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PREVIDENZA 10 Maggio Mag 2016 1720 10 maggio 2016

Ape, il prepensionamento lo pagano pure le aziende

Ritiro anticipato? Lo Stato mette 1 miliardo. Il resto pesa su datori di lavoro e dipendenti. Con penalizzazioni tra il 2 e il 12%.

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Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il presidente dell'Inps Tito Boeri.

Alle casse dello Stato l’Ape, cioè l'anticipo pensionistico, non dovrà costare più di un miliardo di euro all’anno.
La differenza, infatti, la pagherà in primo luogo il datore nel caso volesse liberarsi del suo dipendente.
Mentre sarebbe interamente a carico del lavoratore se questi, pur potendo restare al suo posto, decidesse di andare in pensione prima del dovuto.
SOSTITUTO DELLO SCIVOLO. Lo strumento vuole innanzitutto sostituire quello che un tempo era lo scivolo verso la pensione.
Infatti toccherà alle imprese accollarsi la parte maggiore della penalizzazione.
Nel contempo si vuole rispondere alle esigenze degli usuranti, che vedono rifiutate le loro pratiche dal 2012.
Sono questi i principali input dati al suo team da Tommaso Nannicini, il sottosegretario che a Palazzo Chigi guida la commissione deputata a scrivere le riforme economiche come l’Ape, che vuole «essere una misura strutturale», ha spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti.
«LIBERTÀ ALLE PERSONE». Mentre il presidente dell’Inps, Tito Boeri, suggerisce che è «necessario concedere libertà alle persone, tendendo bene presente la sostenibilità dei conti, ma anche dell’individuo».
Secondo Nannicini l’obiettivo dell’equità si raggiunge soltanto modulando l’Ape sulle diverse esigenze dei lavoratori.
PROVVEDIMENTO SU MISURA. «Sarà quasi un provvedimento su misura, definito caso per caso», dice uno degli economisti del suo team che l’ha già coadiuvato nella scrittura del Jobs act.
Infatti nella bozza che il sottosegretario ha presentato alla Ragioneria generale, per ottenere la vidimazione sulla sostenibilità economica, sono state inserite 10 diverse simulazioni con altrettanti identikit di lavoratori.

I primi beneficiari sono i nati tra il 1951 e il 1953: tagli degli assegni fino al 12%

Pensionati in un ufficio Inps.

Nonostante le tante stime pubblicate, a quanto si sa sono pochi i punti fermi del provvedimento, che potrebbe anche non essere allargato agli statali.
Innanzitutto, come ha confermato Poletti, i beneficiari saranno in questa prima fase i nati dal 1951 e il 1953, quelli che secondo la riforma dovrebbero andare in pensione a 66 anni e 7 mesi e che invece potrebbero vedersi ridurre l’età di ritiro da uno a tre anni.
Per quanto riguarda le condizioni, i Nannicini boys stanno studiando penalizzazioni che oscillano tra i 2 e il 12% dell’assegno e che dovrebbero diventare strutturali.
VALUTATI QUATTRO PARAMETRI. Molto complesso il calcolo della penalizzazione, che deve essere definita in base a quattro parametri: l’età del lavoratore, il suo reddito, il motivo e i tempi di restituzione se l’anticipo pensionistico venisse finanziato attraverso un prestito bancario.
Necessario, spiegano dal gruppo di lavoro, per «ammortizzare ed evitare che il provvedimento presenti nel brevissimo periodo un conto molto salato sulle casse dello Stato, nonostante i forti benefici sul medio e lungo periodo».
Al riguardo il governo vorrebbe firmare un convenzione con banche e assicurazioni, per far sì che applichino ai soggetti che scelgono l’Ape tassi a dir poco politici e accettino un rientro almeno decennale.
REDDITI MAGGIORI PIÙ COLPITI. In pratica, la penalizzazione dell’Ape sarà più alta (12%) per quei soggetti con redditi maggiore e per quei datori di lavoro che vogliano usare il prepensionamento per ridurre il personale.
La penalizzazione sarà più bassa (tra il 2 e il 5%) per chi ha un’occupazione usurante e per chi è «espulso» dal mondo del lavoro.
Un ulteriore sconto andrà a chi ha scelto di farsi sovvenzionare dal sistema bancario.


Twitter @FrrrrrPacifico

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