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ANALISI 20 Maggio Mag 2016 0959 20 maggio 2016

Lavoro, giovani e donne: l'Istat rivela un'Italia alla deriva

Due milioni di famiglie senza reddito. Nascite ai minimi termini e spesa sociale flop. I giovani? Sovraistruiti e a casa con i genitori. Il desolante quadro dell'Istat.

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Il presidente dell'Istat Giorgio Alleva.

L'ennesima desolante fotografia di un Paese alle prese con persistenti disuguaglianze ed estreme difficoltà nel ricambio generazionale.
È decisamente poco incoraggiante il quadro con cui l'Istat ha ritratto l'Italia nel consueto rapporto sulle condizioni socio-economiche del Paese.
«CRESCITA A BASSA INTENSITÀ». Malgrado ciò, dopo una recessione «lunga e profonda, senza più termini di paragone nella storia di cui l'Istat è stato testimone in questi 90 anni», l'Italia sperimenta «un primo, importante, momento di crescita persistente» anche se «a bassa intensità.
«FRAGILITÀ ANCORA MAGGIORE». Rispetto «ai precedenti episodi di espansione ciclica» la ripresa produttiva «appare caratterizzata da una maggiore fragilità».
E i numeri sono lì a testimoniare le difficoltà in cui versa il nostro Paese. Con una prospettiva sul medio-lungo termine che lascia poco spazio all'immaginazione. «Le dinamiche demografiche comporteranno un miglioramento piuttosto modesto del grado di utilizzo dell'offerta di lavoro» e pertanto «nel 2025 il tasso di occupazione resterà prossimo a quello del 2010, a meno che non intervengano politiche di sostegno alla domanda di beni e servizi e un ampliamento della base produttiva», si legge nel rapporto.

Due milioni di famiglie senza redditi da lavoro

Sono 2,2 milioni, per esempio, i nuclei familiari che vivono senza redditi da lavoro.
UNA SU QUATTRO AL SUD. Le famiglie 'jobless' sono passate dal 9,4% del 2004 al 14,2% del 2015 e nel Mezzogiorno hanno raggiunto il 24,5%, quasi un nucleo su quattro. La quota scende all'8,2% al Nord e al 11,5% al Centro. L'incremento ha riguardato le famiglie giovani rispetto alle adulte: tra le prime l'incidenza è raddoppiata dal 6,7% al 13%, tra le seconde è passata dal 12,7% al 15,1%.

Nascite ai minimi termini dall'Unità d'Italia

La popolazione italiana diminuisce e invecchia.
Al primo gennaio 2016 la stima è di 60,7 milioni di residenti (-139 mila sull'anno precedente), mentre gli over 64 sono 161,1 ogni 100 giovani con meno di 15 anni. Attualmente meno del 25% della popolazione italiana ha un'età compresa tra 0 e 24 anni, una quota che si è dimezzata dal 1926 a oggi. Si tratta di una delle percentuali più basse in Europa
CON GIAPPONE E GERMANIA. Il nostro Paese è tra i più invecchiati al mondo, assieme a Giappone e Germania. Nel disarmante quadro demografico s'inserisce il nuovo minimo storico dall'Unità d'Italia per le nascite: nel 2015 sono state 488 mila, 15 mila in meno rispetto al 2014. E per il quinto anno consecutivo è diminuita la fecondità, solo 1,35 i figli per donna. Siamo molto lontani dal periodo del 'baby boom' (dal 1946 al 1965), quando il numero medio di figli per donna arrivò all'apice di 2,7.

Più di sei giovani su 10 a casa dei genitori

La generazione ribattezzata in maniera poco felice dei 'bamboccioni' non accenna a estinguersi: nel 2014 più di 6 giovani su 10 (62,5%) tra i 18 e i 34 anni hanno vissuto ancora a casa con i genitori. Il dato riguarda nel 68% dei casi i ragazzi e nel 57% le ragazze.
AL DI SOTTO DELLE MEDIE UE. Nel contesto europeo l'Italia si schiera quindi in pieno con le medie dei Paesi mediterranei («dove i legami sono 'forti'»), a fronte di una media Ue del 48,1%.
L'Istituto di statistica ha certificato inoltre come il divario temporale tra il distacco dalla casa dei genitori e la prima unione (quasi sempre il primo matrimonio) sia aumentato nel corso delle generazioni.

Oltre un ragazzo su tre troppo qualificato per il lavoro che svolge

Oltre un ragazzo su tre tra i 15 e i 34 anni è 'sovraistruito', troppo qualificato per il lavoro che svolge. La quota è tre volte superiore a quella degli adulti (13%).
Tra i giovani inoltre è più diffuso il part time, soprattutto involontario (77,5% dei part time giovani, contro il 57,2% degli adulti), «a indicare un'ampia disponibilità di lavoro in termini di orario che rimane insoddisfatta.
PREVALE IL LAVORO TEMPORANEO. Inoltre anche il lavoro temporaneo - ha sottolineato l'Istat - «è diffuso soprattutto tra i giovani: ha un lavoro a termine un giovane su quattro contro il 4,2% di chi ha 55-64 anni». Capita quindi che le professioni più frequenti nell'approccio al mercato del lavoro siano quelle di commesso, cameriere, barista, addetti personali, cuoco, parrucchiere ed estetista. A tre anni dalla laurea solo il 53,2% dei laureati ha trovato un'occupazione ottimale, con un contratto standard, una durata medio-lunga e altamente qualificata.

Raddoppiati i giovani che non cercano lavoro

Rispetto a una ventina di anni fa sono quasi raddoppiati i giovani che a tre anni dalla laurea non cercano lavoro, la maggior parte perché ha deciso di continuare a studiare. A tre anni dal conseguimento del titolo, nel 1991 i laureati occupati erano il 77,1%. Questo valore è sceso al 72% nel 2015, anno nel quale non cerca lavoro circa il 12,5% dei giovani laureati, quasi il doppio di quelli del 1991 (6,6%). Quest'ultimo dato va letto - hanno spiegato i ricercatori - assieme al fenomeno della prosecuzione delle attività di formazione: nel 2015, infatti, il 78,7% di coloro che dichiarano di non cercare lavoro risultano impegnati in dottorati, master, stage o ulteriori corsi di laurea, quando nel 1991 la stessa quota era pari a 59,7%.
PAGANO LE LAUREE SCIENTIFICHE. Oggi come allora, invece, le lauree scientifiche continuano a pagare sul mercato del lavoro. Sia per le coorti del 2015 sia per quelle del 1991, infatti, l'aver conseguito una laurea dei gruppi ingegneristico, scientifico e chimico-farmaceutico si associa a probabilità di occupazione di gran lunga superiori a quelle registrate dai laureati del gruppo letterario, con vantaggi che vanno tuttavia riducendosi: gli ingegneri della coorte 1991 presentano un vantaggio di 12,8 volte rispetto ai laureati nelle materie letterarie, vantaggio ridottosi a 5,1 nel 2015.

Spesa sociale, peggio di noi solo la Grecia

Il sistema di protezione sociale italiano è tra quelli europei «uno dei meno efficaci».
La spesa pensionistica «comprime il resto dei trasferimenti sociali», aumentando il rischio povertà.
Nel 2014 il tasso delle persone a rischio si riduceva dopo il trasferimenti di 5,3 punti (dal 24,7% al 19,4%) a fronte di una riduzione media nell'Ue di 8,9 punti.
Solo in Grecia il sistema di aiuti è meno efficiente che nel nostro Paese.
CRESCE LA DISUGUAGLIANZA. In Italia, ha sottolineato l'Istat, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è aumentata da 0,40 a 0,51 tra il 1990 e il 2010; si tratta dell'incremento più alto tra i Paesi per i quali sono disponibili i dati. Il reddito familiare è un fattore determinante. Il vantaggio degli individui con status di partenza 'alto' (ossia che a 14 anni vivevano in casa di proprietà e che avevano almeno un genitore con istruzione universitaria e professione manageriale), rispetto agli individui che invece provenivano da famiglie di status 'basso' (ossia con genitori al più con istruzione e professione di livello basso e con casa in affitto) è più basso in Francia (37%) e in Danimarca (39%), mentre è molto forte nel Regno Unito (79%), in Italia (63%) e Spagna (51%).

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