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ANALISI 8 Maggio Mag 2016 0900 08 maggio 2016

Madri senza lavoro, così l'Italia si fa male da sola

In Italia solo il 47% delle donne ha un impiego. E la media dei figli è ferma a 1,4. Una tendenza che ci costa 7 punti di Pil. Paola Diana: «Serve il bonus care».

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In Italia solo il 46,8% delle donne ha un impiego.

L'8 maggio è la festa di tutte le mamme, anche di quelle che hanno un'occupazione. Di quelle che, battendosi contro la cultura dominante e gli stereotipi, vogliono fare figli e lavorare in Italia.
In un Paese in cui, secondo dati statistici, le donne faticano a trovare un impiego (solo il 47%) e non fanno figli (siamo fermi a 1,4, la media Oecd è di 2).
Invece «una buona madre è una madre che lavora, che dà l’esempio trasmettendo ai suoi figli il senso del sacrificio e del dovere. Figli che vanno cresciuti insieme da entrambi i genitori, suddividendosi equamente le responsabilità», scrive Paola Diana nel suo La salvezza del mondo. Donna: fattore di cambiamento del XXI secolo appena uscito per Castelvecchi.
7 PUNTI DI PIL PERSI. «Io sono molto ottimista», racconta l’autrice, «perché il cambiamento è iniziato, sappiamo in che direzione andare. È assurdo che un genere si debba sacrificare per un altro. Oggi sappiamo che le donne sono necessarie all’economia del Paese».
Infatti, per la Banca d’Italia, se lavorasse un numero di donne pari a quello degli uomini impiegati guadagneremo sette punti di Pil in un anno.
Perché non si fa niente, perché siamo fermi ai quei numeri così scoraggianti? Perché è comodo avere un ammortizzatore sociale gratuito, silenzioso, che non rompe le scatole a nessuno. E che, anzi, risolve molti problemi.
LE MANCANZE DELLO STATO. Sulle spalle delle donne ricade il cosiddetto carico di cura familiare: anziani, bambini, casa. Ci pensano le donne. Che sopperiscono così alle mancanze dello Stato. Facendogli risparmiare sì molti soldi nell’immediato, ma impendendo a se stesse di entrare davvero nel mondo del lavoro e alla società di beneficiare economicamente del loro apporto.
Se la proposta di InGenere è investire in infrastrutture e servizi alle famiglie per sbrigare il carico di cura, creando posti di lavoro e indotto economico, l’idea che Diana portata avanti con la sua associazione PariMerito è il bonus care. «Detrazioni fiscali sulle spese che le famiglie devono sostenere per assumere un collaboratore domestico e per non far rinunciare così le donne al lavoro», spiega la promotrice.

Il 'welfare informale' pesa sui bilanci familiari

Paola Diana, fondatrice dell'associazione PariMerito.

Nel nostro Paese, il “welfare informale” a gestione femminile pesa quasi esclusivamente sui bilanci familiari. «A fronte di una spesa media di 667 euro al mese, solo il 31,4% delle famiglie riesce a ricevere una qualche forma di contributo pubblico, soprattutto per l’accompagno di anziani disabili (19,9%)», scrive Diana. «Se la spesa che le famiglie sostengono incide per il 29,5% sul reddito familiare, non stupisce che oggi, in piena recessione, il 56,4% degli italiani non riesca più a farvi fronte e sia corso ai ripari: il 48,2% ha ridotto i consumi pur di mantenere il collaboratore, il 20,2% ha intaccato i propri risparmi, il 2,8% si è indebitato».
UN FATTORE DI CAMBIAMENTO. E allora «la necessità del servizio sta portando il 15% delle famiglie (al Nord si arriva al 20%) a considerare l’ipotesi di far rinunciare al lavoro un membro del nucleo familiare per prendere il posto del collaboratore».
In Italia le donne “ingabbiate” nella famiglia sono 2,3 milioni. Secondo i dati Istat, quasi 50 mila a febbraio scorso hanno smesso di cercare impiego, sono “scoraggiate”. Troppo complicato gestire lavoro, figli e casa. Sopratutto quando la busta paga è minima. Tra queste inattive quasi la metà (il 40%) è diplomata o laureata.
Secondo il report pubblicato da Save the Children alla vigilia di questo 8 maggio, il carico di cura per le mamme si lega a doppio filo con un mercato del lavoro respingente.
PIÙ FIGLI, MENO CHANCE DI LAVORO. In Italia ne taglia fuori la metà tra i 25 e i 64 anni, mentre solo una su tre in Europa trova le porte del lavoro chiuse (32,1%). Più figli si fanno, più è difficile trovare un posto: tra i 25 e i 49 anni il tasso di occupazione materna con un figlio è pari al 58,6%, ma si ferma a 54,2% se i figli sono due e non supera il 40,7% con tre o più.
Paola Diana, però, resta positiva: «Le donne sono il maggior fattore di cambiamento di questo secolo, dalla loro salvezza ed emancipazione dipende il destino del mondo. Una nuova società meno conflittuale e più giusta sarà possibile se alle donne verrà data voce, se verrà dato loro il potere di cambiare le politiche in atto e il modo stesso in cui si praticano equilibri di potere obsoleti legati a un’idea maschile di politica e società».
IL FUTURO SI SCRIVE ADESSO. Le direttrici da seguire sono istruzione, lavoro, autonomia, realizzazione. Anche perché una donna realizzata sarà una madre migliore, crescerà figli più felici ed equilibrati, produrrà valore economico, sarà una consumatrice più propensa a spendere, sarà più forte e si saprà difendere dalle violenze.
Senza figli, senza lavoro proviamo a immaginare il futuro. «Se fra quarant’anni l’Italia non avrà alzato il tasso di occupazione femminile ai livelli europei, sarà popolata in una maggioranza da anziani che usufruiranno di una pensione bassa, calcolata con sistema contributivo. Uomini che hanno avuto solo contratti a tempo determinato o retribuzioni in nero. Sarà un’Italia in cui la maggior parte delle donne riceverà la pensione minima, che oggi ammonta a 450 euro al mese. Che vite faranno?». Chiediamocelo oggi, per non piangere - sui contributi (non) versati - domani.

Twitter @francesca_gui

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