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ECONOMIA 31 Maggio Mag 2016 1713 31 maggio 2016

Latte, l'etichettatura con l'origine in 5 punti

Via al decreto che obbliga la segnalazione della provenienza per tutelare il Made in Italy. I dettagli della norma, la crisi del settore, i vantaggi per i produttori, l'import eccessivo e i rischi del Ttip.

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Un momento della manifestazione in occasione della giornata nazionale del latte italiano a Milano.

Il governo ha dato il via libera all'obbligo di segnalazione di origine nell'etichettatura del latte e dei suoi derivati. I consumatori avranno la possibilità di conoscere il luogo di produzione dei latticini, e secondo l'intento di Palazzo Chigi, questo aiuterà la produzione e la filiera nazionale.
Il decreto «è già stato firmato, non è una promessa», ha detto Matteo Renzi, ed «è stato già inviato ieri a Bruxelles ieri. Prima i fatti e poi le parole. Il premier all'incontro della Coldiretti a Milano ha parlato di «una storia che richiama giustizia, sapere che cosa sto bevendo».
MARTINA: «TAPPA STORICA». «Una tappa storica per il mondo dei produttori e degli allevatori», ha dichiarato il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, «ed è un passaggio necessario per garantire sempre di più e sempre meglio i nostri allevatori in questo momento molto difficile per la crisi del latte che sta vivendo tutta l'Europa».
SALVINI: «RIDISCUTERE I PREZZI». «Finalmente, e dopo tante insistenze della Lega, sapremo l'origine del latte che beviamo», ha commentato Matteo Salvini, «peccato che, se non si ridiscutono i prezzi con le imprese e la grande distribuzione, le nostre stalle continueranno a chiudere. Stanno ammazzando la nostra agricoltura».
Nonostante ci si aspetti che la misura porterà un po' di respiro a tutto il settore, difficilmente il trend negativo che investe la produzione, in particolare quella piccola, potrà essere fermato.

1. La fine delle quote latte: il crollo dei prezzi

Il 1 aprile 2015 è una data che gli allevatori conoscono bene, perché sancisce la fine del regime delle quote latte e il ritorno del libero mercato.
A quanto riporta Repubblica, «da allora i prezzi sono crollati e solo nell'ultimo anno hanno chiuso i battenti 1.500 allevamenti: nel 1984 erano 180mila, oggi non arrivano a 36mila». Una diminuzione influenzata dalla naturale concentrazione della produzione in aziende sempre più grandi, ma anche dovuta alla chiusura e al fallimento di molti allevatori.
COLDIRETTI FESTEGGIA. All'epoca della soppressione della norma, inserita per impedire la sovrapproduzione di latte, si riteneva scongiurato il pericolo di un crollo dei prezzi. Tuttavia l'importazione e il via libera alle grandi aziende di inondare il mercato di latte hanno provocato un rovinoso calo dei prezzi. A un anno dall'abolizione delle quote, Coldiretti era scesa in piazza per denunciare la crisi del settore, e l'origine in etichettatura è anche una risposta alle proteste degli allevatori.

2. L'etichetta: mungitura, confezionamento e trasformazione

Il decreto prevede tre diciture chiare in etichetta: il “Paese di mungitura”, il “Paese di confezionamento”; il Paese di trasformazione”. In ognuno dei casi andrà indicato il nome del Paese.
È quanto spiega il Mipaaf, nel sottolineare che «qualora il latte o il latte utilizzato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari, sia stato munto, confezionato e trasformato, nello stesso Paese, l'indicazione di origine può essere assolta con l'utilizzo di una sola dicitura». In ogni caso sarà obbligatorio indicare espressamente il Paese di mungitura del latte.
DOP E IGP GIÀ DISCIPLINATI. Se le fasi di confezionamento e trasformazione avvengono nel territorio di più Stati, diversi dall'Italia, possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: origine del latte: Paesi Ue; origine del latte: Paesi non Ue; origine del latte: Paesi Ue e non Ue. Sono esclusi solo i prodotti Dop e Igp che hanno già disciplinari relativi anche all'origine e il latte fresco già tracciato.

3. I vantaggi: italiani disposti a pagare il 20% in più

«Un risultato storico per allevatori», festeggia il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo, «perché i consumatori nella metà dei casi sono disposti a pagare il vero Made in Italy alimentare fino al 20% in più».
«Ma c'è addirittura un 12%», osserva Moncalvo, «che è pronto a spendere ancora di più pur di avere la garanzia dell'origine nazionale».
NORMA ATTESA DAGLI ITALIANI. Secondo la consultazione pubblica online del Ministero dell'agricoltura, più di 9 italiani su 10 considerano molto importante che l'etichetta riporti il Paese d'origine del latte fresco (95%) e dei prodotti lattiero-caseari quali yogurt e formaggi (90,84%), mentre per oltre il 76% lo è per il latte a lunga conservazione.
«Un risultato che», continua Moncalvo, «arriva a undici anni esatti dall'introduzione dell'obbligo di indicare l'origine per il latte fresco, fortemente voluto dalla Coldiretti anche per sostenere i consumi di un alimento fondamentale nella dieta degli italiani».

4. Italia prima importatrice: metà delle mozzarelle con latte straniero

La misura introdotta potrà forse privilegiare la produzione nazionale, ma non toglie il dato più preoccupante: l'Italia è diventata il più grande importatore di latte nel mondo.
Per il latte a lunga conservazione, tre cartoni su quattro venduti in Italia sono stranieri, mentre la metà delle mozzarelle sono fatte con latte proveniente dall'estero, ma non è obbligatorio riportarlo in etichetta. Lo denuncia Coldiretti, che ha presentato uno studio in occasione del Milk World Day promosso dalla Fao.
Dalle frontiere italiane passano ogni giorno 24 milioni di litri di «latte equivalente» tra cisterne, semilavorati, formaggi, cagliate e polveri di caseina, per essere imbustati o trasformati industrialmente.
INVASIONE DI CAGLIATE DALL'EST. Nell'ultimo anno hanno superato il milione di quintali le cosiddette cagliate importate dall'estero, che ora rappresentano circa 10 milioni di quintali equivalenti di latte, pari al 10% della produzione italiana. «Si tratta di pre-lavorati industriali che vengono soprattutto dall'Est Europa, che consentono di produrre mozzarelle e formaggi di bassa qualità», sottolinea l'associazione. Un chilogrammo di cagliata usata per fare formaggio sostituisce circa dieci chili di latte. 'È un inganno per i consumatori ed è concorrenza sleale per i produttori che utilizzano latte fresco' afferma Coldiretti.

5. Ulteriori rischi con il Ttip: prodotti dagli Usa

L'introduzione del tanto discusso Ttip (il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) potrebbe essere un ulteriore fattore di rischio per tutto il settore. Con la riduzione dei dazi doganali per prodotti per e da gli Stati Uniti, infatti, il mercato europeo e quello nazionale potrebbero essere invasi da una marea di latte d'oltreoceano. Le esportazioni dagli Usa potrebbero aumentare di circa 5,4 miliardi di dollari.
PICCOLI PRODUTTORI IN PERICOLO. Se il Ttip passerà, come fortemente voluto da Barack Obama e da gran parte delle istituzioni europee, le aziende americane potranno far circolare latte (in particolare quello in polvere) e tonnellate di formaggi in Europa ed Italia. I medi e i piccoli produttori rischiano in questo modo di essere sopraffatti.

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