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POLITICA ECONOMICA 20 Aprile Apr 2016 1100 20 aprile 2016

Eurobond, surplus, Grecia: l'Ue che non va avanti

Debito mutualizzato. Flessibilità. Squilibri di bilancio interni. E crac di Atene. Passano gli anni, ma l'Unione a trazione tedesca si avvita sugli stessi dossier.

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Wolfgang Schaeuble e Pier Carlo Padoan.

Uno scontro di principio e tutto politico tra l'Italia degli eurobond e la Germania degli «eurobond mai».
La proposta del Migration compact di Matteo Renzi, con la sua idea di finanziare gli interventi per l'emergenza profughi con un'emissione di debito mutualizzato tra i diversi Paesi Ue, va a toccare il tabù dei tabù di Berlino.
E fa tornare indietro nel tempo, all'agosto del 2011, quando Romano Prodi propose gli Euro Union Bond per risolvere la crisi del debito continentale.
Grandi dibattiti e pochi effetti.
A novembre di quell'anno Angela Merkel e Nicolas Sarkozy parlavano di una road map, ma si risolse tutto in poca cosa: i project bond della Banca europea degli investimenti che niente avevano a che fare con la mutualizzazione del debito.
Ora nuova crisi, l'emergenza migranti, e si torna al punto di partenza.
I NODI RESTANO GLI STESSI. Il tutto mentre la Corte dei conti Ue lancia l'avvertimento sull'eccessivo debito italiano, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) raccomanda a Berlino di aumentare gli investimenti dando fondo all'eccessivo surplus di bilancio e alla Grecia, a sei anni di distanza dal primo salvataggio, vengono chieste ulteriori misure di austerity pari al 2% del Pil.
Ecco la fotografia di un'Europa in cui il dibattito sulla politica economica procede a singhiozzi e esclusa, la flessibilità conquistata dall'Italia, pochi passi avanti.

La mossa di Renzi per smascherare una Germania poco solidale?

Matteo Renzi e, sullo sfondo, Donald Tusk e Jean-Claude Juncker.

Renzi ha dichiarato di essere aperto ad altre soluzioni.
E sono in pochi a credere che il premier italiano potesse pensare di vedere accolta la sua ricetta per finanziare il Migrant compact.
Piuttosto, con la presentazione ufficiale di un pacchetto di misure coerente, il governo italiano sembra aver voluto battere sul tempo quello tedesco e in particolare il suo ministro delle Finanze.
Nonostante i quasi 20 miliardi di surplus di bilancio di Berlino, già a gennaio 2016 Wolfgang Schaeuble aveva spiegato alla Suddeutsche Zeitung di aver proposto all'Eurogruppo un'imposta ad hoc per ogni litro di benzina per finanziare gli interventi sulla crisi dei migranti, in mancanza di fondi «nazionali o europei».
Il ragionamento dal punto di vista di Schaeuble non fa una piega: con il calo del prezzo del petrolio, l'aumento delle tasse sulla benzina è più digeribile.
BENZINA, PAGHIAMO GIÀ DI PIÙ. Se non fosse che in Italia tra accise e prelievi statali di ogni sorta paghiamo già un quinto in più degli altri cittadini Ue.
Erik Jones, direttore dell'Istituto di ricerca politica della Johns Hopkins University School of Advanced International Studies (Sais), spiega che «una nuova imposizione fiscale andrebbe esattamente nella direzione opposta alla politica che il governo Renzi vuole intestarsi».
E allora ecco la scelta di alzare la posta: «Il premier italiano ha voluto sottolineare la mancanza di solidarietà tedesca».
Un'opinione che ovviamente in Germania non condividono, visto che sull'accoglienza Angela Merkel si è giocata parte della sua credibilità.
LA NUOVA CRISI VIENE DALL'AFRICA. Ma con buona pace dell'accordo con la Turchia, la crisi non è affatto finita: l'Italia è alle prese con una nuova ondata di migranti economici provenienti dai Paesi africani (e non i siriani su cui si è impegnata Berlino).
E per Renzi l'obiettivo è doppio: arginare le emergenze interne e tentare di affermarsi come leader a livello europeo. Del resto per la Germania il periodo non è dei migliori. E nei prossimi mesi rischiano di riproporsi dossier infilati sotto il tappeto e dati per risolti.

Si tratta ancora sulla Grecia: Fondo monetario verso il ritiro

Christine Lagarde, direttrice del Fmi, con Euclid Tsakalotos.

Il nodo è ancora una volta la Grecia.
A luglio del 2015 il governo di Alexis Tsipras ha firmato il nuovo memorandum con i creditori.
Ma ancora oggi non è affatto scontato chi parteciperà e come all'ennesimo salvataggio.
Il Fondo monetario internazionale (Fmi) sta cercando di ritirarsi da un accordo che gli va stretto.
L'Ue ha chiesto a Tsipras le solite riforme strutturali, senza concedere la ristrutturazione del debito, tanto invisa a Berlino e a molti altri Paesi del Nord Europa.
Il Fmi invece sarebbe stato a favore di un taglio del debito, ma spinge per obiettivi di riforma ancora più ambiziosi.
NIENTE RISTRUTURAZIONE. Al punto che Tsipras e il suo ministro delle Finanze Euclid Tsakalotos, che puntavano fino all'estate a liberarsi del fardello del debito, ora sembrano essere più inclini a chiedere meno rinunce ai loro cittadini, che hanno già subito la più pesante cura di austerity sperimentata in Europa, e a tenersi l'indebitamento.
La Germania di Merkel vorrebbe riuscire ad avere botte piena - la partecipazione al salvataggio del Fmi per pungolare i greci sulle riforme - e moglie ubriaca - cancellare l'idea della ristrutturazione dell'indebitamento.
Ma la direttrice del Fmi Christine Lagarde non è dello stesso avviso.
CHIESTI AD ATENE ALTRI 3 MILIARDI. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal che cita funzionari coinvolti nelle discussioni, n el week end del 16 aprile Lagarde avrebbe chiesto ad Atene, nel caso in cui non riuscisse a centrare gli obiettivi fiscali concordati, un nuovo pacchetto di interventi da 3 miliardi di euro.
E starebbe invece negoziando per ulteriori aumenti di tasse e tagli da 5 miliardi.
I negoziati devono chiudersi nelle prossime settimane. A luglio 2016, dopo il voto della Gran Bretagna sulla Brexit, la Grecia deve rimborsare un altro miliardo di prestiti.
«Allora», commenta Jones, «potremmo ripiombare in una crisi simile a quella di giugno 2015 o la Germania si rassegnerà a salvare Atene da sola con i suoi metodi e senza Washington».

Debiti e surplus: troppi squilibri di bilancio interni

Angela Merkel.

Ci sono poi gli squilibri interni, ormai strutturali.
La Corte dei conti Ue in uno special report del 19 aprile 2016 ha lanciato l'allarme sulla mancanza di rigore della Commissione nelle procedure per deficit eccessivo.
Tradotto: secondo i magistrati contabili dell'Unione europea Bruxelles ha trattato con troppa transigenza i conti pubblici di cinque Paesi, compresa l'Italia e il suo debito.
«L'ITALIA PUÒ FARCELA». Peccato che il rapporto non consideri la nuova flessibilità inserita nel Fiscal compact e regolamentata con precisione nel 2015. Roberto Gualtieri, presidente della Commissione economica del parlamento Ue si dice fiducioso sull'esame della Commissione sui conti pubblici di Roma previsto per maggio: «Gli obiettivi di deficit, il 2,3% nel 2016 e l'1,8 nel 2017, sono in perfetta linea con le regole della flessibilità. Il deficit diminuirà dello 0,5, ma a un ritmo più adatto alle condizioni macroeconomiche».
Padoan, in audizione sul Def alle commissioni Bilancio, ha ribadito il concetto, sottolineando l'intonazione «restrittiva» della politica di bilancio nell'area euro. Come a dire, siamo alle solite: si cresce poco e la politica di Bruxelles non aiuta.
Il 19 aprile, infatti, l'Istat ha certificato che il Pil italiano è aumentato dello 0,3 nei primi due trimestri e che per raggiungere l'obiettivo del Documento di programmazione economica finanziaria (Def) all'1,2 bisogna accelerare.
L'OCSE CHIEDE INVESTIMENTI. In Germania continuano ad avere problemi opposti: un surplus troppo elevato. A febbraio 2016 lo squilibrio nelle partite correnti ha toccato quota 19,3 miliardi di euro, sette miliardi in più - giusto per dare un'idea - degli investimenti attivati finora in Italia attraverso il piano Juncker.
Persino l'Ocse nel rapporto Paese dedicato a Berlino e pubblicato ad aprile ha raccomandato di spingere sugli investimenti.
Ma la Germania si avvicina al voto e la Cdu di Merkel e Schaeuble se la deve vedere con il partito anti-europeista Alternative für Deutschland (Afd), contrario alla solidarietà: sul fronte del bilancio europeo, ma anche dei migranti.
Proprio questa emergenza, ha scritto l'economista Marcel Fratzscher, direttore dell'istituto di ricerca di Diw, ha cambiato le priorità e l'agenda della politica tedesca: «Il risultato probabile è un ulteriore taglio degli investimenti pubblici».
Insomma, vai tu a spiegare che gli eurobond potrebbero essere una soluzione per le emergenze europee. Cinque anni di tempo per discutere e ora, con le elezioni tedesche alle porte, il tempo è scaduto.


Twitter @GioFaggionato

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