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SCANDALO 22 Aprile Apr 2016 1100 22 aprile 2016

Panama, l'evasione colpisce i Paesi africani

Annan jr e Dangote nei papers. I magnati del continente hanno offshore il 30% del loro patrimonio. Un costo da 14 miliardi. Rivelati altri 80 nomi italiani.

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Lo studio legale di Panama Mossack Fonseca è al centro del caso Panama papers.

Quando la Svizzera era ancora la capitale mondiale del segreto bancario, un terzo dei capitali non dichiarati e nascosti negli istituti dei Cantoni proveniva dai Paesi più poveri della Terra.
Circa 400 miliardi di franchi, recita una delle ultime stime, che potevano essere investiti in Africa, Asia o Sud America per costruire scuole, impiantare grandi imprese e creare sviluppo e posti di lavoro.
DAL FIGLIO DI ANNAN AL TYCOON DANGOTE. Anche tra i clienti dello studio panamense Mossack-Fonseca non mancano governanti, imprenditori o brasseur d’affaire provenienti da nazioni bloccate nella più nera miseria.
Su tutti il figlio dell’ex segretario dell’Onu, Kofi Annan, o Aliko Dangote, nigeriano e principale magnate africano, con un patrimonio che secondo Forbes è pari a 15,4 miliardi di dollari.
Ma tra le operazioni finite sotto la lente dell’International Consortium of Investigative Journalists ci sono anche i trasferimenti di danaro dall’Occidente che riguardano speculazioni fatte da politici e manager americani, russi, cinesi o europei in aree sottosviluppate.
SULLE SPALLE DEI POVERI. Non a caso da Oxfam, l’associazione che studia e combatte la povertà, la direttrice delle campagne in Italia Elisa Bacciotti segnala che «il conto più salato lo pagano i Paesi più poveri: ogni anno, secondo le stime, perdono 170 miliardi di dollari in mancate entrate fiscali. Circa il 30% del patrimonio dei super-ricchi del continente africano è detenuto offshore, con un costo per la collettività di 14 miliardi di dollari all'anno: una cifra che da sola consentirebbe di assumere abbastanza insegnanti per mandare a scuola ogni ragazzo africano e di coprire la spesa sanitaria di 4 milioni di bambini».
L’Ocse ha calcolato che nei Paesi in via di sviluppo l’evasione è tre volte maggiore degli aiuti esteri che ricevono. Per qualcuno la stima è al ribasso.
E c’è da crederlo: la Commissione economica delle Nazioni Unite per l'Africa ha detto che i governi del continente perdono ogni anno tra i 30 e i 60 miliardi di dollari di gettito.
ActionAid, nel 2013, ha dimostrato che quasi la metà di tutti gli investimenti in queste zone passa per i paradisi fiscali.
LE TRIANGOLAZIONI DELLE IMPRESE. Il Guardian ha dimostrato quanto sono di maniera gli sforzi del premier inglese David Cameron: oltre ai fondi che sarebbero riconducibili al padre del primo ministro, è emblematica la vicenda della Heritage Oil & Gas Ltd. (Hogl), guidata da quel Tony Buckingham che è uno dei principali sostenitori dell’inquilino di Downing Street.
L’azienda ha evitato di pagare 400 milioni di tasse in più in Uganda, sapendo in anticipo i propositi del governo di Kampala e spostando la sede societaria dalle Bahamas (che ha un accordo fiscale con l'Uganda) alle Mauritius. La compagnia petrolifera africana ha aperto 77 sedi fuori dal continente nero per risparmiare le tasse.
Sempre emblematica, come ha raccontato il Washington Post, la scelta della Vodafone di comprare attraverso una società delle Cayman la Hutchison Essar, branca indiana del gruppo delle telecomunicazioni di Hong Kong, con il governo di New Delhi che ha lamentato di aver perso gettito per 2,2 miliardi di dollari, proprio per non aver un accordo col paradiso fiscale.

Twitter @FrrrrrPacifico

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