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PREVIDENZA 5 Maggio Mag 2016 0931 05 maggio 2016

Pensioni, l'Ape di Renzi è un assist ai sessantottini

Con il ritiro anticipato, il governo garantisce ai babyboomers l'ennesimo benefit. Dopo quelli accumulati negli Anni 70. E il conto lo pagano sempre i più giovani.

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Matteo Renzi.

A 18 anni sono entrati nella rivoluzione più lunga della storia italiana.
Tra i 25 e i 30, dopo una laurea conquistata senza troppo fatica, hanno via via occupato le fabbriche, le università, gli uffici pubblici, i giornali fino ai partiti. Per poi prenderne il controllo.
E a 40 anni avevano imposto al sistema il loro diritto ad avere la seconda casa, mantenere gratuito tutto il welfare possibile e immaginabile, risparmiare e guadagnare investendo in Bot o in Borsa. Adesso che hanno 60 anni, volete davvero negare loro la pensione anticipata?
UN’APE COSTOSA. Matteo Renzi, che è nato nel 1975, ha annunciato il prossimo avvio dell’Ape: la flessibilità pensionistica per chi è nato tra il 1951 e il 1953. A loro viene concesso uno sconto di almeno tre anni sull’età di ritiro predisposta dalla legge Fornero.
Per la cronaca la Ragioneria dello Stato ha calcolato che un provvedimento simile costa alle casse pubbliche circa 7 miliardi di euro. Un prezzo insostenibile mentre il buco di bilancio dell’Inps è stabilmente sopra i 10 miliardi e l’Unione europea ci chiede di alzare ancora di più (verso il 4%) l’avanzo primario.
Che in Italia si raggiunge soltanto grazie alle riforme previdenziali (dalla Dini in poi), unici baluardi per frenare una spesa che a oggi supera il 21% delle risorse destinate del welfare.
UNA GENERAZIONE FORTUNATA. Il governo dal 2011 non manda in pensione i lavoratori usuranti ma ha deciso di andare incontro ai figli del Sessantotto con una penalizzazione sull’assegno (del 12% e più alta rispetto a quanto previsto dalle proposte di legge depositate in parlamento) che potrebbe mettere comunque a rischio i conti pubblici.
Ma a ben guardare la generazione dei babyboomers non se la passa così male. Controlla il 70% della ricchezza immobiliare (conti in banca, titoli, liquidi), il 60% degli immobili, è l’unica che nell’ultimo biennio ha visto crescere il proprio livello di occupazione. Ha maggiore capacità di spesa, quindi maggiore moral suasion sulla politica. Cosa in fondo non facile visto che l’età media dei parlamentari è intorno ai 50 anni.
Senza contare che in un’economia sempre meno labour intensive può “vendere” meglio sul mercato del lavoro il proprio know how. Eppure i governi, di destra e sinistra, vedono come emergenza soltanto la loro pensione, non quella dei 30enni o dei 40enni, che a fine carriera avranno un assegno pari a meno della metà dell’ultimo stipendio.
LA LUNGA LISTA DEI PRIVILEGI. Ma l’Ape è soltanto l’ultimo privilegio della generazione dei babyboomers. Che ha fatto il suo debutto in società con una riforma della maturità scritta ad hoc, quella che ha ridotto a due le materie d’esame. Da lì è stato un continuo di benefit da parte di una classe politica, che ha finto di non vedere la fine dell’onda lunga del boom economico.
Dopo lo Statuto dei lavoratori del 1970, e l’introduzione con l’articolo 18, è arrivata una legislazione - e una giurisprudenza - che rende impossibili i licenziamenti.
Nel 1975 la Confindustria di Giovanni Agnelli accetta, nel calcolo della scala mobile, il punto unico di contingenza, che garantisce variazioni e aumenti più alti per i salari più bassi, compresi quelli d’ingresso. Nel 1993 arriva l’inflazione programmatica, che massimizza gli stipendi e impedisce retribuzioni legati al merito.
IL CONTO AI GIOVANI. Le grandi riforme per regalare pensioni a chi ha lavorato poco e male (come quella della baby pensioni di Rumor del 1973) sono state utilizzate in massa proprio da chi è nato dopo il 1950.
Soprattutto tra gli Anni 70 e 90 raddoppiano sia i dipendenti statali sia il debito (dal 25% di Pil del 1970 al 125% della fine del secolo), proprio perché alcuni fronti del pubblico impiego come la scuola (dove la chiamata diretta, senza concorso, è stata la regola per anni) sono diventati ammortizzatori sociali.
Chi paga tutto? Gli stessi che oggi guadagnano 1.000 euro, lasciano allo Stato oltre il 30% delle loro retribuzioni tra tasse e contributi e fanno fatica pure ad avere l’assistenza gratuita al pronto soccorso.
Per loro l’Ape è soltanto l’ennesima mina sul loro futuro.

Twitter @FrrrrrPacifico

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