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AZIENDE 24 Maggio Mag 2016 1338 24 maggio 2016

Unicredit, Ghizzoni dà l'addio: via alla successione

Formalizzato il passo indietro dell'ad. Tra i candidati spunta Miccichè.

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Federico Ghizzoni.

Dopo 36 anni, di cui sei trascorsi sulla poltrona di amministratore delegato, Federico Ghizzoni ha formalizzato il suo addio a Unicredit, dando di fatto il via all'avvicendamento ai vertici della banca.
Ghizzoni manterrà le deleghe fino alla nomina di un nuovo Ceo, mentre il Consiglio d'amministrazione ha dato incarico al presidente, Giuseppe Vita di avviare il processo di successione dell'amministratore delegato.
L'ad uscente ha quindi dato la propria disponibilità a definire, assieme allo stesso Vita, un'ipotesi di accordo per la risoluzione del rapporto, impegnandosi a conservare le proprie funzioni fino alla nomina del suo successore e supportandolo adeguatamente nell'opportuna fase di transizione. Tra i nomi in pole per la successione nelle ultime ore è spuntato anche quello di Gaetano Miccichè, attualmente alla presidenza di Banca Imi.
SFIDE ARDUE PER IL SUCCESSORE. Capitale e aumento dell'utile sono le sfide da cui il nuovo Ceo dovrà partire per mettere le mani su un ingranaggio complesso come quello di Unicredit. E non sarà semplice, anche perché la via su cui muoversi, soprattutto se non si conosce già la macchina, si presenta ancor più stretta.
UN PIANO ENTRO L'ESTATE. Il mercato e in particolare i soci non sono disposti ad aspettare e lo dimostra, in tutta la sua chiarezza, l'uscita anzitempo del successore di Alessandro Profumo. Per cui già la partenza si presenta difficile. Il punto è elaborare un nuovo piano in tempi brevi, forse già in estate. Due le direttrici da seguire: rinunciare ad alcune attività, anche all'estero (peraltro profittevoli) e una razionalizzazione incisiva in Italia (non solo sul personale). Il tutto per bilanciare un'operazione di rafforzamento patrimoniale che sembra essere inevitabile.
CESSIONI IN VISTA. Gli analisti di JpMorgan (che confermano l'underweight) calcolano un fabbisogno di nuovo capitale fino a 9 miliardi, che potrebbe essere soddisfatto con un aumento di capitale per 5 miliardi, la cessione del 45% di Fineco e del 20% di Bank Pekao, di cui il gruppo controlla circa il 50%. 'Gioiellini' che, insieme alla turca Yapi kredi, incidono sull'utile del gruppo per almeno il 40%. Percentuale non di poco conto. Secondo il report, il fabbisogno minimo sarebbe di 5,4 miliardi per portare il Cet1 al 12,5% (ora al 10,8% il fully loaded e il transitional pro-forma al 10,50%), a fronte del 13% di Intesa Sanpaolo e di circa il 12% di altri concorrenti italiani.
ALTO POTENZIALE DI RISTRUTTURAZIONE. La strada tracciata dagli analisti è forse l'unica percorribile anche perché, visti i tempi, non si può ricorrere per intero al mercato. Come c'è da dire che una ricapitalizzazione tout-court sarebbe fortemente diluitiva per gli attuali azionisti, con le fondazioni che non sono più 'liquide' come una volta. Quel che è certo è che il futuro ad, come evidenzia Intermonte (outperform con target price a 2,91 euro) ha un elevato potenziale di ristrutturazione. Per questo tra le cessioni si torna a parlare della tedesca Hvb. Un salto all'indietro per una Unicredit che sarebbe meno internazionale e soprattutto meno 'sistemica'. Detto questo resta sempre il nodo Pioneer e l'integrazione in fieri con l'asset management di Santander. Sul deal si continua a lavorare anche se con l'arrivo di un nuovo ad in Unicredit l'operazione potrebbe subire un naturale rallentamento. Alla chiusura, comunque, si ricaverebbe un vantaggio di 25 punti base in termini di capitale.

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