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VISTI DA VICINISSIMO 30 Maggio Mag 2016 1137 30 maggio 2016

Alessandro Penati, il liberista solo a parole

Scrive editoriali dove fa le pulci alla finanza. Attaccando il capitalismo di relazione. Con piglio da Savonarola dei numeri. Ma il ''suo'' fondo Atlante e le mire su BpVi tradiscono incoerenza.

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Alessandro Penati.

Alessandro Penati non si ferma davanti a nulla, neppure alle più evidenti contraddizioni.
Da anni fa il mestiere di editorialista (prima Corriere della sera e Il Sole 24 Ore, ora la Repubblica) sui temi caldi dell’attualità finanziaria, con taglio liberista e piglio da Savonarola dei numeri, ma non ha mai avvertito dentro di sé di avere alcun conflitto d’interessi con il suo vero mestiere, quello di gestore di fondi (prevalentemente lussemburghesi, of course).
Anzi, lui ama dire ai tanti giornalisti con cui parla quotidianamente di essersene andato da Corriere e Il Sole perché i direttori osavano chiedergli su quale argomento avrebbe scritto le sue rubriche, mentre Ezio Mauro prendeva in busta chiusa (chissà se Mario Calabresi ora vorrà aprirle, le buste).
Della serie: faccio quello che voglio, guai a intromettersi (non si dice censurare...).
Naturalmente in nome della libertà di stampa.
CHI AVEVA COME CLIENTI? Eppure l’economista, professore di Scienze bancarie alla Cattolica di Milano, è stato consulente dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), del Fondo monetario internazionale (Fmi), di Antitrust, Tesoro e Consob; inoltre, dal 1998 al 2007 è stato presidente e azionista di Epsilon Associati Sgr, una società di gestione da lui stesso fondata, specializzata nei metodi quantitativi per i portafogli degli investitori istituzionali, cresciuta fino a gestire 12 miliardi per oltre 100 portafogli.
Chi saranno stati i suoi clienti?
Sicuramente tutti soggetti che non avevano nulla a che fare con i suoi sferzanti commenti tesi a distinguere il mondo tra buoni e cattivi.
GUZZETTI E GLI AMICI SUOI. Poi è approdato al gruppo Questio - e siede al vertice sia della management company lussemburghese sia della Sgr milanese - che, udite udite, è di proprietà della Fondazione Cariplo per il 37,65%, della Cassa geometri (18%), delle Opere Don Bosco (15,6%), della Fondazione Cassa risparmi Forlì (6,75%) e per il restante 22% di una srl, la Locke, dove è presumibile ci sia Penati e il resto del management (ma sul sito non si chiarisce, alla faccia della trasparenza).
Insomma, Giuseppe Guzzetti e un po’ di amici suoi. Quello stesso Guzzetti che ha creato, d’intesa con Claudio Costamagna e Matteo Renzi, il fondo Atlante, di cui - guarda caso - Penati è diventato presidente e che la struttura di Questio gestisce.
Non male, per chi ha passato la vita a demonizzare il capitalismo di relazione.

Quella voglia matta (frenata) di mettere le mani sulla Popolare di Vicenza

La sede della Banca Popolare di Vicenza.

Nel luglio 2012 su Il Fatto Quotidiano comparve una sua intervista in cui diceva che le fondazioni sono azionisti «anomali» delle banche (dunque anche la Cariplo in Intesa, si deve arguire) e che «qualsiasi scandalo economico a partire dal caso Parmalat insegna che non c’è frode possibile senza l’aiuto di un istituto di credito».
Sarà per questo che ora vorrebbe dirigerne uno lui.
Ed è per questo che il vostro Occhio di lince, preso da scrupolo, è voluto andare a vedere da vicino cosa combina il nostro Integerrimo dopo che Atlante ha coperto interamente l’aumento di capitale di Popolare Vicenza, salvando Unicredit (che aveva contrattualmente l’obbligo di coprire l’inoptato) più che l’ex banca di Gianni Zonin.
Scoprendo che, pur non essendo padrone del fondo e quindi di BpVi perché al capitale di Atlante partecipano 67 soci, l’ineffabile Penati si è subito mosso per mettere le mani sulla banca vicentina.
CDA DI BPVI NEL MIRINO. Prima raccontando a destra e a manca che avrebbe fatto fuori l’intero consiglio di amministrazione, dal presidente Stefano Dolcetta e dall’amministratore delegato Francesco Iorio fino all’ultimo dei consiglieri e dei sindaci. Poi stilando una lista di dirigenti da assumere.
Ma, chiamato da Guzzetti, a sua volta chiamato da Bankitalia e Banca centrale europea (Bce), il Savonarola dei numeri (e delle poltrone) ha dovuto prendere atto che quella non era casa sua e che bisognava andarci piano.
Da qui la riconferma di Iorio - cui peraltro si deve il fatto che la Vicenza sia ancora in piedi - e la decisione che il rinnovo del cda vada discusso nelle sedi appropriate.
CRITICA INCOERENTE A ENI. Forse sarà per questo smacco, forse sarà perché il lupo perde il pelo ma non il vizio, sta di fatto che dopo un incarico così delicato e di sistema, Penati non solo non ha sentito il bisogno di sospendere la sua urticante rubrica su la Repubblica, ma ha scelto di criticare la politica dei dividendi di Eni (peraltro uguale a quella di tutte le altre major del settore) inquadrandola come una captatio benevolentiae nei confronti del governo, dimenticando che il 70% di quella redditività va a fondi italiani ma soprattutto internazionali, tipo quelli che lui gestisce da decenni.
E per sostenere la sua tesi, critica anche ciò che da liberista ha sempre auspicato (crocifiggendo le gestioni che non lo facevano): la cessione di attività bisognose di autonomia (tipo Snam) e persino le vestigia delle politiche industriali del passato (Marghera, Gela, Porto Torres, Sarroch). Alla faccia della coerenza.

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