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CREDITO 2 Maggio Mag 2016 2100 02 maggio 2016

BpVi, il piano di Atlante? Uscire il prima possibile

BpVi fuori dalla Borsa. Il fondo mette un terzo dei capitali. Lo scopo: ristrutturare e lasciare in fretta. Con profitto. I vecchi soci: «Nessuno ci ha ascoltato».

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Una raffigurazione di Atlante, personaggio della mitologia greca che regge sulle spalle la volta celeste.

La Borsa stoppa la quotazione della Banca popolare di Vicenza.
Il primo 'no' che l'istituto di credito ha ricevuto dopo anni è arrivato non dalla Consob, né da Banca d'Italia - che ha autorizzato due aumenti di capitale da 1,5 miliardi di euro complessivi tra il 2013 e il 2014 -, ma da Borsa italiana.
Ed è il 'no' più doloroso (anche se necessario se vogliamo credere che ci siano regole del mercato)
VECCHI SOCI PIÙ DILUITI. Tra i 5.500 dipendenti qualcuno ha pianto.
I 15,5 milioni di euro di commissioni spesi tra consulenze e road show per aumento di capitale e quotazione non sono serviti.
Ma l'istituto di credito viene comunque salvato da un'operazione di sistema, il fondo Atlante, a cui hanno partecipato 67 istituzioni finanziarie, tra banche fondazioni e assicurazioni.
Il fondo di Quaestio sgr - che gestisce Atlante - salirà al 99,3% del capitale sociale di PopVi. E diventerà l'azionista di controllo totale.
I vecchi soci vedono diluire il loro peso ancora più del previsto. Altro che banca del territorio.
UN TERZO DEI CAPITALI DI ATLANTE. E Atlante si trova a investire 1,5 miliardi di euro sui 4,25 raccolti finora: il 33% del suo capitale.
Già quando i miliardi in posta erano 1,35, tra i cronisti accorsi alla conferenza stampa del Consiglio dei ministri del 30 aprile 2016 che aveva affrontato il nodo banche qualcuno aveva sollevato il dubbio.
E il premier Matteo Renzi aveva replicato: «Che Atlante abbia finito i soldi avendo un patrimonio di quattro miliardi e avendo Banca Vicenza un miliardo cozza con la matematica. Avendo Atlante più di quattro miliardi e avendone speso uno è operativo».
Eppure all'orizzonte c'è un altro aumento di capitale che fa discutere, quello di Veneto Banca.
Di nuovo i diretti protagonisti rassicurano: lo ha fatto l'amministratore delegato di Intesa SanPaolo, Carlo Messina, che si è detto «fiducioso». E lo ha fatto la dirigenza dell'istituto.
Ma dopo le tante parole sentite sulle banche venete, sulla certezza di «piacere al mercato» e di arrivare in Borsa, è lo stesso Renzi a dubitare: «Che poi sul Veneto ci siano state dichiarazioni dell'amministratore delegato di IntesaSan Paolo Messina che ha detto di poter fare a meno di Atlante, lo vedremo».
IL DOSSIER SOFFERENZE? IN SECONDO PIANO. Secondo lo stesso statuto del fondo, almeno il 30% del capitale dovrebbe essere usato per acquistare i crediti deteriorati delle banche italiane, che ci è stato presentato come primo obiettivo di Atlante.
Ma la leva che il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan aveva descritto come 'uno a cinquanta' si è ridotta a un più modesto 110%.
E quindi lo scopo di ripulire i bilanci delle nostre banche appare seriamente a rischio, o in secondo piano rispetto alla necessità di mettere una toppa alla storia di Vicenza.
Ma l'obiettivo per il fondo privato resta il profitto. E le idee di Alessandro Penati, presidente di Quaestio (e quindi anche del fondo Atlante) sulla Popolare di Vicenza sono chiare: uscire dall'operazione appena possibile, facendo guadagnare gli investitori.

I piccoli azionisti: «Avevamo un piano industriale per lo spacchettamento»

La sede della Banca Popolare di Vicenza.

Durante la conferenza stampa del 29 aprile Penati aveva detto: «Non esiste più rischio bail-in (l’attribuzione dei costi di fallimento ai risparmiatori, ndr) e sarebbe quasi meglio che la Popolare di Vicenza non fosse quotata per un turnaround (piano di risanamento e ristrutturazione, ndr). Posso prenderla, posso venderla, posso spaccarla, posso fare una manovra Ipo (offerta pubblica iniziale, ndr) magari a un prezzo più alto. Posso fare una scissione degli Npl (Non performing loan, crediti deteriorati, ndr) magari con un'altra banca».
E pensare che prima della assemblea della trasformazione in Spa girava un progetto tra i soci dell'istituto di credito contrari all'operazione che prevedeva esattamente questo.
UNA TRISTE RIVINCITA. Luigi Ugone, presidente dell'Associazione ''Noi che credevamo nella BpVi'', spiega: «Lo sapevamo e lo avevamo già anticipato. Il nostro piano industriale prevedeva il ''no'' alla trasformazione in Spa e la divisione della banca in cinque istituti più piccoli, così avremmo potuto mantenere la vocazione di banca popolare».
Lo hanno mostrato agli economisti, lo hanno raccontato durante assemblee di piazza, lo hanno presentato come alternativa alla road map tracciata dalla Banca centrale europea (Bce).
Ma sono stati tacciati di tutto: ignoranti, incompetenti, che non conoscono la materia e dicono ''no'' a tutto. Una triste rivincita, la loro, oggi.
ATLANTE LACONICO. Da Atlante, invece, è arrivato un comunicato laconico: «Il Fondo Atlante, quale anchor investor, intende sostenere la ristrutturazione, il rilancio e la valorizzazione della banca, avendo come obiettivo prioritario l'interesse dei propri investitori».
Ma il 29 aprile Penati era stato più chiaro: «Finalmente possiamo operare senza avere davanti alcun interesse di parte o locale che condizioni questa operazione. Dobbiamo rispondere soltanto agli investitori del fondo affinché escano da questa storia con un utile e il prima possibile».
Il problema è: cosa vuole dire ristrutturare? Aumentare gli esuberi oltre i 560 già previsti nel piano industriale? Tornare all'utile? E come, visto che l'obiettivo già previsto nel piano industriale è, secondo la Consob, già «difficilmente realizzabile»?
IL PRIMO PROBLEMA? LA RACCOLTA. Vuol dire cercare di pagare in fretta, e sborsando il meno possibile, le richieste danni che ammontano a un miliardo di euro complessivi?
E soprattutto, con queste premesse, in che modo si può recuperare la fiducia, la prima merce sul mercato bancario?
A fine 2015 la raccolta tra diretta e indiretta è calata del 19,7%: meno 8 miliardi di euro.
A marzo 2016, ha spiegato Iorio, la banca ha registrato un calo dei depositi del 6%. E dunque Atlante è solo un salvagente temporaneo, per poi passare alla vendita?
L'amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni dice: «L'importante è che la banca è in sicurezza».
Che, insomma, correntisti, obbligazionisti e dipendenti siano garantiti. Che si possa «ripartire».
Ma le lacrime dei dipendenti dicono che in quella sicurezza e in quella ripartenza credono in pochi.


Twitter @GioFaggionato

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