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ECONOMIA 21 Maggio Mag 2016 1300 21 maggio 2016

Sharing economy, le reti dal basso che fanno gola ai big

Da TimeRepublik a Kalulu, le app e i gruppi fondati sul mutualismo non fanno profitti. Ma sono i serbatoi di idee su cui prospera la nuova economia.

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Brian Chesky, amministratore delegato di Airbnb.

Altro che rivoluzione tecnologica o modello di business. Il vero colpo di genio di Brian Chesky e soci, a ben guardare, è stata la scelta semantica: la parola sharing, condivisione, diventata volano per costruire una multinazionale da 25 miliardi di dollari – tanto vale oggi Airbnb – cavalcando l’onda della sensibilità umana e socio-ambientale rinata dalle ceneri della Grande Crisi.
IMPRESE INNOVATIVE. Non che ci sia qualcosa di male, intendiamoci: fare impresa, in modo intelligente, innovativo e non lesivo per gli altri, dovrebbe essere il senso di una sana economia di mercato. E tuttavia il ricorso insistente ai valori nobili dello scambio, del mutualismo e della comunità può suonare a volte un po’ stucchevole da un colosso che ha scelto di spedire i propri ricavi dove la tassazione è minima (va detto: come praticamente qualsiasi altra azienda digitale, e non solo) e che in America ha costituito insieme ad altre corporation, Uber in testa, la più potente lobby della nuova economia, col nome altrettanto immaginifico di Peers, compagni.
CRITICHE DAL BASSO. I compagni veri, quelli che in Italia ancora si chiamerebbero così per retaggio culturale, non sempre l’hanno presa bene: tra i più critici della sharing economy diventata fenomeno commerciale ci sono i sostenitori della sharing economy dal basso, quella in cui circola poco o niente denaro, non ci sono commissioni, gli utenti fanno gruppo e creano movimenti.

Dal cohousing alla social street

Su TimeRepublik le prestazioni vengono pagate in tempo.

Oltre al caso scuola delle social street, incorniciato dal New York Times come esempio del cooperativismo italiano che sa rinnovarsi, il panorama è complesso e frammentato. Include esperimenti territoriali che avanzano, magari a fatica, da decenni – il cohousing, i gruppi di recupero del verde urbano, biblioteche e asili nido di quartiere, i promotori del chilometro zero – e anche coloro che hanno cercato di aggiornare in chiave tecnologica e spazialmente distribuita le esperienze già esistenti: gruppi di acquisto solidale, banche del tempo, esperienze di scambio casa o di condivisione degli spazi, mercatini del baratto, prestito di libri.
A PORTATA DI CLIC. Molte di queste attività, una volta riservate ai soli attivisti, oggi sono a portata di clic, in Italia e nel mondo: da TimeRepublik, la piattaforma in cui si scambiano 'favori' pagando in tempo, a 'L’alveare che dice sì' o Kalulu per facilitare l’acquisto di prodotti dai contadini incontrandoli davvero, passando per SuperFred, un social network di prossimità per scambiare letture, evoluzione del concetto di book crossing arricchito dell’ebbrezza del vis-à-vis.
Tutte esperienze portatrici di un reale valore sociale di cui i colossi commerciali hanno provato e provano almeno in parte ad appropriarsi, ancorandosi alla semantica condivisa dello sharing. Fino a diventarne, nella vulgata corrente, gli unici beneficiari.
«IMPATTO ECONOMICO BASSO». «Il problema dei gruppi dal basso, rinforzati dalle tecnologie social e dalle app, è che i pochi studi esistenti dimostrano che il loro impatto economico è basso: fanno cioè pochissime transazioni e difficilmente possono essere investimenti sostenibili», spiega Adam Arvidsson, docente di politica economica e sociale all’Università Statale di Milano, a guida del progetto di studio peer-to-peer value, finanziato dall’Unione europea. «E tuttavia, nel momento in cui queste piattaforme riescono ad allargarsi e a coinvolgere un numero importante di utenti, diventano facilmente preda dei grandi capitali della Silicon Valley, che si sono spostati sul settore sociale». Si potrebbe quasi chiamare la trappola della sharing economy: condannata per natura a non poter crescere, pena perdere se stessa.

Couchsurfing nelle mire di Benchmark

Couchsurfing ha superato i 10 milioni di utenti registrati.

La casistica dimostra finora che nella previsione esiste un fondo di verità, ma anche che bisogna imparare a valutare di volta in volta. La storia più eclatante è quella di Couchsurfing, comunità di viaggiatori disposti a ospitarsi gratuitamente l’un l’altro che è cresciuta in un decennio fino ad avere 10 milioni di utenti registrati, entrando nel mirino del fondo di investimento Benchmark.
DA NO PROFIT A FOR-PROFIT. Nel 2011, dopo otto anni di attività, l’associazione no profit dietro al sito si è sciolta ed è stata rifondata in una B corporation (un’impresa for-profit, ma guidata da una mission chiara), che i nuovi proprietari sognano di quotare in Borsa: e mentre qualche membro non si è accorto di nulla, i primi attivisti hanno abbandonato la piattaforma fondandone un’altra, BeWelcome, in nome degli antichi valori.
Anche BlaBlaCar, insieme con la crescita dei passaggi condivisi e degli iscritti, è entrata nell’olimpo degli unicorn (le start up finanziate con più di 1 miliardo di dollari) e ha lentamente iniziato a introdurre una commissione sulle transazioni, passando da servizio gratuito in cui i conti si regolavano cash ad azienda con un proprio modello di business.
STARTUP SOTTO ACCUSA. Qualcuno ha protestato, accusando la startup di aver venduto l’anima al diavolo. Ma su cosa sia il diavolo sembra esserci un po’ di confusione. Se la sharing economy dal basso deve mediare idee virtuose con grandi masse, senza ledere la concorrenza e magari creando nuovo lavoro, rendersi economicamente sostenibili pur rimanendo fedeli alla vocazione originaria dovrebbe essere un punto di arrivo, e non di crisi.

Questo articolo è un estratto del numero di pagina99 in edicola dal 21 maggio con uno speciale dedicato alla sharing economy: dalle auto al cibo alla moda anche la vecchia industria abbraccia la rivoluzione dell'economia collaborativa. Dal 20 al 23 maggio pagina99 e Lettera43 saranno ospiti al festival di Ferrara dedicato alla nuova economia.


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