Padoan 160211215645
BASSA MAREA 12 Maggio Mag 2016 0930 12 maggio 2016

Renzi e Pd confondono le priorità: così il debito farà altri danni

Si parla tanto di referendum e faide nel Partito democratico. Ma i problemi più urgenti sono altrove.

  • ...

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan.

Siamo a una nuova lunga disputa di legittimità che rischia di dominare l’intero 2016, fino al referendum costituzionale d’autunno e al successivo congresso del Pd.
L’illegittimo è questa volta Matteo Renzi, che è presidente del Consiglio senza mai essere stato votato da nessuno in una vera elezione, come non eletti furono i suoi immediati predecessori Enrico Letta e Mario Monti, ma che comunque è a capo di un partito che alle ultime Politiche del 2013 ottenne la maggioranza relativa, più premio dei seggi.
L’obiettivo di Renzi è arrivare a fine legislatura, nel 2018.
L’obiettivo dei suoi avversari, quelli interni al suo partito per primi, farlo cadere prima o farlo arrivare al 2018 stremato.
L'ETERNA PIAGA DEL DEBITO. Intanto i maggiori problemi del Paese, che sono il debito pubblico (quintessenza della da anni difficile situazione economica) e l’immigrazione, rischiano di venir relegati il più possibile all’ordinaria amministrazione, con i notiziari su carta, via etere e via internet sempre dominati da che cosa Brunetta ha detto a Renzi e soprattutto da che cosa Cuperlo ha detto alla Boschi, e dalle ultime azioni anticorruzione della magistratura.
Anche la corruzione amministrativa è un serissimo problema, ma a differenza di debito e immigrazione è anche vecchissimo, culturale. Da combattere, ma forse non solo con l’azione giudiziaria. Limitiamoci quindi qui a debito e immigrazione.
La novità è che oggi le delegittimazione, prima ancora che fra un malconcio centrodestra e il Pd, è interna al Pd stesso.
VENT'ANNI DI PROMESSE TRADITE. L’accusa interna a Renzi è precisa: tradisce l’eredità di Berlinguer, non tutela il partito dalla corruzione di cui Enrico fu costante critico nei suoi ultimi tempi, tra il 1980 e il 1984, più di 30 anni fa, all’insegna della “questione morale”.
Che spazio ci sia in questo clima per occuparsi davvero del debito pubblico, oltre i 2.200 miliardi di euro e il 130% del Pil, non è chiaro.
L’Italia è virtuosa e da tempo nell’avanzo primario, nella quadratura dei conti prima di calcolare il costo del debito, che viene finanziato quindi in parte creando nuovo debito. Questo ciclo perverso sta finendo, ha dichiarato ora il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, ed è molto positivo, ma occorre vedere la tenuta nel tempo di questa inversione di marcia appena accennata o intravista.
Sono 20 anni che tutti i governi promettono all’insediamento di aggredire uno dei debiti pubblici monstre dell’Occidente, secondo fra le maggiori nazioni solo a quello giapponese, e poi finiscono per lasciarne uno maggiore di quello che hanno trovato.

L'occasione sprecata della moneta unica

Matteo Renzi con Angela Merkel.

I tedeschi soprattutto ci accusano di non aver colto, ormai quasi due decenni fa, l’occasione dell’arrivo della moneta unica, quindi del cospicuo abbassamento dei tassi a fronte di quelli assai più alti della lira (era il premio-lira che i mercati ci chiedevano data la debolezza della nostra moneta nazionale) per destinare almeno parte del risparmio ottenuto sul servizio del debito alla sua costante diminuzione.
UN FARDELLO PESANTE. Non è andata così: erano 1.281 miliardi di euro (113% del Pil) nel '99, all’inizio della moneta unica; 1.988 miliardi (127%) nel 2012; e 2.215 miliardi nel febbraio 2016, pari al 132,4% poco sotto il massimo storico di 2.219 del maggio 2015.
L’Italia è stata decisamente virtuosa negli ultimi anni ma non certo in passato e il suo problema maggiore è che si è trovata all’inizio della crisi finanziaria del 2008 e poi nella crisi dei debiti europei del 2010-11 con un pregresso pesantissimo che l’ha condizionata.
Oggi la Francia, che ha incrementato assai più dell’Italia il suo debito partendo da livelli più bassi, non è messa molto meglio.
Il debito complessivo (casse pubbliche, famiglie e imprese, ed escluso il debito pensionistico e sanitario) è in Francia pari al 280% del Pil, un +66% sul 2007, mentre in Italia è del 259% del Pil, +55% sul 2007.
ANCHE LA FRANCIA IN DIFFICOLTÀ. Le preoccupazioni, in caso di cambiamenti importanti sui mercati e di un costo del denaro che nessuno può escludere di vedere decuplicato in pochi anni (oggi è poco più che a zero), riguardano non solo Grecia, Portogallo e Spagna, ma anche due big come Italia e Francia la cui credibilità sui mercati va salvaguardata per la tenuta stessa dell’euro e del progetto europeo.
Il debito italiano dovrebbe essere quindi al primo posto fra le preoccupazioni di ogni governo. Perché se nuove crisi di fiducia sui mercati, o un forte aumento dei tassi (sembra impossibile, ma chi può escluderlo con vera certezza alzi la mano) e quindi del servizio del debito, dovessero verificarsi prima che la discesa dell’indebitamento italiano sia consolidata e certa, i tempi si farebbero difficili.
Se ci sarà una nuova crisi globale, l’Italia dovrebbe affrontarla con un chiaro e costante alleggerimento del debito al suo attivo. O, altrimenti, piangere.
ATTENZIONE ALLE CRISI AFRICANE. Quanto all’immigrazione, il problema è semplice. Se la crisi siriana che crea profughi potrà essere risolta, è difficile che lo siano quelle africane che creano immigrati in gran parte economici, con in più un’esplosione demografica sia nel Maghreb sia a Sud del Sahara.
Gli arrivi di immigrati sono quindi solo all’inizio. Il nostro governo, che ha la responsabilità di frontiere marittime con l’Africa (frontiere insieme nazionali ed europee), dovrebbe dire quanti pensa di poterne accogliere annualmente e in che dimensione complessiva.
Saranno decine di milioni alla fine a voler venire. E se i numeri sono questi la generosità e l’accoglienza, così invocate da Papa Bergoglio, doverosa e sacrosanta, non bastano.
Intanto a Roma tiene banco la disputa sull’eredità di Berlinguer, che moriva compianto da moltissimi italiani, la maggioranza senz’altro, nel giugno del 1984.
Ma, con tutto il rispetto per un leader di tale misura, e come scriveva Eugenio Scalfari sulla prima pagina di Repubblica a fine 1977, «Berlinguer non è la Madonna».

Articoli Correlati

Potresti esserti perso