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VISTI DA VICINISSIMO 29 Aprile Apr 2016 0959 29 aprile 2016

Capitalisti italici, prima regola: il silenzio è d'oro

Frasi a caso, figuracce, parole errate. Ricordate che un bel tacer non fu mai scritto.

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«Un bel tacer non fu mai scritto». Sarà l’incertezza che regna sull’origine di questa bella espressione proverbiale – nella vulgata si dice sia di Dante Alighieri, ma c’è chi propende per il librettista cremonese Claudio Monteverdi che, probabilmente avendola in subappalto dal poeta veneziano Giacomo Badoaro, l’avrebbe inserita ne Il ritorno di Ulisse in patria – sta di fatto che molti business man o non la conoscono o si dimenticano di applicarla. Tra le tante omissioni, il vostro “Occhio di lince” ne ha colto tre.
La prima riguarda il commento rilasciato dall’ex presidente di Confindustria Luigi Abete al termine della riunione del Consiglio generale che, a un mese di distanza dalla contrastata scelta di Vincenzo Boccia alla presidenza della confederazione, ha visto votare la squadra che affiancherà il successore di Squinzi.
ABETE, PER BOCCIA SCORDA LA MATEMATICA. Non parlo degli aggettivi mielosi che Abete, al pari di Emma Marcegaglia, ha voluto spendere per benedire il nuovo vertice dell’associazione: d’altra parte, i due sono i “padrini” della nomina di Boccia, non ci si poteva aspettare altro che parole di grande apprezzamento. No, il tacer non scritto del presidente della Bnl riguarda un dato, che come tale dovrebbe avere una sua oggettività.
Commenta infatti Abete: «I sì alla squadra sono stati il 70%, questo significa che il consenso per Boccia è cresciuto». Peccato che 107 voti su 157 votanti faccia 68% (vabbè, diamo per buono l’arrotondamento), ma soprattutto che rispetto ai 100 voti presi nel duello con Alberto Vacchi, il consenso è aumentato di miseri 7 voti, il che significa che se fossero stati presenti i 192 del voto precedente (su 199 aventi diritto) Boccia sarebbe passato dal 52% dei consensi al 55% (si presume che chi non è andato a votare faccia parte dei 91 consiglieri che a marzo si erano espressi per l’imprenditore bolognese).
Senza contare che nei 107 voti a favore del neo-presidente, ce ne sono due, quelli di Ivan Lo Bello e Antonello Montante che, viste le indagini della magistratura per reati infamanti cui sono sottoposti, forse sarebbe stato opportuno rifiutare.
Insomma, quella che Abete definisce con enfasi malriposta «crescita di consenso» altro non è che 7 voti in assoluto e tre punti percentuali in più. Una dinamica che lascia aperta la porta a un risultato gramo, se non addirittura a un ribaltone, nel voto del 25 maggio, che tra l’altro vedrà una platea più ampia e maggiormente rappresentativa delle associazioni territoriali e di categoria, nelle quali, specie al Nord, serpeggia uno scontento crescente.
GALATERI, RUGGITO DA GATTINO PER GENERALI. Il secondo “bel tacer” non praticato è quello di Gabriele Galateri di Genola, che nel corso dell’assemblea di Generali se ne è uscito, sbottando, con un: «Basta con questa vecchia storia dell’influenza di Mediobanca sui vertici di Generali».
Il presidente del Leone, di solito più gattino che belva, a un azionista che durante l’assemblea della compagnia ha accennato a una sorta di dominio di Mediobanca sul cda e in particolare sul nuovo amministratore delegato Philippe Donnet, ha ringhiato replicando che «nella lista ci sono persone di qualità tale che certamente non possono essere tacciate di subire influenza da sinistra o da destra».
Peccato che il rapporto tra Mediobanca e Generali sia pluridecennale, che tutti i vertici della compagnia siano stati sempre decisi a piazzetta Cuccia (una volta via Filodrammatici) e che l'ad Alberto Nagel, pur non essendo paragonabile a Cuccia, e neppure a Maranghi, quanto a carisma, non ha certo rinunciato a esercitare la storica funzione di “padrone”.
Anzi, proprio perché meno blasonato dei suoi predecessori, l’uomo tende a essere anche più ruvido e sbrigativo nel comandare. E dunque anche la scelta di Donnet ha seguito lo stesso iter: Nagel e Vincent Bolloré si sono consultati e nonostante che tutta Generali, all’interno, facesse il tifo per Minali, hanno deciso per il francese. E così è stato. Con buona pace del buon Galateri.
GHIZZONI, SU BPVI DELIRIO DI ONNIPOTENZA. Il terzo esempio di parole sbagliate che avrebbero dovuto lasciar invece il passo ad un “bel tacer” riguarda Federico Ghizzoni a proposito della Banca Popolare di Vicenza. Il numero uno di Unicredit prima ha fatto pubblicamente sapere che la BpVi «è nel mirino del fondo statunitense Fortress» e poi ha parlato della nascita del fondo Atlante come se Unicredit, con il 20% del suo capitale, avesse contribuito a salvare il sistema bancario italiano.
Peccato, però, che il giorno dopo della sua improvvida dichiarazione, Fortress abbia ufficialmente mollato la presa su Vicenza (un bel tempismo, non c’è che dire), e che i giornali anglosassoni abbiano battezzato Atlante come lo strumento che, prima di ogni altra cosa, serve a “salvare” Unicredit, che non avrebbe retto all’impegno di mettere fino a 1,7 miliardi sul piatto dell’aumento di capitale funzionale alla quotazione in Borsa della banca che fu di Zonin.
Consigliamo amichevolmente dunque ai nostri tre amici – Abete, Galateri e Ghizzoni – ma non solo a loro, una bella settimana di ritiro spirituale in un convento di frati certosini, a meditare sul valore taumaturgico del silenzio.

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