occhi, «non è ancora ufficialmente presidente e già si schiera contro Alberto Nagel di Mediobanca, Tronchetti e molti altri soci della casa editrice che hanno giustamente respinto un’offerta carta contro carta. operazione che a Wall Street nessuno avrebbe avuto il coraggio neppure di immaginare».
RENZI E LE PRESSIONI SU BAZOLI. Io taccio. Poi cerco di rintuzzare: ma con lui c’è Banca Intesa. «No, c’è Nanni Bazoli, e non è la stessa cosa», mi risponde l’uomo dalle bretelle a stelle e strisce che mostra di saperne di più di quel che vuol far intendere. E poi mi confida: «Romano (Prodi, I suppose) mi ha spiegato di aver incontrato Matteo Renzi, che sembrava volesse parlargli del casino libico e invece poi gli ha chiesto di convincere Bazoli a mollare Cairo».
Lo credo, gli dico, ha paura che al Corriere della Sera arrivi un direttore vero come Enrico Mentana o quel cagnone rabbioso di Gianluigi Paragone, quello che su La7 gli dà fastidio più di Crozza e della Gruber messi assieme, perché spinge gli elettori di destra verso Salvini e Grillo.
«Che bel capitalismo avete», dice l’uomo della Trilateral, rientrando nella sala dell’Hilton. Vabbè, stasera ci rifacciamo cenando dal divino Heinz Beck, gli rispondo.
«Già, è tedesco», ribatte sornione. E si rituffa nell’inutile riunione, a sentire Madonna Boschi interrogata dalla Maggioni.

(*) Con questo “nome de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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