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MERCATO 9 Maggio Mag 2016 1926 09 maggio 2016

Banche, la Consob si assolve ma conosceva i rischi

«Subordinati? Prospetti regolari». Ma su quei bond lanciava l'allarme 7 anni fa. Spiegando che i clienti potevano rimanere scottati. E le multe arrivano tardi.

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La Consob è la Commissione nazionale per le società e la Borsa.

Dice la Consob che i prospetti informativi sulle banche fallite avevano «dato massima evidenza a tutti i fattori di rischio».
Che, semmai, il problema è che quei documenti sono «difficilmente comprensibili».
Di certo gli italiani hanno grosse lacune di educazione di finanziaria e la burocrazia sarà un impedimento. Ma nel testo unico della finanza al capitolo «Poteri della Consob», si legge: «Ai fini dell'approvazione, la Consob verifica la completezza del prospetto ivi incluse la coerenza e la comprensibilità delle informazioni fornite».
Da chi dovrebbe dipendere la chiarezza delle informazioni, se non dall'authority che le autorizza? Eppure di fronte alla malagestione diffusa scoperchiata nell'ultimo anno, al fioccare di inchieste sul piazzamento di prodotti rischiosi a migliaia di cittadini non adeguatamente preparati e allo sgretolamento dell'ecosistema delle banche Popolari, il numero uno della Commissione per le società e la Borsa si autoassolve. E arriva quasi sempre a capitale versato.
MULTE SENZA DETERRENZA. La Consob multa, certo, ma dopo. E se lo fa prima, come nel caso di Banca Marche, è solitamente per un ammontare che risulta risibile rispetto agli emolumenti di consiglieri, sindaci e amministratori degli istituti di credito, tanto da mettere a rischio il potere di deterrenza delle sanzioni che, dice esplicitamente la legge, dovrebbero servire a prevenire i comportamenti scorretti.
L'authority guidata da Vegas ha bloccato la vendita delle obbligazioni convertibili a clienti non professionali (cioè quelli che non lavorano in istituzioni finanziarie, non fanno 10 operazioni a trimestre o non hanno un portafoglio di 500 mila euro) a giugno 2015: un anno dopo l'opinion dell'Esma, l'autorità europea di vigilanza sui mercati. Nel caso della Popolare di Vicenza ha aumentato di colpo i presidi di controllo a disastro avvenuto, nell'ultimo, fallito peraltro, aumento di capitale, e non quando le azioni venivano distribuite come pane quotidiano.
TUTTO NELLA COMUNICAZIONE DEL 2009. Soprattutto la Consob conosceva molto bene e da tempo i rischi legati alla distribuzione di quei bond: lei stessa lanciava un avvertimento chiarissimo nella comunicazione sui prodotti illiquidi del 2 marzo 2009. E prevedeva che gli istituti di credito italiani vi avrebbero fatto ricorso in maniera progressiva per necessità patrimoniali.Vegas ha dichiarato anche che il 70% delle obbligazioni delle quattro banche arrivate a risoluzione erano state vendute prima del 2008. Ma la corsa è proseguita senza intoppi: nel 2011 le obbligazioni convertibili di Carife ed Etruria, nel 2012 Veneto Banca, nel 2013 ancora i bond di Etruria e nel 2013 e 2014 le convertibili di Popolare di Vicenza, solo per fare qualche esempio.
Per adeguarsi ai nuovi criteri imposti dalla Bce, gli istituti governati dai potentati locali si sono affannati negli aumenti di capitale. E per questo, oggi che Vegas rinnega le sue responsabilità, dicendo di aver fatto «quello che potevamo fare», è bene rileggere quella comunicazione.

Il documento che smentisce Vegas

Giuseppe Vegas, presidente di Consob.

Scriveva la Consob: «Complessità, costi dell’informazione e grado di cultura finanziaria determinano un deficit informativo in capo alla clientela degli intermediari, la cui intensità è direttamente legata alla tipologia dell’operazione ed alla natura del cliente medesimo. Le circostanze richiamate sono amplificate nel caso di operazioni di investimento aventi ad oggetto particolari prodotti finanziari per i quali non sono disponibili, anche per intrinseche connotazioni di diritto o di fatto, mercati di scambio caratterizzati da adeguati livelli di liquidità e di trasparenza che possano fornire pronti ed oggettivi parametri di riferimento».
RISCHIO DI CONFLITTO DI INTERESSE. È proprio il caso delle obbligazioni di banche non quotate per le quali, proseguiva la comunicazione dell'authority, «la clientela “al dettaglio” (ossia quella con minore esperienza e conoscenza finanziaria) si trova a dover riporre massimo affidamento nell’assistenza dell’intermediario», perché non in grado di «giudicare la congruità» della transazione, «spesso neppure in un momento successivo alla conclusione dell’operazione». «La situazione», proseguiva, «è sovente resa ancor più critica dalla coincidenza del ruolo di intermediario con quello di emittente».
E ancora: «Nel mercato nazionale risulta particolarmente significativo l’investimento diretto da parte di soggetti non professionali delle proprie disponibilità finanziarie, che, per una porzione rilevante, vengono indirizzate verso prodotti con elevato rischio di liquidità/liquidabilità quali obbligazioni bancarie... ».
Di più: «La domanda tende a percepire tali prodotti (ed in particolare le obbligazioni bancarie, anche strutturate, e le polizze assicurative) come a basso rischio finanziario (o di copertura) ed a “capitale garantito”, potendo sottostimarne l’eventuale componente aleatoria».
EMISSIONI BANCARIE IN AUMENTO. Secondo l'authority i clienti non solo sottovalutavano il rischio dei bond bancari subordinati o convertibili, ma la diffusione già ampia di quei prodotti era destinata ad aumentare: «L’attuale situazione di tensione finanziaria è suscettibile di incentivare ulteriormente l’offerta da parte di banche di prodotti di raccolta di propria emissione a clientela al dettaglio (c.d. retail), in quanto le fonti alternative di finanziamento sono diventate alquanto vischiose».
«Le esigenze di liquidità e di patrimonializzazione», raccomandava la Commissione, «devono essere ricercate in un contesto di perdurante rispetto degli interessi dei clienti/prenditori, a salvaguardia della fiducia nel sistema finanziario». E assicurava di aver seguito tale orientamento «nella redazione del nuovo Regolamento Intermediari (16190/2007)». Insomma, le regole c'erano, la conoscenza dei rischi - la mancanza di consapevolezza dei risparmiatori, il ricorrente conflitto di interessi - pure. E persino la previsione degli sviluppi futuri.

E l'authority diceva: «La trasparenza non è sufficiente»

La sede della Consob.

Cosa è successo allora? La Consob, è bene ricordarlo, ha come obiettivo prioritario la vigilanza sul rapporto tra intermediari e investitori, mentre Bankitalia si occupa principalmente di controllo di gestione e patrimonializzazione degli intermediari (banche e & Co). Due funzioni diverse, entrambe con poteri ispettivi e l'obbligo di informare la controparte. Ma il dubbio è che la seconda abbia prevalso sulla prima. E quindi che le esigenze di cassa degli istituti di credito fuori dal mercato abbiano pesato più della tutela dei risparmiatori.
I verbali del consiglio di amministrazione di Banca Marche dimostrano come il capo della vigilanza di Bankitalia Carmine Barbagallo ritenesse la scelta di emettere obbligazioni - siamo nel giugno 2013 - «più appetibile ai fini dell'aumento di capitale».
Anche con Etruria l'interesse degli obbligazionisti viene in secondo piano: il numero uno di Bankitalia Ignazio Visco denunciava il degrado delle condizioni dell'istituto di credito in una lettera dei primi di dicembre del 2013, mentre la banca piazzava un obbligazione subordinata ad alto rischio, su cui la Consob ha emanato un supplemento solo due settimane dopo, dando 48 ore agli acquirenti per il diritto di recesso. Per non parlare del progetto dell'acquisizione della banca toscana da parte della Popolare di Vicenza.
I PRODOTTI ILLIQUIDI DIVENTANO LIQUIDI. Il primo cedimento in favore degli istituti di credito, però, è arrivato proprio nell'agosto 2009, quando la Consob ha approvato le linee guida dell'Abi, l'associazione delle banche italiane, sui prodotti illiquidi.
«In assenza di una sede di negoziazione e di regole interne per la negoziazione», si legge nel documento, «la condizione di liquidità di uno strumento finanziario può essere altresì garantita mediante la definizione da parte dell’intermediario di regole e procedure interne formalizzate sulla base di un impegno a riacquistare lo strumento finanziario stesso, secondo criteri e meccanismi prefissati e coerenti con quelli che hanno condotto al pricing dello strumento stesso nel mercato primario». Insomma, i prodotti illiquidi potevano diventare liquidi. Ma i meccanismi di fissazione dei prezzi di riacquisto chiari, con confronti con prodotti simili quotati sul mercato e con «provider esterni» di cui parlano le linee guida, in molti casi non si sono visti.
Intanto, però, la Consob ha continuato a infilare avvertimenti in tutti i suoi documenti. Nel piano strategico 2010-2012 parlando dei rischi, per esempio, citava l'«elevata incidenza sulla ricchezza finanziaria di prodotti complessi e illiquidi».
LAE INFORMAZIONI NON BASTANO. E di nuovo a ottobre 2014 era la stessa authority a spiegare chiaramente che la trasparenza dei prospetti informativi non era sufficiente: «Gli obblighi di trasparenza hanno limitati effetti nel mitigare il divario cognitivo tra gli intermediari finanziari ed i loro clienti retail, in quanto quest'ultimi sono normalmente dotati di una bassa cultura finanziaria che non consente loro di valutare la qualità dei prodotti d’investimento offerti». E specificava che in alcuni casi le regole di correttezza nei confronti della clientela «non sono state implementate in modo robusto ed efficace» e dunque «aumenta il rischio per i clienti retail di incorrere inconsapevolmente in significative perdite». Ma Vegas, di tutto questo, oggi non sembra avere memoria.

Twitter @GioFaggionato

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